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Casa: la formula magica (?) dei liberisti
Data di pubblicazione: 21.08.2012

Autore:

Tutto il mondo è paese quando si tratta della cosiddetta non più esistente differenza fra destra e sinistra, specie sui diritti e sull’ambiente. Un nuovo rapporto dei Conservatori “risolve” il problema dell’abitazione economica segregando i poveri e consumando suolo

Il problema della dismissione di funzioni urbane a grandi linee lo conosciamo un po’ tutti: c’è uno spazio, una serie di edifici e infrastrutture, dedicato a un certo scopo, e quello scopo è diventato obsoleto, gli spazi sono abbandonati, creano un vuoto e spesso anche un rischio per tutta la città. Esiste però anche un punto di vista leggermente diverso della faccenda, e si tratta dell’obsolescenza pianificata. Succede coi televisori e i telefonini, e succede pure con le aree urbane. Nel senso che la funzione in sé andrebbe ancora benissimo, ma qualcuno ha aspettative diverse, e soffia sul fuoco di un suo rapido accantonamento: il vostro telefonino non ha l’accesso web? Dovete assolutamente cambiarlo, e se del web non ve ne frega niente lo cambierete lo stesso, quando noi avremo modificato qualche particolare delle reti e non funzionerà più. C’è un’area urbana produttiva, residenziale, di servizi che svolge il suo ruolo? Malissimo, dovrebbe svolgerne un altro che aggrada agli speculatori, e allora si licenzia, si fanno campagne di stampa terroristiche, si sabotano manutenzione e altri interventi, finché non esiste altra alternativa alla cosiddetta riqualificazione. Funziona addirittura con le zone agricole, “dismesse” a colpi di fallimenti pilotati delle aziende che magari andrebbero avanti benissimo, se qualcuno non interrompesse per misteriosi lavori l’erogazione di acqua, o impedisse per altri motivi oscuri il passaggio da un campo all’altro. Così a quanto pare va il mondo.

Esiste anche la dismissione residenziale, sulla spinta un tempo soprattutto della modernizzazione igienica (in Italia il colera a Napoli del 1884 fece fare un salto a tutta l’urbanistica) dei centri abitati, poi di quella infrastrutturale più moderna delle città nel segno della mobilità automobilistica e del nuovi modelli abitativi razionalisti. Gli stessi modelli poi entrati rapidamente in crisi, stavolta di ordine sociale anziché strettamente sanitario, e il cui simbolo resta la famosa demolizione negli anni ’70 degli stecconi di case popolari progettate solo dieci anni prima dallo studio Yamasaki, ripresa al rallentatore e riproposta in un film documentario con colonna sonora di Philip Glass, che ha fatto il giro del mondo. Anche qui spunta però evidente lo zampino degli speculatori, evidente già nelle prime operazioni di sventramento ottocentesco o rinnovo urbano novecentesco: il degrado, se poi esiste davvero, usato come strumento per fare altro, magari semplicemente spostandolo, quel degrado. Alloggi antigienici o inadeguati sostituiti con case dignitose, dove però NON abitano gli inquilini di prima. Quegli inquilini, scopre quasi sempre chi fa indagini non faziose, finiscono per andare ad alimentare altro degrado altrove, in modo diluito e poco appariscente, che non fa titoloni sui giornali. Tutta la nuova qualità della riqualificazione, insomma, come nel caso dei telefonini dismessi è andata nelle tasche di chi ha pianificato la dismissione a proprio uso e consumo.

Sono riflessioni quasi automatiche quelle evocate dall’ultimo rapporto del centro studi dei Conservatori britannici, quel Policy Exchange che spesso ispira (o tradisce, a seconda dei punti di vista) intere linee di riflessione sulle strategie di governo dello sviluppo. Lo studio, intitolato significativamente Smettiamola di Dare Case Popolari Troppo Costose, propone un classico dei nostri tempi di finti tecnici e tecnicismi, dietro cui si nasconde come ovvio tutta la discrezionalità delle scelte politiche. In breve, secondo calcoli assai articolati si dimostra come il problema della mancanza di risorse per realizzare abitazioni sociali sia superabile recuperandole, queste risorse, attraverso la messa a valore di investimenti precedenti. Sembrerebbe tutto ovvio, salvo che questi investimenti precedenti altro non sono se non i quartieri di case realizzati o acquisiti in precedenza dalla pubblica amministrazione, e che (esattamente come pianificato a suo tempo) si sono inseriti in un tessuto insediativo più complesso, formando il mosaico di abitazioni, servizi, verde, infrastrutture che chiamiamo correntemente città. Cosa evidentemente intollerabile per un autentico reazionario: la città è per le persone civili perbacco, la cui civiltà si misura scientificamente con i conti correnti bancari e i depositi in titoli e azioni.

