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Il leone si è addormentato nel giardino di casa
Data di pubblicazione: 11.09.2012

Autore:

L’urbanizzazione dilagante del mondo pone un problema a due facce, che ovviamente va molto oltre certe prospettive di conservazione: dove e come tutelare gli habitat e farli convivere con gli insediamenti umani? Perché questo, e solo questo, può succedere, e già succede piuttosto male

Qualche anno fa mi è capitato di convincermi di avere parecchi colleghi idioti, o più probabilmente folli. Convinzione discutibile naturalmente, ma vediamo qualche fatto. Tenevamo insieme, io e un collega appunto, un corso di progettazione urbana che lui (il socio di maggioranza, come succede nei corsi universitari pluridisciplinari) aveva inopinatamente deciso di organizzare attorno a una remota area studio, in Africa. Dato che mi aveva comunicato questa sua stravagante decisione una settimana prima dell’inizio delle attività, avevo già i miei bei problemi a provare a preparare qualcosa di sensato in termini di presentazione del contesto agli studenti, visto che la periferia di una megalopoli/baraccopoli terzomondiale non era facilmente raggiungibile dalla pianura padana, in cui si svolgeva quel corso, per un confronto e una verifica. Preso appunto dai miei problemi, non facevo tanto caso ai metodi didattici del collega, il quale faceva sviluppare agli studenti idee di “contesto” ispiratrici dei tutto sue. Tra le quali, ho poi scoperto con un certo raccapriccio, c’era il cosiddetto “abaco dei materiali”.

Ragionevole, direte voi: lo studente per affrontare il problema di una trasformazione urbana si costruisce una specie di catalogo delle sue componenti, da usare poi come materia prima per orientare e costruire la proposta di progetto. E fin qui tutto bene, ma tra i vari materiali ispiratori ce n’erano parecchi discutibili, davvero discutibili, uno in particolare, il pelo di leone. IL PELO DI LEONE? Proprio quello. Per progettare una zona di periferia oggi baraccopoli africana, i futuri architetti cercavano di intravedere futuri possibili contando i peli di un improbabile re della foresta locale, quando ad esempio l’animale feroce più probabile sarebbe stato la pantegana mannara, anche lei tra l’altro dotata di ispido pelame, ottimo da appiccicare in un “abaco dei materiali”. Beh, oggi mi sono dovuto ricredere: quel collega ritenuto perfettamente idiota aveva invece a modo suo ragione, perché fra le caratteristiche peculiari della sterminata periferia urbana africana oggi emerge appunto l’ex re della foresta, diventato a quanto pare suddito della villetta. Ce lo racconta nei dettagli, peloso come non mai, e addormentato qui e là dietro siepi e steccati di giardino, un articolo del New York Times dedicato al Leone Suburbano (sic).

È accaduto insomma ciò che prima o poi si doveva temere, vista la cosiddetta vitalità con cui esplode l’urbanizzazione dei paesi più poveri. Se un po’ di anni or sono nell’abaco dei materiali di cui si può costituire una fascia metropolitana periferica non entravano certo le manifestazioni naturali che più naturali non si può, come i grandi predatori, adesso tutto cambia. Notare tra l’altro che dietro alla punta dell’iceberg costituita dai grandi predatori c’è tutto l’habitat e rete ambientale che li sostiene e che loro sostengono, flora, prede, sistema territoriale continuo ecc. Non c’è nulla di nuovo, a ben vedere,nell’immagine del grande felino che magari fruga in un bidone della spazzatura all’angolo, se pensiamo a quanti documentari del National Geographic abbiamo visto, sin da piccoli, dedicati alle volpi urbane, al ritorno degli uccelli rapaci fra comignoli e insegne al neon, a qualche procione che scappa dal chiosco degli hamburger stringendo al petto le agognate patatine al ketchup. La faccenda del leone suburbano africano però dovrebbe suonare un campanellino diverso, come già accaduto con orsi e coyotes negli Usa.

Perché quello che in fondo ci raccontavano i documentari alla televisione era un processo di integrazione abbastanza innocuo, in cui la volpe e l’uva recitavano un copione accettabile, il cerbiatto sceso a brucare nell’orto in fondo non era tanto diverso dalle caprette del parco, e la poiana cooperava gratis con le agenzie di derattizzazione. Certo non mancavano aspetti un po’ inquietanti, di vario genere, cose vistosamente pericolose sia per colpa di animali ingombranti e aggressivi, sia per colpa di umani inconsapevolmente scemi, come i mitici (?) cacciatori di cervi che sparacchiano appollaiati sul tetto di casa, o imbracciano micidiali balestre dal rimorchio del pickup parcheggiato alla rotatoria. Ma tutto si svolgeva in un ambiente rigorosamente umano e urbano, in cui era chiarissimo (come appunto nel caso dei cacciatori da poltrona) chi doveva adattarsi a cosa, e chi la faceva da padrone. Col leone in giardino le cose cambiano parecchio.

