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La mescolanza sociale fa benissimo alla città
Data di pubblicazione: 23.08.2012

Autore:

Come volevasi dimostrare, l’idea di vendere al miglior offerente l’investimento pubblico in urbanistica e case economiche di almeno un paio di generazioni, è un’idea squisitamente reazionaria, e pure un po’ cretina per chi dice di pensare a una “grande società”. The Guardian, 22 agosto 2012

Titolo originale:Socially mixed communities are good for urban health– Scelto e tradotto da Fabrizio Bottini

Qualche anno fa ci sono state rivolte urbane in tutta la Francia. E anche pochissimi giorni fa pareva che ci fosse un ritorno, coi disordini a Amiens. All’epoca, commentatori architetti e urbanisti britannici solerti osservavano che tutta la colpa era della cosiddetta sindrome da banlieu. A Parigi, Tolosa, Strasburgo, si sono riusciti a conservare dei magnifici centri storici solo al costo di relegare le minoranze etniche operaie nei grandi complessi di case popolari periferici. Gli stessi commentatori non spiegavano tutto questo coi palazzoni anonimi di cemento, visto che notavano come complessi simili nel centro borghese non avessero creato problemi del genere. Il colpevole era individuato piuttosto nella mentalità dell’assedio, nella consapevolezza di essere abbandonato in una riserva. I più acuti poi sottolineavano quanto da noi a Londra, Manchester o Sheffield avessimo invece cercato di realizzare “città composite”, il cui il piccolo commerciante ambulante e il banchiere abitavano porta a porta.

Quanto sono cambiate le cose. Il rapporto appena uscito del centro studi Policy Exchange, Ending Expensive Social Tendencies [il link è al mio commento qui su Mall, con documento scaricabile alla fine, f.b.] salutato immediatamente e quasi ovviamente dal sottosegretario alla casa Grant Shapps, sostiene esplicitamente quanto sotto sotto è sempre stato una scelta del governo di coalizione. E che potremmo riassumere con “Non vedo perché si debbano sostenere cose che provocano un risentimento verso I più poveri da parte dei ceti agiati”. Si chiede di vendere le case economiche nelle zone più ricche e pagare così la realizzazione di nuove banlieu periferiche, ovvero che nessuno ha il diritto di abitare in quelle zone centrali, salvo se si è ricchi naturalmente.

Si tratta però di zone che ricche lo sono diventate nell’arco di una generazione. Paddington, Notting Hill, Islington o Clerkenwell vent’anni fa, Shoreditch, Hackney, Peckham o Camberwell nell’ultimo decennio, tutte aree di Londra che prima venivano considerate slum irrecuperabili, prima che avvenisse il ritorno il ritorno in centro dei ceti medi, quel “safari urbano” fortemente sostenuto da governi e amministrazioni. Trasformazioni del genere si sono verificate anche a Manchester, Leeds e Bristol. Le scelte politiche legittimano una forma di gentrification militante, dove quando l’afflusso di persone a redditi più elevati impenna in valori immobiliari, gli abitanti a basso reddito diventano una fauna da allontanare. E non è stata anche la politica ufficiosa del New Labour, con quelle riqualificazioni brutali dei complessi popolari nella fascia sud, o delle case a schiera vittoriane a nord? Oggi è cambiato il linguaggio. Prima si sosteneva che alcune fasce di popolazione a basso reddito meritevoli sarebbero state “sparse” secondo criteri percentuali nei nuovi complessi urbani di lusso. Adesso anche quella concessione pare superata.

