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Mall International (in English)
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Me lo vedo grigio (il centro commerciale)
Data di pubblicazione: 17.08.2012

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Una interessante tesi specialistica in architettura, discussa quest’anno a Torino da Gabriele Cavoto, propone anche per l’Italia l’attualissimo tema della dismissione dei grandi negozi e complessi commerciali di prima generazione e non solo. Un altro avvertimento, servirà?

Ormai da anni è diventata una litania, quella delle polemiche sul nuovo supermercato o shopping mall che sta sorgendo alla periferia di qualche città o cittadina italiana. Polemiche che, quasi puntualmente, toccano due punti e mezzo: prima di tutto la desertificazione delle arterie ed esercizi tradizionali, con perdita di posti di lavoro, che la nuova superficie con la sua concorrenza determinerà quasi di sicuro; poi la gran mole di traffico che la rete stradale locale non sarà sicuramente in grado di smaltire, specie nei momenti di punta, e che si scaricherà anche su fasce molto esterne sia in termini di congestione che di inquinamento; infine (questo è il mezzo punto perché se ne parla poco, e solo da poco) alcuni ambientalisti già sensibili al tema del consumo di suolo a scopi urbani lamentano l’inutile proliferare di queste strutture decentrate, a impermeabilizzare ex campi agricoli e fare da perno per altri insediamenti produttivi e/o residenziali e relative infrastrutture. La risposta degli operatori commerciali, e del mondo immobiliare che sta dietro a queste medio-grandi operazioni, alle prime due critiche suona a molti perfettamente ragionevole: esiste una rilevabile domanda di mercato per la formula classica della grande distribuzione a offerta multipla moderna, le nuove strutture creeranno più posti di lavoro e ricchezza di quanta non ne possa mai distruggere l’eventuale crisi di altri esercizi, e per il traffico le opere di urbanizzazione già previste o realizzate, alcune a carico dell’operatore stesso, bastano e avanzano per gestire al meglio qualunque flusso di traffico, compreso quello prevedibilmente apocalittico del 24 dicembre.

Ma è sicuramente l’ultima questione, quella localizzativa e conseguentemente organizzativa/infrastrutturale, a porre l’ipoteca più grave se si mette nel conto (di solito non lo si fa mai) il fattore dismissione. Ma come: è l’industria che si dismette, non certo gli scintillanti negozi del tre per due o dei saldi di capi firmati che provocano code di ore ai caselli autostradali. E invece no, anzi il commercio ha una vita attiva molto più breve in media di quella delle attività produttive, e così come da almeno una trentina d’anni abbiamo imparato a misurarci coi guai e le potenzialità (i guai per la cittadinanza, le potenzialità per pochi) dei capannoni vuoti, allo stesso modo dovremmo alla svelta imparare a far lo stesso con gli scatoloni del commercio. A partire appunto dalla loro contestualizzazione, perché le cattedrali nel deserto rischiano di restare tali anche quando si cambia religione.

Una decina d’anni fa uno studio commissionato dal Congress for New Urbanism alla Princewaterhouse Coopers provava da un punto di vista progettuale e immobiliarista a proporre il tema della dismissione commerciale soprattutto in quanto risorsa, coniando il neologismo di greyfield, a evocare al tempo stesso sia qualcosa di distinto dalla classica superficie o contenitore industriale brownfield (per problemi di inquinamento, localizzazione ecc.), sia la potenzialità a tradursi in goldfield, miniera d’oro per chi sa cogliere al balzo l’occasione. Il lavoro di tesi specialistica di Gabriele Cavoto Dismissione commerciale: strategie di demalling per Torino, presentato alla facoltà di architettura del Politecnico torinese nell’ultima sessione (relatore Michele Bonino, correlatore Luca Staricco) prova sostanzialmente a ricontestualizzare il medesimo tema, sia adattandolo comparativamente al contesto italiano e locale, si arricchendolo di altri riferimenti storici e disciplinari critici meno linearmente ottimistici. La struttura della tesi è piuttosto semplice, ma per nulla semplificatrice: le radici del fenomeno della grande distribuzione organizzata, in particolare nelle forme del centro commerciale e del suo più brutale emulo, il big-box; l’emergere del problema della dismissione nelle sue varie modalità; una descrizione del quadro italiano e in particolare torinese parallelo; l’individuazione di punti di forza e debolezza; una serie di proposte operative pratiche.

