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La stella a cinque punte della qualità urbana
Data di pubblicazione: 06.09.2012

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Per prosperare, svolgere in modo pieno e maturo il suo ruolo, la città contemporanea deve essere ricca di cose che non hanno nulla a che vedere con quello squallore contabile dei ratings su chi ha i conti bancari più lunghi o gli alberghi con più stelline. Il criterio proposto al World Urban Forum

Come osservava qualche mese fa il critico di architettura del New York Times, gli occupanti di Zuccotti Park nella zona finanziaria di Manhattan ricostruivano virtualmente, in quello spazio, tutti i presupposti della polis ideale che la città capitalistica e mercificata aveva in tutto o in parte banalizzato, obliterato, deformato sino a renderla una caricatura. Come abbiamo per settimane e mesi osservato tutti, in tutto il mondo, il variegato popolo che riempiva piazza Tahrir al Cairo ha assai poco virtualmente posto fine alla pluriennale cappa di piombo militar-politica che gravava sull’Egitto. La domanda che sorge spontanea a questo punto pare più che lecita: non è che la disparità dei risultati si calcola anche con la disparità della qualità spaziale? Da un lato abbiamo la metropoli ricca per eccellenza, almeno apparentemente, che però non è affatto ricca di spazi pubblici, anche quando li chiama tali, perché sono piccoli e in fondo del tutto in balìa dell’onnipotente proprietà privata e dei suoi interessi. Dall’altro uno dei simboli della città “povera” com’è il Cairo, che però riesce a mettere in campo una rivoluzione grazie alla presenza fisica di quel campo, nella classica forma urbana della grande piazza accessibile liberamente a tutti.

Naturalmente su questo un po’ forzato confronto si potrebbero fare alcune centinaia di puntualizzazioni, e trovare altrettante contraddizioni, ma serviva solo a sottolineare un aspetto ovvio, ovvero che la qualità della nostra esistenza è impossibile da calcolare con certi criteri contabili ormai universali, quanto sbagliati o almeno ampiamente imperfetti. Certo lo sapevano già da lustri le imprese, per esempio, che nei loro manuali (per esempio Industrie e Ubicazioni del nostro Francesco Mauro, 1944) che ai quadri superiori non basta offrire stipendi alti, l’automobile e una bella casa, per attirarli. Ci vuole anche un ambiente urbano-sociale complessivo, il verde, il paesaggio, le relazioni. Il limite di queste concezioni però stava nel manico, ovvero l’obiettivo del profitto dell’impresa, ed è lo stesso limite che in fondo rende quasi ridicola fuori dagli specialisti la logica dei ratings attuali: a che serve la disponibilità di certe amenità e servizi se – per tantissimi e vari motivi non solo monetari - non me li posso permettere? Il che, detto in altre parole e osservato da una prospettiva opposta, suona: come posso valutare davvero qualità e difetti urbani, in modo equilibrato non partigiano, sia per comparazioni che per scelte strategiche di trasformazione ed evoluzione?

Perché lo si dice almeno da quando è iniziato il dibattito sull’urbanizzazione globale, che non è possibile scimmiottare la cosiddetta città ricca occidentale, ma neppure chiudersi in stravaganti e spesso pericolosi localismi, dal folkloristico alla dittatura di un modello imposto. Però pregi e difetti a quanto pare venivano valutati con criteri a dir poco discutibili, certo non paragonabili. Oggi il Rapporto Mondiale sulle Città 2012, presentato a Napoli col sottotitolo Prosperity of Cities, prova a fornire linee unitarie e sistematiche, per calcolare (o almeno provarci) questa prosperità, e indirettamente formulare giudizi su cosa va e cosa no, e cosa si potrebbe fare per iniziare a sistemare le cose. Il punto di partenza al solito è quello di delimitare il campo, che in questo caso è circoscritto alle tre grandi crisi globali: una crisi economico-finanziaria; una crisi sociale, democratica, di rappresentanza e dei diritti; una crisi ambientale, energetica, alimentare ecc. Facile immaginare le infinite articolazioni e intrecci che queste crisi aggregate possono offrire. Meno facile riflettere su come il loro principale campo di battaglia, ovvero l’ambiente globale urbano del presente e del futuro, possa essere organizzato per superarle e usarle al meglio. Una cosa è certa: la città non è il male (come ritenevano in passato tanti utopisti e ancora ritengono alcuni pensatori di solito reazionari), ma la migliore cura.

