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Mall International (in English)
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0 > Sito di Fabrizio Bottini > Città > Spazi della dispersione

San Francisco, Lombardia
Data di pubblicazione: 05.09.2012

Autore:

Parlare di consumo di suolo in puri termini conservazionisti, o di settore come nel caso della produzione agricola, non solo è fuorviante, ma non coglie l’aspetto essenziale legato allo sviluppo socioeconomico sostenibile di un territorio, specie di scala regionale

Il problema della povertà suburbana è da parecchio tempo all’ordine del giorno soprattutto negli Stati Uniti, dove almeno grazie a un sistema di rilevazione statistico sistematico appare chiara la distinzione fra ciò che è città (per quanto dispersa) e ciò che è campagna. L’interesse alla questione è poi cresciuto di molto da quando, con l’esplosione della crisi economica ancora in corso, si sono cominciate a vedere le crepe non solo ambientali del modello di crescita incentrato sull’espansione territoriale quantitativa. Nonostante la baldanza con cui interi settori culturali, politici, dell’informazione, continuano a identificare il cosiddetto sogno americano in uno status quo anni ’50 fatto di automobili, casette, autostrade e centri commerciali (l’ha ribadito addirittura il programma presidenziale dei Repubblicani), appare evidente come ad esempio anche gli stimoli per la ripresa economica abbiano dimostrato molta più efficacia nei settori urbani e metropolitani densi, rispetto all’insediamento sparso che dagli anni ’30 in poi tanti utopisti decantano come il futuro auspicabile dell’umanità

Quello dei problemi economici e sociali strutturali del suburbio è un aspetto molto poco considerato di solito. Queste enormi zone, fatte ovviamente non solo di casette ma anche di capannoni, complessi per uffici e servizi, e legate dalla grande maglia delle superstrade, sono sempre state, e ancor oggi da tanti vengono considerate, motore dell’economia. Basta ricordare concetti come le cosiddette Edge Cities, “nuova frontiera dello sviluppo” ancora negli anni ’90, o da noi in Italia la più recente e più ideologica “Città Infinita”, per trovare modelli del genere, di solito basati appunto su criteri di sedicente efficienza, profitto ecc. La questione però, nel delineare scenari di possibile alternativa, è proprio quella di considerare tutti i fronti, e non solo l’elemento di forza o debolezza contingente. Di solito invece vediamo posta l’enfasi sui danni ambientali indotti dalla dispersione o sprawl, che consuma superfici naturali e agricole, induce sprechi energetici spropositati per la mobilità e il modello residenziale e di consumo (la casetta e la frammentazione di impianti e servizi, ad esempio), o l’inquinamento da emissioni ecc. D’altro canto i paladini delle sedicenti città infinite o tecnoburbi, secondo la fortunata definizione di Fishman, ne decantano libertà, mobilità fisica e sociale, opportunità, modernità. E ovviamente soldi per comprarsi eventualmente altrove ciò che ancora manca per essere felici.

Oggi questi studi socioeconomici sulle difficoltà economiche anche gravi del suburbio, introdotti meritoriamente anni fa dalla Brookings Institution, si articolano tematicamente e localmente ad esaminarne vari aspetti, sia per andare oltre la solita retorica delle Casalinghe disperate (anche i ricchi piangono, ma almeno possono pagarsi lo psicanalista, verrebbe da dire!), sia per cercare di costruire una sintesi dei moltissimi frammenti in cui il cosiddetto sogno si è spezzato e contraddetto. C’è per esempio il tema, abbastanza classico, del mutuo virtuale che si paga in benzina dopo aver risparmiato acquistando una casa molto lontana dalla città. Ma oggi il medesimo tema del mutuo si ripresenta anche col volto ancor più minaccioso del crollo dei valori immobiliari o dei pignoramenti, a cui si somma l’impannarsi dei costi del carburante, e a volte anche lo spettro della disoccupazione o della precarietà. Un tema sotteso a tutti questi è quello della dialettica città suburbio, che ha visto modificarsi e a volte invertirsi flussi e tendenze a cavallo di fine secolo.

È avvenuto infatti che la cosiddetta riqualificazione urbana di epoca postmoderna, quella fatta (cito un po’ a caso vari aspetti) di recupero delle superfici industriali dismesse, gentrification di quartieri storici o comunque di zone ricostruite con obiettivi privati di valorizzazione, sostituzione di attività economiche varie, abbia determinato una rinnovata spinta allo sprawl. Anche se di segno opposto rispetto agli anni ’50-’70 della fuga di famiglie e imprese verso le nuove frontiere territoriali della dispersione. Ovvero mentre la cosiddetta classe creativa (o i suoi equivalenti nei vari contesti locali) si insediava nei miniappartamenti nuovi di pregio o restaurati, aprivano caffè di tendenza e negozi di abbigliamento, c’era gente che da quegli stessi spazi veniva cacciata via. Anche parte delle attività produttive, visto che le ciminiere non producono solo l’odiata nostalgia, seguiva il medesimo flusso, andandosi a cercare spazio nelle fasce metropolitane estreme o al di fuori di esse. Insomma se la prima suburbanizzazione era stata (o ancora in parte è, in alcuni contesti) la fuga di chi poteva permetterselo, la seconda è una specie di deportazione forzata.