Questo procedere in modo molto sistematico e affatto ridondante – anche ben oltre la funzione didattica e metodologica del tipo di lavoro - ha il grosso vantaggio di proporre, proprio all’interno della ricostruzione storica e dello stato dell’arte internazionale e locale, anche l’ovvietà strisciante, direi quasi l’ineluttabilità, del processo di dismissione. Sia scorrendo la storia generale che i singoli casi proposti, appaiono cioè evidenti tutte le contingenze che si accumulano a consentire la vera e propria esplosione negli anni ’50 del prototipo perfezionato da Gruen. Un’esplosione che ha salde radici precedenti, come emerge ad esempio nei lavori di Richard Longstreth, o nella biografia di Gruen, Mall Maker, ricostruita da Jeffrey Hardwick, ma che ineluttabilmente si lega al modello di sviluppo urbano e consumistico della dispersione post-bellica. E non a caso nella parte propositiva Gabriele Cavoto modella il proprio ragionamento anche sulla traccia delle più recenti riflessioni anti-sprawl, in particolare quelle di ampio respiro ben sintetizzate da Ellen Dunham-Jones nel suo Retrofitting Suburbia.

La scelta di proposte dell’Autore poi si concentra su ipotesi di riuso dei contenitori e dei contesti immediati forse più vicine alla cultura new urbanism da cui aveva preso sostanzialmente spunto il percorso, ma ciò non toglie sicuramente coerenza all’impianto del testo: in un’epoca in cui anche dai vertici delle istituzioni (si pensi alle recenti iniziative ministeriali sul contenimento del consumo di suolo) non è certo cosa di poco conto verificare la diffusione di una cultura progettuale del retrofitting edilizo e microurbanistico assolutamente adeguata, vuoi orientata alla individuazione di nuove potenziali funzionalità, vuoi all’adattamento e ricontestualizzazione, vuoi a superare l’approccio esclusivamente “densificatore” di certa cultura professionale e immobiliarista, che indipendentemente dalla eventuale buona fede dei proponenti appare quantomeno banale e certo non risolutorio. Resta aperta naturalmente l’altra faccenda, ovvero del ruolo del commercio nella città del futuro: concentrazione fisica o dispersione? integrazione ai quartieri o specializzazione?

E ancora, attorno a questo processo evolutivo, quello che interessa l’organizzazione urbana generale e i sistemi di mobilità. Negli schizzi di Cavoto vediamo parcheggi trasformati in orti, contenitori sgorgati e riorganizzati, e non possiamo non chiederci come ci arriverà, lì davanti e lì dentro, il cittadino o consumatore che dir si voglia. Sinora la matrioska logica scatolone che ha al cuore una scatoletta, il mondo automobilistico che ha prodotto la grande distribuzione organizzata, non ha praticamente visto alternative, salvo appunto la nostalgia più o meno mascherata dell’arteria commerciale tradizionale o del corner shop. Le riflessioni innovative di largo campo, come quelle stimolate dalla commissione ministeriale di Mary Portas in Gran Bretagna sulle high-streets, affrontano la questione su un versante fondamentale come quello socioeconomico e dei comportamenti, ma non mettono nel conto necessario una rivoluzione urbana che, fra mobilità alternative, infrastrutture verdi, obiettivi ambientali, smaterializzazione di tanti consumi e processi, pesa e peserà moltissimo anche sull’uso e riuso del vecchio shopping mall, nei suoi infiniti diabolici travestimenti. Come già si intuisce oggi quando, arrivati faticosamente in bicicletta o in autobus in fondo allo sterminato parcheggio, ci si sente sottilmente vittime di une specie di sublime apartheid … ma questa è certamente un’altra storia.

La tesi di Gabriele Cavoto (che ringrazio per aver usato intelligentemente e criticamente i materiali del sito) la potete leggere a questo link









