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L’orto urbano è di destra?
Data di pubblicazione: 26.08.2012

Autore:

Travolti da certo neocontadinismo di ritorno che si ammanta troppo automaticamente di ambientalismo e progressismo, ci scordiamo che l’agricoltura urbana non ha di per sé alcuna caratteristica alternativa, salvo appunto quella assunta di recente rispetto al consumismo. Lo conferma un documento dei Tories inglesi

Fascista, fascistissimo: la prima volta che personalmente mi sono incontrato dal punto di vista culturale con gli orti urbani, il testo che me ne raccontava i pregi pullulava di riferimenti al Duce, alla tempra virile della razza e cose del genere. Erano gli anni ’70, l’Italia era ancora tutto sommato immersa sino al collo nella sua cultura industrialista, e il sottoscritto per motivi di studio stava faticosamente leggendo la sezione Urbanistica Rurale del Primo congresso INU, datato 1937. Il concetto, declinato specificamente per gli operosi centri settentrionali del paese, si chiamava “intercittà” (oggi forse qualcuno lo chiamerebbe città diffusa) e tentava di coniugare quel certo antiurbanesimo di fondo del regime con l’idea di non perdere del tutto le radici contadine della nazione, con vantaggi anche economici e di salute per le famiglie operaie. Ho scoperto più tardi che quella italiana altro non era che la declinazione di una cultura internazionale cresciuta insieme al concetto di sobborgo operaio giardino, e che gli eventi bellici avevano anche rivestito di patriottismo di qua e di là dall’Oceano, con i victory gardens.

Nell’Italia definitivamente industriale e urbana post-boom quelle distese grandi o piccole a verdura dietro le case di periferia erano solo uno strascico nostalgico, e naturalmente restava l’apporto economico-alimentare, con le classiche cassette di pomodori d’estate per farci la salsa da far durare tutto l’inverno, e tutto il resto. Lo stesso in fondo credo si possa dire per il resto del mondo, tenersi un fazzoletto di terra zappato e piantato non ha avuto per diverse generazioni alcun contenuto ambientalista, o carattere politico, se non il vago conservatorismo di chi un pochino si rivolge sempre al passato rurale. Basta per esempio scorrere le descrizioni degli atteggiamenti aggressivamente proprietari, o consumi industriali di diserbanti e concimi chimici, che ci offre Tim Parks nel suo Italian Neighbours, per confermare che eventuali contenuti di sinistra andavano cercati decisamente da un’altra parte. Naturalmente, fino a quando in tempi abbastanza recenti si è cominciato a parlare seriamente di contenimento nel consumo di risorse: meno carburanti di origine fossile per i trasporti, meno spreco di superfici metropolitane per funzioni che devono essere svolte a grandi distanze (l’insieme di queste due componenti crea le basi per la cultura del cosiddetto chilometro zero), e in più una migliore abitabilità, presenza della natura non troppo addomesticata negli spazi urbani, occasione di conoscenza e salute … Gli orti sono diventati di colpo un mito.

Ma restano, a ben vedere e nella sensibilità di chi li coltiva da molti lustri, ovvero i classici pensionati o appassionati, sempre la stessa cosa di prima. Anche arricchiti delle sovrastrutture ideologiche dell’ambientalismo contemporaneo, come dimostra ad esempio la guida Space for food growing pubblicata in questo ultimo scorcio d’agosto dal Ministero britannico per le Aree Urbane. Un ministero gestito con piglio autoritario dal destrissimo Eric Pickles, che però ci ricorda quanto la tradizione dell’orto e del giardino sia radicatissima nella cultura inglese, nonché quanto anche i contenuti che riteniamo innovativi e progressisti altro non siano che una riformulazione di vecchie cose. Nella guida si trova di tutto: quanto l’orto faccia bene alla città, alla società, all’alimentazione, all’ambiente in generale, alla qualità dell’abitare, alla salute, alla cultura.

E noi fessacchiotti che magari ci stavamo entusiasmando per le esperienze partecipative vagamente rivoluzionarie e postindustriali di Detroit, o al neotecnicismo sociale di Growing Food con l’idroponia e il recupero dei contenitori dismessi, o ancora la globalizzazione alternativa di Transition Town, dove ci si prepara alla crisi finale del crollo del capitalismo … Adesso il medesimo movimento lo ritroviamo in una nota del manualetto del ministro Conservatore Pickles, che ci consiglia di andare a chiedere a loro, eventualmente, qualche particolare su come si fa un orto. Altri particolari dalla pubblica amministrazione, per esempio su cosa è legale e cosa no, o come ci si possono far finanziare certe iniziative con valore sociale, didattico, di recupero ambientale, oppure come mescolare l’attività e gli spazi degli orti a cose complementari ma diverse. Sino al punto di farli diventare una versione gestita collettivamente del parco pubblico terzo millennio, con le panchine per gli anziani, i giochi dei bambini, lo slargo per spettegolare un po’. Ricorda qualcosa? Certamente, a chi ha visto da vicino gli orti improvvisati dei nostri anziani, dove magari si sta un pomeriggio intero senza toccare un attrezzo, giocando a carte con gli amici, mentre sul viottolo passano quelli coi cani a scambiare due parole. Ecco: si può sperare che almeno quelle due parole siano di sinistra, perché al resto, a tutto il resto, è proprio difficile appiccicare un colore politico qualsivoglia. Certi contenuti vanno inventati ex novo, e declinati coerentemente, perché diciamocelo: né l’orto, né il farmers’ market, né la bicicletta, né le infrastrutture verdi o le energie rinnovabili sono di sinistra. Quello possiamo diventarlo, o cercare di restarlo, noialtri. Il resto sono balle.