Anche così nasce il suburbio povero. Per esempio fatto di minoranze etniche a basso reddito, non a caso le prime ad essere colpite dalla crisi e dalla precarizzazione. O di imprese deboli, sballottate dalla concorrenza globale perché troppo piccole o non sufficientemente specializzate. Solo dal punto di vista del tessuto sociale residenziale oggi questi dilaganti problemi si riassumono da un lato nella diluizione e scarsa visibilità delle fasce a basso reddito, istruzione, debolezza complessiva, dall’altro dalla lontananza di ogni genere di servizio, da quelli scolastici, sanitari, sociali, a quelli indispensabili per raggiungere i primi, ovvero trasporti pubblici (il suburbio è automobilistico per definizione, ergo esclusivo per chi non ha un’auto privata). In definitiva non di città infinita si tratta, di nuova frontiera dello sviluppo, ma di un motore che produce e stimola miseria. Non solo questo, ma nel farlo brucia anche inutilmente risorse ambientali, sociali, energetiche, che tanto sarebbe utile indirizzare altrove. Naturalmente non esiste la bacchetta magica per risolvere tutto: la densificazione cara agli architetti e ai costruttori, la gentrification cara a qualche sociologo-economista troppo propenso agli slogan semplificati, o la sola migrazione delle imprese tecnologiche verso la città e i bacini di manodopera smart, finiscono solo per accelerare l’esodo dei disgraziati, si capisce.

A chiarire questo genere di scenario almeno in parte, uno studio locale di qualche mese fa spiega meglio cosa producano queste dinamiche in un territorio molto definito e contenuto. Si tratta del rapporto Suburbanization of Poverty in the Bay Area, curato dalla Federal Reserve Bank di San Francisco (2012). Contesti lontani, problemi lontani, suggestioni esotiche che lasciano il tempo che trovano, potrebbe magari osservare il lettore nostrano, o quel genere di lettore che magari poi prende decisioni strategiche per lo sviluppo. Beh, forse qualche essenziale informazione in più aiuta a capire come mai mi sia scattato questo cortocircuito, giusto stamattina. La regione della Baia di San Francisco è una delle aree socioeconomiche più sviluppate del mondo, e comprende tra l’altro oltre alla famosissima città del Golden Gate che le dà il nome, anche altri centri ricchi e importanti, fra cui spicca la principale, San José nota per essere la porta della Silicon Valley. Una regione che si articola su 9 amministrazioni territoriali intermedie di contea (provinciali, diremmo noi), su una superficie totale di 18.000 chilometri quadrati, abitata da quasi sette milioni e mezzo di abitanti. E adesso facciamo qualche altra cifra.

La Lombardia, come ci raccontano oggi le pagine dei giornali, ha raggiunto la storica soglia dei dieci milioni di abitanti, che abitano una superficie di 23.000 chilometri quadrati, articolata in una decina di province i cui capoluoghi (fino alla auspicata riorganizzazione almeno) sono città come il motore finanziario e dell’innovazione Milano, o il polo industriale di Brescia, o quello storico-culturale di Mantova ecc. Anche in Lombardia abbiamo visto negli anni recenti dismissione industriale nei nuclei centrali metropolitani, riqualificazione urbana con pesanti sostituzioni sociali (basta pensare ai motivi per i quali è stato eletto sindaco Giuliano Pisapia), relativa espulsione e suburbanizzazione forzata di alcune fasce sociali. Ad esempio gli immigrati, che come ci raccontano le statistiche sono una delle componenti forti dell’incremento demografico, e anche protagonisti di alcuni processi di innovazione. Non passa giorno che qualche esponente del mondo ambientalista e dintorni lanci l’allarme sul degrado dell’aria, sull’inquinamento di laghi e fiumi, sul consumo di suolo agricolo e naturale che viaggia a ritmi di oltre una decina di ettari al giorno (pare tanto davvero, ma sono i calcoli ufficiali).

Quindi, sembrerebbe proprio di poter dire, gli studi e la realtà dei processi di suburbanizzazione, impoverimento delle medesime aree, squilibri ambientali alimentati da squilibri sociali, sono molto simili a quelli raccontati sopra, in un bacino territoriale con quantità e forse qualità in comune. Non si potrebbe anche iniziare a trarre conclusioni simili: in termini di metodo, per carità, nessuno vuol scopiazzare idee dalla Silicon Valley alla Valtrompia, ma pensare che certe cose sono assai simili, questo si. E piantarla di dar retta ai profeti di settore, che quando sono in buona fede combinano guai facendo pessima pubblicità alle idee che dicono di sostenere. E quando sono in malafede straparlano di “sviluppo” pensando di solito al proprio tornaconto, da spendere altrove dopo aver munto a dovere il territorio. Pensiamo ad esempio per un istante a tutto l’immenso arco delle nuove tangenziali milanesi, o alle autostrade regionali tanto sponsorizzate e decantate molle di sviluppo. Pensiamo a tutte quelle fasce territoriali come a sacche di povertà del futuro prossimo: non ha qualche senso? Mi pare di si. Parafrasando il titolo di un libro sulle megalopoli terzomondiali, vien voglia di dire: povera grande città infinita! Forse però c’è un’alternativa.

(allego di seguito sia il rapporto sulla Bay Area che due articoli a mio parere complementari sulla Lombardia)


File allegati

Lombardia_10Mil_Parchi ( Lombardia_10Mil_Parchi.pdf 144.03 KB )
Suburbanization-of-Poverty ( Suburbanization-of-Poverty.pdf 1.87 MB )







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Bottini, Fabrizio
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