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Anche in Cina si prova a contenere il numero delle automobili
Data di pubblicazione: 07.09.2012

Autore:

Come era abbastanza logico aspettarsi, anche la nuova emergente locomotiva economica del mondo dopo meno di una generazione ne ha già fin troppe ovunque, di automobili per le strade delle città, e comincia a sperimentare qualche misura. The New York Times, 4 settembre 2012

Titolo Originale: A Chinese City Moves to Limit New Cars – Scelto e tradotto da Fabrizio Bottini

GUANGZHOU, Cina — È sconvolgente, come se a Detroit o Los Angeles iniziassero a vietare di possedere un’auto.
L’amministrazione municipale di Guangzhou, sterminata metropoli e uno dei centri di produzione automobilistica cinese, settimana scorsa ha introdotto un sistema di sorteggi e assegnazioni di targhe che dovrebbe arrivare più o meno a dimezzare la quantità di auto circolanti.
Questa specie di repressione, nella terza città della Cina, è la più decisa fra le tante messe in atto da varie altre amministrazioni, un po’ più attente a mettere le questioni della qualità della vita prima dello sviluppo economico a tutti i costi, del tipo che il governo centrale persegue a scala nazionale.
Questi interventi potrebbero anche ripulire l’atmosfera e le acque notoriamente inquinate della Cina, ridurre la spesa sanitaria, e sui tempi lunghi migliorare anche la qualità del modello di crescita cinese. Ma immediatamente impongono dei costi, avvertono gli economisti, proprio in un’epoca in cui la politica a Pechino e nel resto del mondo è già preoccupata per il rallentamento dello sviluppo.

“Naturalmente dal punto di vista del governo noi rinunceremmo a un po’ di crescita, ma lo facciamo per dare una migliore salute ai cittadini, e ne vale la pena” commenta Chen Haotian, vicedirettore dell’ufficio programmazione coordinata di Guangzhou.
Nanjing e Hangzhou, nella Cina centro-orientale, si stanno attivando per imporre carburanti e sistemi che inquinano meno. Le città della costa, da Dongguan a Shenzhen nel sud-est a Wuxi e Suzhou in mezzo, o Pechino a nord, provano a intervenire sulle fabbriche inquinanti. A Xi’an e Urumqi nel nord-ovest si stanno rottamando le auto costruite prima del 2005, quando le norme sulle emissioni erano meno rigide.
“Si sta capendo che crescere ad ogni costo non è sostenibile” spiega Ben Simpfendorfer, direttore di gestione alla Silk Road Associates, studio di consulenza di Hong Kong.
Davanti alla richiesta dei cittadini di fare qualcosa per gli ingorghi e l’inquinamento, le amministrazioni municipali di tutta la Cina mandano delegazioni in visita a Guangzhou. Ma il governo centrale di Pechino si oppone a restrizioni sulle auto, temendo per le ripercussioni sul settore, aggiunge An Feng, consulente pubblico per i trasporti a Pehino.
“Ed è davvero una battaglia”.

L’amministrazione cittadina della capital ha cominciato a limitare le immatricolazioni dall’anno scorso, quando l’economia rischiava di accelerare troppo, ma Guangzhou è la prima città a intervenire in una situazione di rallentamento. Di fronte alle proteste publiche per il traffico, Guangzhou ha anche realizzato un capillare sistema di metropolitane negli anni scorsi, oltre ad ampi parchi e un apprezzato teatro dell’opera.
Ma non sono certo queste iniziative locali ad essere la causa principale delle difficoltà economiche cinesi. Il governo l’anno scorso ha attuato una stretta creditizia per contenere l’inflazione, riuscendoci, ma strozzando anche molte piccole e medie imprese.
E poi ci sono altri problemi di grande portata accumulati negli anni. Fra cui la potenziale sovraproduzione industriale, o la posizione monopolistica di alcune imprese statali, o l’inefficace distribuzione dei prestiti.
Ma per adesso, giudicano gli economisti, qualunque regolamentazione pesa a rallentare la crescita.