Quei quartieri, esattamente come previsto una o due o più generazioni fa dai progettisti, oggi hanno visto cresciuto di parecchio il loro valore urbano, e infatti integrano (o ci provano) ceti sociali diversi e diverse attività in un medesimo contesto. Ma i cervelloni tory quel valore sociale manco sanno cosa sia, e vedono esclusivamente il valore monetario di mercato degli spazi, da qui il ragionamento: vendiamo quelle case e col ricavato ne facciamo tante altre, altrove. Geniale! Segregazionista, incurante del ribaltamento storico di questo approccio a dir poco semplicione e brutale, il cervello dei conservatori si lancia in un esercizio del tutto contabile, in un ragionamento che parrebbe ineccepibile appunto dando per scontato ciò che non lo è affatto. Ovvero che la casa non si riassume nella definizione immobiliarista del metro quadro, ma va – come dire - un pochino oltre lo zerbino all’ingresso, coinvolgendo perlomeno il quartiere e le sue varie dinamiche. Ma forse qui si sottovaluta l’intelligenza degli studiosi: reazionari si, ma mica scemi. Del resto l’obsolescenza pianificata è un processo multiforme e complesso, dove si guadagna speculando un po’ dappertutto (quando si trova una sponda nei decisori naturalmente). Anche qui, proviamo a pensare in termini meno riduttivi, per esempio a partire da alcune ricerche per nulla reazionarie della scorsa estate sulle rivolte giovanili urbane in Gran Bretagna. Rilevavano, quelle ricerche, come una componente importante della scintilla che generato incendi e devastazioni sia stata la prossimità fra chi può permettersi certi consumi e chi può solo guardare con invidia. Più precisamente, gli studi andavano a comparare proprio l’integrazione più o meno compiuta fra i quartieri popolari e le aree di ceto medio: là dove la pianificazione urbana aveva costruito i soliti enormi ghetti di palazzi economici in periferia, niente rivolte; quando invece le case popolari stavano in mezzo a quelle di commercianti e professionisti, via alle riots.

Anche molto recentemente, nel dibattito internazionale sulle città se ne sono sentite di tutti i colori sui processi di sostituzione sociale detti gentrification, fra chi la benedice per via dell’impennarsi delle valutazioni immobiliari, chi ne teme i contraccolpi fra le vittime di affitti insostenibili, e ancora chi (se ne parla ad esempio a New York) prova a mescolare alle sole dinamiche di mercato anche politiche urbane innovative, pur lontanissime dall’accusa di “socialismo”. Ecco, quella che prospettano i tories del centro studi Policy Exchange altro non è se non una vera e propria gentrification pianificata, sostenuta con denaro pubblico, salvo che forse nel caso specifico la deportazione dei ceti popolari dovrebbe essere programmata e governata. Ma in che direzione? Qui arriva l’ultimo tassello, e tocca ripescare le recenti polemiche sulla riforma conservatrice del sistema urbanistico. Per realizzare nuovi quartieri di case popolari servono spazi, e per aumentare al massimo gli spazi acquisibili con le risorse recuperate vendendo quelli centrali, occorre spostarsi molto in periferia, magari in estrema periferia, magari in territori vergini.

Sicuramente non nei collegi dove si eleggono i deputati Conservatori: lì con la Legge sul Localismo tanto promossa da Cameron e dal suo mastino Eric Pickles ci sono tutti gli strumenti per costruirsi un piano regolatore che non ne vuol sapere di queste case per poveracci. Meglio in zone dove già stanno altre concentrazioni di esseri umani affini a quelli da deportare, si intenderanno sicuramente meglio, fra litigi da pianerottolo e qualche coltellata in cortile: si sa, il popolo è così. Per non parlare della emergenza abitativa, che renderà più semplice rosicchiare qualche fetta di classificazione greenbelt o agricola di poco pregio, non certo le tenute coi paesaggi agricoli che fanno tanto identità nazionale e per cui si è schierato il National Trust. Non si tratta di una ipotesi dietrologica, ma di commenti già ampiamente consolidati, come questo sul Guardian pubblicato quasi contemporaneamente al rapporto. Con gran gioia dei costruttori, che in tempi di crisi non vedono l’ora di lanciarsi inella comoda corsia preferenziale delle case neo-segregate per il popolo. Così le prossime riots se le faranno in casa, rompendosi i vetri tra di loro, questi sporcaccioni nazionalpopolari! Ma questo non lo leggerete certo nel rapporto “contabile” che si può scaricare direttamente da qui.