Senza voler essere ambientalisti messianici, pare evidente come sia sfuggito al controllo il genere di espansione urbana a cui continuiamo ad assistere e partecipare, a d esempio coi banchieri che dal lago di Como pontificano e straparlano sulla centralità delle ubique infrastrutture. Parola dietro la quale da un lato si annida proprio la deflagrazione degli insediamenti, dall’altro per i medesimi banchieri non ha alcun senso fisico, spaziale, ambientale, ma solo la consistenza di un calcolo monetario. Mentre stanno venendo meno i presupposti, di quel calcolo monetario: da morti i soldi non esistono più, e se si obliterano gli habitat si muore. Detto in altre parole, sinora l’urbanizzazione occidentale e terzomondiale si è “limitata” a cancellare in buona parte i sistemi naturali, spesso anche agricoli, delle regioni metropolitane, spingendo ai margini ma salvando le gradi reti ambientali in qualche modo in grado di rinnovarsi, riprodursi, evolversi. Evoluzione, appunto: la natura non è immobile ed eterna, anche se ha i suoi tempi, diversi da quelli della macchina e della città così come siamo stati abituati a pensarli. Oggi probabilmente nel nostro abaco dei materiali deve iniziare ad entrare anche il contesto naturale, come soggetto attivo e partecipante. Questo non deve (e non può, come ci dice tra l’altro la matematica: discutibile ma non abbiamo altro) significare ritorno a un confuso stato naturale con clave e caverne da barzelletta, e neppure a congelare ogni aspettativa di miglioramento delle nostre condizioni di vita materiale nelle città. Ma certamente non è più possibile ragionare (?) come sembrano fare i banchieri di Cernobbio.

Il concetto di infrastruttura verde, anche se non piace all’ambientalista personalizzato George Monbiot, se interpretato correttamente (non come certe greenway caricaturali di quartiere da architetto stilista) inizia a dare alcune indicazioni fondamentali. Ovvero, che gli habitat costituiscono una rete continua e interconnessa, la quale rete deve mirare al riequilibrio e alla riproduzione. Su piccola scala (piccola si fa per dire) anche la città deve adeguarsi a questa logica, ad esempio accettando pur in forma addomesticata inserimenti ambientali diversi da quelli classici, nelle forme di flora, fauna, interi sistemi, che possono e devono svolgere il medesimo ruolo strutturale delle reti tecniche, con eguale se non superiore gerarchia ad esempio nella priorità di investimenti. Per la città esistente questo vuol dire ripensare spesso in grande stile le proprie forme, e magari riflettere senza pregiudizi sul modello della new town, non del tipo speculativo berlusconiano o di certo suburbio liberista americano. La città, poco importa di quali dimensioni oggi, conta il contesto ambientale, non può espandersi oltre un certo limite. E questo limite è fissato appunto dal locale re della foresta che ci compare in giardino a frugare nella ciotola di Fido.

Un tema davvero poco teorico, sul quale varrà la pena di tornare. Per adesso segnalo ovviamente l’articolo Stephanie M. Dloniak “Il rebus del leone suburbanoThe New York Times 10 settembre 2012: l’autrice ovviamente affronta il tema da una posizione sostanzialmente giornalistica e conservazioni sta, ma sullo sfondo, come ho cercato di evidenziare io, c’è proprio l’idea di città, che con le cifre continuamente fornite da Onu-Habitat eccetera deve far riflettere. A differenza di quanto non faccia gran parte della politica oggi, ahimè.

Sul tema della nuova fauna negli habitat urbani, in questo sito nella sezione Ambiente (basta sfogliare) abbondano vari articoli internazionali.
Sulle infrastrutture verdi anche, ma il riferimento principale resta il documento guida TCPA sulle eco-città