Lo schema a stella, o a ruota come dicono loro, proposto dal programma Habitat dell’Onu a valutare processualmente la qualità urbano-sociale-ambientale, si basa su cinque presupposti generali, che nel diagramma costituiscono i raggi:

• La città ricca contribuisce all’economia producendo e distribuendo reddito in modo da consentire una buona abitabilità e livello di vita a tutti, senza discriminazioni di età, genere, idee, provenienza.

• La città ricca mette a disposizione di tutti spazi, infrastrutture, servizi, comunicazione, bellezze, cultura.

• Nella città trovano posto tutte le funzioni sociali, salute, istruzione, sicurezza, perché ciascuno possa sviluppare le proprie propensioni al meglio.

• Disponibilità di spazi e servizi per tutti significa tendenzialmente ridurre a zero il divario fra individui, ceti, accessibilità, insomma tutte le diseguaglianze: non è una città ricca quella dove c’è anche un solo povero; non è una città pulita quella dove c’è un solo luogo inquinato, non è una città bella quella dove anche un solo angolino nascosto espone miseria e brutture.

• La ricchezza della città non deve essere perseguita a spese dell’ambiente in cui la città è inserita, ovvero lo sviluppo deve essere sostenibile.

Al centro del diagramma-sistema naturalmente le istituzioni di governo democratico, che alimentano il flusso dei processi evolutivi continui. Visto che non si tratta di uno schema ideale ma di un metodo, tutt’altro che cristallizzato e immobile nella sua perfezione. Basta pensare ad esempio al tipo di equilibri sociali che possono corrispondere a una fase climatica, o energetica, e alle relative ripercussioni (nel senso di effetti, non nel senso solito di tagli) economiche. Per ora del Rapporto presentato a Napoli è disponibile solo questa prima sintesi introduttiva, ma di sicuro i capitoli successivi dedicati a tendenze, stato delle cose e politiche potranno arricchire il quadro. La cosa certa è che adesso anche quelli che sfornano classifiche strampalate a raffica, tipo Forbes o simili, ci staranno un po’ più attenti a sparare certe sciocchezze anche un pochino offensive. Soprattutto per il buon senso.

(allegato scaricabile)


File allegati

Urban_Prosperity ( Urban_Prosperity.pdf 1.88 MB )







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Bottini, Fabrizio
( 08.10.2013 09:04 )
Per motivi tecnici mi sono provvisoriamente trasferito sul sito Millennio Urbano che (tra l'altro) contribuisco a rilanciare dopo un periodo di transizione -->
Bottini, Fabrizio
( 08.09.2013 10:07 )
Da un paio di secoli l'umanità cerca di misurarsi in con la gigantesca ameba metropolitana scatenata dai cicli di industrializzazione: urbanisti, sociologi, scrittori, ora un regista. Ma la cultura italiana mica ci arriva
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Bottini, Fabrizio
( 20.08.2013 18:49 )
La globalizzazione significa soprattutto (che piaccia o meno) essere ineluttabilmente inseriti in un flusso di decisioni interrelate: la tutela delle coste nella nostra bagnarola mediterranea, per esempio -->
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Recensionee intervista su uno dei tanti libri americani dedicati a una questione che dovrebbe però interessare molto di più anche il resto del mondo: l'immaginario collettivo sull'abitare e i suoi risvolti sociali e ovviamente ambientali. Di fatto ci sono intere generazioni cresciute nel mito antiurbano, che deve essere in qualche modo superato, insieme al tipo di consumi che si porta dietro. Forbes, 9 agosto 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 21.07.2013 09:45 )
C'è sempre qualcosa di affascinante, e al tempo stesso inquietante, nel modo in cui ci adattiamo, o proviamo a adattarci, ai mutamenti ambientali del mondo che ci circonda. Specie quando si tratta di trasformazioni consapevolmente indotte da altri, per motivi affatto umanitari -->
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Oltre a dire qualcosa di sinistra, come auspicano e chiedono in tanti da troppo tempo, c'è anche un'altra possibilità: quella di fare concretamente, qualcosa di sinistra, ovvero mettere in pratica e verificare gli alti principi. C'è qualche vago segnale in questo senso, basta guardarlo -->
Bottini, Fabrizio
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Bottini, Fabrizio
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