Pensiamo invece all’esatto contrario, ovvero una politica che attivamente tra governi e amministrazioni realizzi case operaie in zone borghesi, perseguendo una “mescolanza sociale”. Impensabile? Macché. Esistono decine di esempi, sia in Europa che qui da noi. Vienna, ad esempio, negli anni ’20 ha fatto il contrario di Parigi. Invece di relegare i poveri in periferia l’amministrazione della “Vienna Rossa” ha costruito migliaia di isolati dentro il cuore della magnifica capital borghese, in forme orgogliose, monumentali e grandiose quanto i palazzi degli Asburgo. E ancora oggi ha un 60% della popolazione che abita le case popolari. Nel fare tutto ciò si è espropriata una generazione di speculatori delle case in affitto degradate, che era la spina dorsale del fascismo austriaco. Quando poi i fascisti hanno sostenuto il colpo di stato nel 1934, hanno dovuto bombardare le “fortezze operaie” come il Karl Marx Hof. Pensavano evidentemente anche loro che le zone ricche devono essere riservate ai ricchi.

A Londra, c’è abbondanza di esempi del genere, che non hanno poi incontrato una reazione così forte. L’affermazione (attribuita) all’esponente del Labour nell’amministrazione della contea di Londra negli anni ‘30, Herbert Morrison, di voler “costruire per mandare i Tories fuori dalla città”, viene spesso interpretata come manovra elettorale (e qualcuno nella zone di Westminster considera le demolizione delle case economiche proprio come “vendetta contro Morrison”). Mentre in realtà le dinamiche reali di voto nei collegi sono andate in modo diverso. E che Morrison quelle cose le abbia dette o no, le sue case popolari nel periodo tra le due guerre occupano aree centrali potenzialmente lucrative. Idee simili poi nel dopoguerra hanno riguardato zone più suburbane. Il complesso Alton a Roehampton ha occupato ettari in una zona londinese esterna prima straordinariamente agiata, cercando di riprodurne abbondanza di spazi, verde, di cui prima godevano solo i ricchi. Originariamente, l’amministrazione della contea intendeva allargare I propri interventi sino alla zona del parco di Richmond, prima di essere bloccata da Harold Macmillan, che aveva un’idea più ristretta di cosa dovessero essere le case economiche (ma comunque ne ha realizzate molte più di successivi governi del Labour).

Gran parte dei complessi del dopoguerra stavano in aree che sarebbero diventate ricche solo con la gentrification degli ultimi vent’anni, ma anche allora c’erano delle eccezioni. Gli interventi per la casa dell’amministrazione di Camden negli anni ’70 hanno fatto sì che posti come Hampstead o Highgate avessero case economiche tra le più belle di tutto il paese. Anche qui si tratta di una scelta molto consapevole: architetti e urbanisti come Neave Brown non vedevano alcun motivi per cui inquilini di ceto operaio non potessero godere dei medesimi livelli abitativi di chi possedeva ville o appartamenti borghesi. L’intervento residenziale privato progettato dallo stesso Brown nella zona (e in cui andò ad abitare) aveva esattamente le medesime caratteristiche degli alloggi popolari. In tutti questi progetti, dalla lotta di classe combattuta con le pietre di Vienna, alle attente politiche sociali nel nord di Londra, si riteneva una cosa positiva la presenza di case popolari in aree costose, spesso proprio con l’obiettivo di eliminare l’idea stessa di “aree costose”. E sono proprio questi posti, quelli più a rischio col governo di coalizione. È successa una cosa rara per loro: copiare certe idee dalla Francia.