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Il sito di Edoardo Salzano
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Bottini, Fabrizio
( 08.10.2013 09:04 )
Per motivi tecnici mi sono provvisoriamente trasferito sul sito Millennio Urbano che (tra l'altro) contribuisco a rilanciare dopo un periodo di transizione -->
Bottini, Fabrizio
( 08.09.2013 10:07 )
Da un paio di secoli l'umanità cerca di misurarsi in con la gigantesca ameba metropolitana scatenata dai cicli di industrializzazione: urbanisti, sociologi, scrittori, ora un regista. Ma la cultura italiana mica ci arriva
-->
Barzi, Michela
( 26.08.2013 09:34 )
Le diffidenze leghiste per le diversità si manifestano naturalmente con maggiore evidenza là dove il partito governa e imperversa. Ma si tratta di una cultura pervasiva, per nulla limitata a quei territori e probabilmente neppure limitata a quell'area politica, pronta a ripresentarsi in diversi contesti -->
( 22.08.2013 19:29 )
Gli spazi simbolo del ceto medio e dei suoi consumi opulenti, diventano sacche di disagio, come dimostra il compendio di ricerche della Brookings Institution sintetizzate in un volume. Il problema è di superare la logica di questo tipo di espansione urbana, e tornare a un modello integrato di città. Dalla rivista universitaria Knowledge Wharton, agosto 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 20.08.2013 18:49 )
La globalizzazione significa soprattutto (che piaccia o meno) essere ineluttabilmente inseriti in un flusso di decisioni interrelate: la tutela delle coste nella nostra bagnarola mediterranea, per esempio -->
Eisenberg, Richard
( 10.08.2013 10:28 )
Recensionee intervista su uno dei tanti libri americani dedicati a una questione che dovrebbe però interessare molto di più anche il resto del mondo: l'immaginario collettivo sull'abitare e i suoi risvolti sociali e ovviamente ambientali. Di fatto ci sono intere generazioni cresciute nel mito antiurbano, che deve essere in qualche modo superato, insieme al tipo di consumi che si porta dietro. Forbes, 9 agosto 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 21.07.2013 09:45 )
C'è sempre qualcosa di affascinante, e al tempo stesso inquietante, nel modo in cui ci adattiamo, o proviamo a adattarci, ai mutamenti ambientali del mondo che ci circonda. Specie quando si tratta di trasformazioni consapevolmente indotte da altri, per motivi affatto umanitari -->
Bottini, Fabrizio
( 16.07.2013 08:35 )
Oltre a dire qualcosa di sinistra, come auspicano e chiedono in tanti da troppo tempo, c'è anche un'altra possibilità: quella di fare concretamente, qualcosa di sinistra, ovvero mettere in pratica e verificare gli alti principi. C'è qualche vago segnale in questo senso, basta guardarlo -->
Bottini, Fabrizio
( 11.07.2013 08:13 )
Che fare quando le migliori (e celebrate) idee si dimostrano carenti? Negare l'evidenza, oppure provare a rifletterci sopra davvero, cercando di capire se e dove esiste qualcosa di sbagliato nel modello, o nella nostra interpretazione? -->
Hetherington, Peter
( 03.07.2013 13:12 )
Un urbanista americano, curiosamente noto soprattutto per essere stato preso a pugni da una contestatrice durante un'assemblea pubblica, ha anche parecchio altro da dire sulla professione, e il ruolo nella città e la società. The Guardian, 2 luglio 2013 (f.b.) -->
Bottini, Fabrizio
( 29.06.2013 10:53 )
C'è qualcosa che non torna nell'entusiasmo da un lato per tutte le possibili tecnologie smaterializzanti dell'universo, dall'altro nel permanere di una cultura degli spazi a dir poco novecentesca, industriale, segregata. Quanto c'è di malafede, e quanto di ignoranza? -->
Bottini, Fabrizio
( 28.04.2013 09:12 )
Il successo dei progetti di trasformazione urbana, come suggerisce il buon senso, dipende dal loro essere urbani, inseriti in un contesto ampio con cui entrano in sinergia. Ma il peggior cieco è chi non vuol vedere ciò che gli sta attorno -->
Walker, Alissa
( 02.04.2013 19:44 )
Vivere e camminare a Los Angeles, senza un'automobile, è compatibile con un'esistenza umana. Figuriamoci qui da noi. Los Angeles Magazine, 29 marzo 2013 -->
Vitullo-Martin, Julia
( 30.03.2013 19:30 )
I problemi insediativi, ambientali, socioeconomici, di qualità della vita, e infine politici, posti dal nuovo ruolo del cibo nella metropoli del terzo millennio. Non è il caso, come intuito in fondo dall'Expo milanese, di porre al centro la questione? Spotlight on the Region, marzo 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 30.03.2013 08:50 )
È passato più di un secolo da quando i futuristi volevano spazzar via tutta l'anticaglia che faceva da zavorra al progresso umano, e nel frattempo si è capito che non tutto è anticaglia e non tutto è zavorra. Però adesso un po' si esagera, in tutto il mondo, con le ideologie antimoderniste su misura -->

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