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Il sito di Edoardo Salzano
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Bottini, Fabrizio
( 08.10.2013 09:04 )
Per motivi tecnici mi sono provvisoriamente trasferito sul sito Millennio Urbano che (tra l'altro) contribuisco a rilanciare dopo un periodo di transizione -->
Bottini, Fabrizio
( 08.09.2013 10:07 )
Da un paio di secoli l'umanità cerca di misurarsi in con la gigantesca ameba metropolitana scatenata dai cicli di industrializzazione: urbanisti, sociologi, scrittori, ora un regista. Ma la cultura italiana mica ci arriva
-->
Barzi, Michela
( 26.08.2013 09:34 )
Le diffidenze leghiste per le diversità si manifestano naturalmente con maggiore evidenza là dove il partito governa e imperversa. Ma si tratta di una cultura pervasiva, per nulla limitata a quei territori e probabilmente neppure limitata a quell'area politica, pronta a ripresentarsi in diversi contesti -->
( 22.08.2013 19:29 )
Gli spazi simbolo del ceto medio e dei suoi consumi opulenti, diventano sacche di disagio, come dimostra il compendio di ricerche della Brookings Institution sintetizzate in un volume. Il problema è di superare la logica di questo tipo di espansione urbana, e tornare a un modello integrato di città. Dalla rivista universitaria Knowledge Wharton, agosto 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 20.08.2013 18:49 )
La globalizzazione significa soprattutto (che piaccia o meno) essere ineluttabilmente inseriti in un flusso di decisioni interrelate: la tutela delle coste nella nostra bagnarola mediterranea, per esempio -->
Eisenberg, Richard
( 10.08.2013 10:28 )
Recensionee intervista su uno dei tanti libri americani dedicati a una questione che dovrebbe però interessare molto di più anche il resto del mondo: l'immaginario collettivo sull'abitare e i suoi risvolti sociali e ovviamente ambientali. Di fatto ci sono intere generazioni cresciute nel mito antiurbano, che deve essere in qualche modo superato, insieme al tipo di consumi che si porta dietro. Forbes, 9 agosto 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 21.07.2013 09:45 )
C'è sempre qualcosa di affascinante, e al tempo stesso inquietante, nel modo in cui ci adattiamo, o proviamo a adattarci, ai mutamenti ambientali del mondo che ci circonda. Specie quando si tratta di trasformazioni consapevolmente indotte da altri, per motivi affatto umanitari -->
Bottini, Fabrizio
( 16.07.2013 08:35 )
Oltre a dire qualcosa di sinistra, come auspicano e chiedono in tanti da troppo tempo, c'è anche un'altra possibilità: quella di fare concretamente, qualcosa di sinistra, ovvero mettere in pratica e verificare gli alti principi. C'è qualche vago segnale in questo senso, basta guardarlo -->
Bottini, Fabrizio
( 11.07.2013 08:13 )
Che fare quando le migliori (e celebrate) idee si dimostrano carenti? Negare l'evidenza, oppure provare a rifletterci sopra davvero, cercando di capire se e dove esiste qualcosa di sbagliato nel modello, o nella nostra interpretazione? -->
Hetherington, Peter
( 03.07.2013 13:12 )
Un urbanista americano, curiosamente noto soprattutto per essere stato preso a pugni da una contestatrice durante un'assemblea pubblica, ha anche parecchio altro da dire sulla professione, e il ruolo nella città e la società. The Guardian, 2 luglio 2013 (f.b.) -->
Bottini, Fabrizio
( 29.06.2013 10:53 )
C'è qualcosa che non torna nell'entusiasmo da un lato per tutte le possibili tecnologie smaterializzanti dell'universo, dall'altro nel permanere di una cultura degli spazi a dir poco novecentesca, industriale, segregata. Quanto c'è di malafede, e quanto di ignoranza? -->
Bottini, Fabrizio
( 28.04.2013 09:12 )
Il successo dei progetti di trasformazione urbana, come suggerisce il buon senso, dipende dal loro essere urbani, inseriti in un contesto ampio con cui entrano in sinergia. Ma il peggior cieco è chi non vuol vedere ciò che gli sta attorno -->
Walker, Alissa
( 02.04.2013 19:44 )
Vivere e camminare a Los Angeles, senza un'automobile, è compatibile con un'esistenza umana. Figuriamoci qui da noi. Los Angeles Magazine, 29 marzo 2013 -->
Vitullo-Martin, Julia
( 30.03.2013 19:30 )
I problemi insediativi, ambientali, socioeconomici, di qualità della vita, e infine politici, posti dal nuovo ruolo del cibo nella metropoli del terzo millennio. Non è il caso, come intuito in fondo dall'Expo milanese, di porre al centro la questione? Spotlight on the Region, marzo 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 30.03.2013 08:50 )
È passato più di un secolo da quando i futuristi volevano spazzar via tutta l'anticaglia che faceva da zavorra al progresso umano, e nel frattempo si è capito che non tutto è anticaglia e non tutto è zavorra. Però adesso un po' si esagera, in tutto il mondo, con le ideologie antimoderniste su misura -->

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