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Il sito di Edoardo Salzano
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Bottini, Fabrizio
( 08.10.2013 09:04 )
Per motivi tecnici mi sono provvisoriamente trasferito sul sito Millennio Urbano che (tra l'altro) contribuisco a rilanciare dopo un periodo di transizione -->
Bottini, Fabrizio
( 08.09.2013 10:07 )
Da un paio di secoli l'umanità cerca di misurarsi in con la gigantesca ameba metropolitana scatenata dai cicli di industrializzazione: urbanisti, sociologi, scrittori, ora un regista. Ma la cultura italiana mica ci arriva
-->
Barzi, Michela
( 26.08.2013 09:34 )
Le diffidenze leghiste per le diversità si manifestano naturalmente con maggiore evidenza là dove il partito governa e imperversa. Ma si tratta di una cultura pervasiva, per nulla limitata a quei territori e probabilmente neppure limitata a quell'area politica, pronta a ripresentarsi in diversi contesti -->
( 22.08.2013 19:29 )
Gli spazi simbolo del ceto medio e dei suoi consumi opulenti, diventano sacche di disagio, come dimostra il compendio di ricerche della Brookings Institution sintetizzate in un volume. Il problema è di superare la logica di questo tipo di espansione urbana, e tornare a un modello integrato di città. Dalla rivista universitaria Knowledge Wharton, agosto 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 20.08.2013 18:49 )
La globalizzazione significa soprattutto (che piaccia o meno) essere ineluttabilmente inseriti in un flusso di decisioni interrelate: la tutela delle coste nella nostra bagnarola mediterranea, per esempio -->
Eisenberg, Richard
( 10.08.2013 10:28 )
Recensionee intervista su uno dei tanti libri americani dedicati a una questione che dovrebbe però interessare molto di più anche il resto del mondo: l'immaginario collettivo sull'abitare e i suoi risvolti sociali e ovviamente ambientali. Di fatto ci sono intere generazioni cresciute nel mito antiurbano, che deve essere in qualche modo superato, insieme al tipo di consumi che si porta dietro. Forbes, 9 agosto 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 21.07.2013 09:45 )
C'è sempre qualcosa di affascinante, e al tempo stesso inquietante, nel modo in cui ci adattiamo, o proviamo a adattarci, ai mutamenti ambientali del mondo che ci circonda. Specie quando si tratta di trasformazioni consapevolmente indotte da altri, per motivi affatto umanitari -->
Bottini, Fabrizio
( 16.07.2013 08:35 )
Oltre a dire qualcosa di sinistra, come auspicano e chiedono in tanti da troppo tempo, c'è anche un'altra possibilità: quella di fare concretamente, qualcosa di sinistra, ovvero mettere in pratica e verificare gli alti principi. C'è qualche vago segnale in questo senso, basta guardarlo -->
Bottini, Fabrizio
( 11.07.2013 08:13 )
Che fare quando le migliori (e celebrate) idee si dimostrano carenti? Negare l'evidenza, oppure provare a rifletterci sopra davvero, cercando di capire se e dove esiste qualcosa di sbagliato nel modello, o nella nostra interpretazione? -->
Hetherington, Peter
( 03.07.2013 13:12 )
Un urbanista americano, curiosamente noto soprattutto per essere stato preso a pugni da una contestatrice durante un'assemblea pubblica, ha anche parecchio altro da dire sulla professione, e il ruolo nella città e la società. The Guardian, 2 luglio 2013 (f.b.) -->
Bottini, Fabrizio
( 29.06.2013 10:53 )
C'è qualcosa che non torna nell'entusiasmo da un lato per tutte le possibili tecnologie smaterializzanti dell'universo, dall'altro nel permanere di una cultura degli spazi a dir poco novecentesca, industriale, segregata. Quanto c'è di malafede, e quanto di ignoranza? -->
Bottini, Fabrizio
( 28.04.2013 09:12 )
Il successo dei progetti di trasformazione urbana, come suggerisce il buon senso, dipende dal loro essere urbani, inseriti in un contesto ampio con cui entrano in sinergia. Ma il peggior cieco è chi non vuol vedere ciò che gli sta attorno -->
Walker, Alissa
( 02.04.2013 19:44 )
Vivere e camminare a Los Angeles, senza un'automobile, è compatibile con un'esistenza umana. Figuriamoci qui da noi. Los Angeles Magazine, 29 marzo 2013 -->
Vitullo-Martin, Julia
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I problemi insediativi, ambientali, socioeconomici, di qualità della vita, e infine politici, posti dal nuovo ruolo del cibo nella metropoli del terzo millennio. Non è il caso, come intuito in fondo dall'Expo milanese, di porre al centro la questione? Spotlight on the Region, marzo 2013 -->
Bottini, Fabrizio
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