File allegati

Expensive_Tenancies ( Expensive_Tenancies.pdf 1.12 MB )
Rapporto Policy Exchange sulle abitazioni sociali, 20 agosto 2012







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Il sito di Edoardo Salzano
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Bottini, Fabrizio
( 08.10.2013 09:04 )
Per motivi tecnici mi sono provvisoriamente trasferito sul sito Millennio Urbano che (tra l'altro) contribuisco a rilanciare dopo un periodo di transizione -->
Bottini, Fabrizio
( 08.09.2013 10:07 )
Da un paio di secoli l'umanità cerca di misurarsi in con la gigantesca ameba metropolitana scatenata dai cicli di industrializzazione: urbanisti, sociologi, scrittori, ora un regista. Ma la cultura italiana mica ci arriva
-->
Barzi, Michela
( 26.08.2013 09:34 )
Le diffidenze leghiste per le diversità si manifestano naturalmente con maggiore evidenza là dove il partito governa e imperversa. Ma si tratta di una cultura pervasiva, per nulla limitata a quei territori e probabilmente neppure limitata a quell'area politica, pronta a ripresentarsi in diversi contesti -->
( 22.08.2013 19:29 )
Gli spazi simbolo del ceto medio e dei suoi consumi opulenti, diventano sacche di disagio, come dimostra il compendio di ricerche della Brookings Institution sintetizzate in un volume. Il problema è di superare la logica di questo tipo di espansione urbana, e tornare a un modello integrato di città. Dalla rivista universitaria Knowledge Wharton, agosto 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 20.08.2013 18:49 )
La globalizzazione significa soprattutto (che piaccia o meno) essere ineluttabilmente inseriti in un flusso di decisioni interrelate: la tutela delle coste nella nostra bagnarola mediterranea, per esempio -->
Eisenberg, Richard
( 10.08.2013 10:28 )
Recensionee intervista su uno dei tanti libri americani dedicati a una questione che dovrebbe però interessare molto di più anche il resto del mondo: l'immaginario collettivo sull'abitare e i suoi risvolti sociali e ovviamente ambientali. Di fatto ci sono intere generazioni cresciute nel mito antiurbano, che deve essere in qualche modo superato, insieme al tipo di consumi che si porta dietro. Forbes, 9 agosto 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 21.07.2013 09:45 )
C'è sempre qualcosa di affascinante, e al tempo stesso inquietante, nel modo in cui ci adattiamo, o proviamo a adattarci, ai mutamenti ambientali del mondo che ci circonda. Specie quando si tratta di trasformazioni consapevolmente indotte da altri, per motivi affatto umanitari -->
Bottini, Fabrizio
( 16.07.2013 08:35 )
Oltre a dire qualcosa di sinistra, come auspicano e chiedono in tanti da troppo tempo, c'è anche un'altra possibilità: quella di fare concretamente, qualcosa di sinistra, ovvero mettere in pratica e verificare gli alti principi. C'è qualche vago segnale in questo senso, basta guardarlo -->
Bottini, Fabrizio
( 11.07.2013 08:13 )
Che fare quando le migliori (e celebrate) idee si dimostrano carenti? Negare l'evidenza, oppure provare a rifletterci sopra davvero, cercando di capire se e dove esiste qualcosa di sbagliato nel modello, o nella nostra interpretazione? -->
Hetherington, Peter
( 03.07.2013 13:12 )
Un urbanista americano, curiosamente noto soprattutto per essere stato preso a pugni da una contestatrice durante un'assemblea pubblica, ha anche parecchio altro da dire sulla professione, e il ruolo nella città e la società. The Guardian, 2 luglio 2013 (f.b.) -->
Bottini, Fabrizio
( 29.06.2013 10:53 )
C'è qualcosa che non torna nell'entusiasmo da un lato per tutte le possibili tecnologie smaterializzanti dell'universo, dall'altro nel permanere di una cultura degli spazi a dir poco novecentesca, industriale, segregata. Quanto c'è di malafede, e quanto di ignoranza? -->
Bottini, Fabrizio
( 28.04.2013 09:12 )
Il successo dei progetti di trasformazione urbana, come suggerisce il buon senso, dipende dal loro essere urbani, inseriti in un contesto ampio con cui entrano in sinergia. Ma il peggior cieco è chi non vuol vedere ciò che gli sta attorno -->
Walker, Alissa
( 02.04.2013 19:44 )
Vivere e camminare a Los Angeles, senza un'automobile, è compatibile con un'esistenza umana. Figuriamoci qui da noi. Los Angeles Magazine, 29 marzo 2013 -->
Vitullo-Martin, Julia
( 30.03.2013 19:30 )
I problemi insediativi, ambientali, socioeconomici, di qualità della vita, e infine politici, posti dal nuovo ruolo del cibo nella metropoli del terzo millennio. Non è il caso, come intuito in fondo dall'Expo milanese, di porre al centro la questione? Spotlight on the Region, marzo 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 30.03.2013 08:50 )
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