Scaricabile direttamente da qui il breve manualetto, solo una decina di pagine,


File allegati

Space_for_Food ( Space_for_Food.pdf 91.79 KB )
Manuale per gli orti, GB, Ministero per le Aree Urbane, 22 agosto 2012







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Il sito di Edoardo Salzano
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Bottini, Fabrizio
( 08.10.2013 09:04 )
Per motivi tecnici mi sono provvisoriamente trasferito sul sito Millennio Urbano che (tra l'altro) contribuisco a rilanciare dopo un periodo di transizione -->
Bottini, Fabrizio
( 08.09.2013 10:07 )
Da un paio di secoli l'umanità cerca di misurarsi in con la gigantesca ameba metropolitana scatenata dai cicli di industrializzazione: urbanisti, sociologi, scrittori, ora un regista. Ma la cultura italiana mica ci arriva
-->
Barzi, Michela
( 26.08.2013 09:34 )
Le diffidenze leghiste per le diversità si manifestano naturalmente con maggiore evidenza là dove il partito governa e imperversa. Ma si tratta di una cultura pervasiva, per nulla limitata a quei territori e probabilmente neppure limitata a quell'area politica, pronta a ripresentarsi in diversi contesti -->
( 22.08.2013 19:29 )
Gli spazi simbolo del ceto medio e dei suoi consumi opulenti, diventano sacche di disagio, come dimostra il compendio di ricerche della Brookings Institution sintetizzate in un volume. Il problema è di superare la logica di questo tipo di espansione urbana, e tornare a un modello integrato di città. Dalla rivista universitaria Knowledge Wharton, agosto 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 20.08.2013 18:49 )
La globalizzazione significa soprattutto (che piaccia o meno) essere ineluttabilmente inseriti in un flusso di decisioni interrelate: la tutela delle coste nella nostra bagnarola mediterranea, per esempio -->
Eisenberg, Richard
( 10.08.2013 10:28 )
Recensionee intervista su uno dei tanti libri americani dedicati a una questione che dovrebbe però interessare molto di più anche il resto del mondo: l'immaginario collettivo sull'abitare e i suoi risvolti sociali e ovviamente ambientali. Di fatto ci sono intere generazioni cresciute nel mito antiurbano, che deve essere in qualche modo superato, insieme al tipo di consumi che si porta dietro. Forbes, 9 agosto 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 21.07.2013 09:45 )
C'è sempre qualcosa di affascinante, e al tempo stesso inquietante, nel modo in cui ci adattiamo, o proviamo a adattarci, ai mutamenti ambientali del mondo che ci circonda. Specie quando si tratta di trasformazioni consapevolmente indotte da altri, per motivi affatto umanitari -->
Bottini, Fabrizio
( 16.07.2013 08:35 )
Oltre a dire qualcosa di sinistra, come auspicano e chiedono in tanti da troppo tempo, c'è anche un'altra possibilità: quella di fare concretamente, qualcosa di sinistra, ovvero mettere in pratica e verificare gli alti principi. C'è qualche vago segnale in questo senso, basta guardarlo -->
Bottini, Fabrizio
( 11.07.2013 08:13 )
Che fare quando le migliori (e celebrate) idee si dimostrano carenti? Negare l'evidenza, oppure provare a rifletterci sopra davvero, cercando di capire se e dove esiste qualcosa di sbagliato nel modello, o nella nostra interpretazione? -->
Hetherington, Peter
( 03.07.2013 13:12 )
Un urbanista americano, curiosamente noto soprattutto per essere stato preso a pugni da una contestatrice durante un'assemblea pubblica, ha anche parecchio altro da dire sulla professione, e il ruolo nella città e la società. The Guardian, 2 luglio 2013 (f.b.) -->
Bottini, Fabrizio
( 29.06.2013 10:53 )
C'è qualcosa che non torna nell'entusiasmo da un lato per tutte le possibili tecnologie smaterializzanti dell'universo, dall'altro nel permanere di una cultura degli spazi a dir poco novecentesca, industriale, segregata. Quanto c'è di malafede, e quanto di ignoranza? -->
Bottini, Fabrizio
( 28.04.2013 09:12 )
Il successo dei progetti di trasformazione urbana, come suggerisce il buon senso, dipende dal loro essere urbani, inseriti in un contesto ampio con cui entrano in sinergia. Ma il peggior cieco è chi non vuol vedere ciò che gli sta attorno -->
Walker, Alissa
( 02.04.2013 19:44 )
Vivere e camminare a Los Angeles, senza un'automobile, è compatibile con un'esistenza umana. Figuriamoci qui da noi. Los Angeles Magazine, 29 marzo 2013 -->
Vitullo-Martin, Julia
( 30.03.2013 19:30 )
I problemi insediativi, ambientali, socioeconomici, di qualità della vita, e infine politici, posti dal nuovo ruolo del cibo nella metropoli del terzo millennio. Non è il caso, come intuito in fondo dall'Expo milanese, di porre al centro la questione? Spotlight on the Region, marzo 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 30.03.2013 08:50 )
È passato più di un secolo da quando i futuristi volevano spazzar via tutta l'anticaglia che faceva da zavorra al progresso umano, e nel frattempo si è capito che non tutto è anticaglia e non tutto è zavorra. Però adesso un po' si esagera, in tutto il mondo, con le ideologie antimoderniste su misura -->

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