“Io penso che il rallentamento sia una tendenza, e non semplicemente una cosa di breve termine” spiega Xiao Geng, direttore di ricerca al Fung Global Institute di Hong Kong.
Le fabbriche inquinanti, allontanate dalle città ormai arricchite del sud-est cinese, vengono respinte anche dai centri occidentali e settentrionali a meno che non adottino costosi sistemi di contenimento delle emissioni, racconta Stanley Lau, vicepresidente della Hong Kong Federation of Industries, associazione di industriali che dà lavoro a quasi 10 milioni di persone in Cina.
“E non c’è indicazione che costi del genere possano abbassarsi, date le condizioni del mercato”.

Alcuni esponenti della classe dirigente cinese lamentano l’eccesso di regolamentazione e relative costi, specie quando localmente coincidono con aumenti di stipendi. I più critici nella comunità degli industriali ritengono che non sia proprio il momento migliore per la Cina, di allontanarsi dal modello di corsa senza limiti che ha caratterizzato gli ultimi trent’anni.
Ma se questi interventi locali possono sul breve termine rallentare la crescita, si inseriscono in un processo di transizione più ampio. Non siamo più in una economia in via di sviluppo, con una forma particolarmente brutale di capitalismo, nonostante il sistema nominalmente comunista. La Cina sta diventando una moderna economia industrial, con una classe dirigente che sempre più dà ascolto alla pubblica opinione, cercando di mediare fra crescita economica, ambiente, società tanti altri aspetti.
Il problema è fin quando durerà questo stato di sofferenza fra crescita rallentata e costi più alti, sino ad arrivare a un modello economico più equilibrato e sostenibile.

Ma Jun, direttore dell’Istituto per gli Affari Pubblici e l’Ambiente, associazione ecologista di Pechino, spiega come le amministrazioni locali si siano interessate sempre più alle questioni ambientali dall’anno scorso, dopo che c’erano stati grandi cortei contro le fabbriche inquinanti in città come Dalian, Shifang e Qidong. In tutti i casi, i governi locali hanno fermato la realizzazione di progetti e bloccato attività, dopo essere state esposte al pubblico ludibrio.
Bernadette Brennan, consulente legale della sede di Pechino del Natural Resources Defense Council, spiega che dopo trent’anni di esperienza in Cina vede dall’anno scorso un cambiamento. Invece di resistere alle sollecitazioni a ridurre l’inquinamento, oggi i responsabili municipali iniziano anche a contattare il suo ufficio per chiedere consigli.

Però è difficile valutare i vantaggi ambientali dei nuovi interventi.
Non si può comparare la qualità dell’aria cinese di quest’estate con quella degli anni precedenti a causa di una serie di tifoni, giudica Alexis Lau, direttore per le ricerche atmosferiche alla Hong Kong University of Science and Technology. A Guangzhou, le emissioni di una serie di inquinanti hanno raggiunto il massimo nel 2007 e 2008 regredendo nel 2009 e 2010 per via di una crescita meno sostenuta. Poi hanno cominciato a risalire nel 2011 senza tornare ai livelli del 2008.
È però diminuita la quantità di inquinamento per unità di prodotto economico, aggiunge Lau. Le emissioni di anidride solforosa, questione prioritaria in Cina per via delle piogge acide, sono diminuite in tutto il paese ma specie a Guangzhou, città di 15 milioni fra abitanti e migranti.

Ma la dipendenza economica delle amministrazioni locali dalla vendita di diritti sui terreni edificabili potrebbe essere un limite agli interventi contro le attività di trasformazione. Che però in molti casi sono anche di loro proprietà, cosa che complica ulteriormente la questione dei limiti.
“Le fabbriche di automobili sono di proprietà pubblica”commenta Chen, proprietario di una Toyota Camry costruita a Guangzhou. “E devono obbedire al governo”.
Ma, “Cosa ce ne facciamo del prodotto interno lordo se non abbiamo la salute?”









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Bottini, Fabrizio
( 08.10.2013 09:04 )
Per motivi tecnici mi sono provvisoriamente trasferito sul sito Millennio Urbano che (tra l'altro) contribuisco a rilanciare dopo un periodo di transizione -->
Bottini, Fabrizio
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Bottini, Fabrizio
( 20.08.2013 18:49 )
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( 10.08.2013 10:28 )
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Bottini, Fabrizio
( 21.07.2013 09:45 )
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