0 0 0
0
0 0 0 0 0 0
0


Mall International (in English)
0
0 > Sito di Fabrizio Bottini > Città > Spazi della dispersione

Un capannone ci seppellirà
Data di pubblicazione: 12.09.2012

Autore:

La cosa che più fa imbufalire, nell’azione del cosiddetto potere pubblico, è un uso del denaro del contribuente non solo del tutto discrezionale, ma contraddittorio per vasi non comunicanti. È il caso delle politiche economiche e di quelle ambientali, colpevolmente schizofreniche come dimostrano gli studi

C’è uno scontro in atto fra grandi guru dell’innovazione terzo millennio, che inonda web e carta stampata sul classico tema: città o dispersione? prossimità fisica e sostenibilità ambientale come presupposto ad un nuovo sviluppo, oppure classica idea di crescita infinita e speranza messianica in nuove inevitabili scoperte scientifiche e relative applicazioni tecnologiche? ,In breve, come abbastanza noto, Florida individua non solo nella sua creative class la nuova ondata di cittadini in senso stretto, che lavorano e abitano di preferenza in quartieri a basso impatto ambientale, ma rileva come sempre più imprese si stiano orientando verso le medesime aree, ponendo indirettamente le premesse perché anche altri posti di lavoro un po’ meno elitari si creino, alimentando il processo virtuoso di ri-urbanizzazione anti sprawl. Al contrario Steve Jobs, come ha ampiamente dimostrato in una delle ultime apparizioni pubbliche, davanti al consiglio comunale di Cupertino a promuovere il progetto di Norman Foster per la nuova sede-astronave della Apple, è legato mai e piedi al classico modello del technoburb, in cui al massimo gli impatti ambientali dei trasporti si attenuano comunicando con lo smartphone anzichébruciando benzina per spostarsi. E però in un contesto immutabile da Silicon Valley, dove dominano villette sparse nei baccelli cul-de-sac, centri commerciali, e isolatissimi parchi industriali e direzionali.

All’interno dei quali isolatissimi parchi, tra parentesi, a differenza dell’ambiente urbano esiste per forza una specie di monopolio culturale, oltre che il potere assoluto dell’impresa modello company town. Ma non facciamola troppo complicata, e restiamo agli aspetti ambientali. Notoriamente il processo di dispersione urbana non è fatto solo e soprattutto (come invece ci raccontano destrorsi e negazionisti vari da lustri) dalla libera scelta del cittadino di costruirsi la casetta immersa nel verde perché la famiglia recuperi il contatto con la natura. Si compone invece di una serie di spinte economiche pubblico-private, che sommano gli interessi dell’edilizia, della parallela valorizzazione fondiaria, degli operatori delle infrastrutture e delle reti di servizio, del mondo produttivo e dei servizi. L’elemento che lega tutto fisicamente è la rete stradale-autostradale, al punto che molti critici usano da anni il temine road gang (letteralmente banda di strada, teppistelli insomma) a definire il principale conglomerato di interessi che dal secondo dopoguerra ha spinto verso il modello di sviluppo territoriale disperso. Ed è evidente in questo caso il ruolo diretto della pubblica amministrazione, visto che senza le strade e autostrade opportunamente progettate e finanziate, anche la componente base privata del processo, ovvero l’automobile e tutto quanto le sta attorno, non avrebbe potuto occupare il suo ruolo centrale.

Abitazioni, posti di lavoro, infrastrutture e servizi: tutto in qualche modo alimentato dalla mano pubblica, e tutto per decenni cresciuto secondo lo sprawl territoriale oggi riconosciuto come modello insostenibile. E sono ormai diversi anni che la stessa pubblica amministrazione prova a adottare politiche urbanistiche tali da contenere in qualche modo (fermo restando il principio del libero mercato) i peggiori impatti ambientali dello spreco energetico, delle emissioni che inducono cambiamento climatico, dell’inquinamento dell’aria e del consumo di territorio. Ma, a differenza di quanto accade nel dibattito diretto, fra gli schierati con Florida e quelli dalla parte di Jobs, all’interno del potere pubblico pare che qualcuno non si parli proprio. Peggio ancora: che qualcuno faccia, e qualcun altro tranquillamente disfi, senza che nessuno se ne accorga. Il tutto buttando al vento risorse ambientali, denaro del contribuente, e buon senso. Del resto qualcosa del genere si può facilmente sospettare quando a fronte di dichiarazioni ufficiali in un senso poi queste sono contraddette nell’azione pratica. Certo potrebbe esserci malafede, cedimento a pressioni e ricatti di lobbies, ma come prova a spiegare un rapporto appena pubblicato il fattore incomunicabilità pare proprio di peso.

Good Jobs First è un progetto che unisce associazioni e funzionari pubblici nella verifica delle politiche economiche e sociali in rapporto alla sostenibilità. Il suo ultimo rapporto (settembre 2012) unisce a nuovi studi le conclusioni di moltissime ricerche precedenti. Da qui il titolo torrenziale, degno di certe tesi di laboratorio: Breaking Down Silos Between Economic Development and Public Transportation: An Evaluation of Four States’ Modest Efforts In Making Job Subsidies Location-Efficient.Titolo lunghissimo che però ben riassume il giudizio, ovvero ci sono almeno quattro stati importantissimi, che fanno riferimento a regioni metropolitane come Washington, Chicago, New York, San Francisco e Los Angeles, dove si continuano a erogare fondi pubblici a chi si insedia con attività economiche là dove di sicuro promuove dispersione. Ovvero, terra terra, in posti che non sono serviti dal trasporto collettivo, e obbligano a innescare in tutto o in parte i classici oliati meccanismi dello sprawl. Un’autorità pubblica che da un lato dice di promuovere lo sviluppo territoriale sostenibile, e poi eroga soldi che producono il contrario, pare schizofrenica, ma giudizi psichiatrici a parte, che dovrebbe fare invece?

Per esempio mettere per iscritto esplicitamente che chi vuole quei sussidi deve dimostrare la cosiddetta “efficienza localizzativa” rispetto al trasporto pubblico, e non lasciare tutta la virtù alla fiducia nei meccanismi di mercato, come forse suggerirebbe l’ottimista Richard Florida. Sono troppi i criteri che spingono in una direzione o nell’altra, e almeno l’operatore pubblico deve essere netto, chiaro, e contestuale. Nel senso di eliminare strutturalmente le barriere di comunicazione e azione fra settori: che senso ha fare piani e programmi su trasporti e infrastrutture se poi si erogano soldi alle imprese per localizzarsi altrove? I finanziamenti devono essere collegati al medesimo programma di investimenti territoriali, e anche gli obiettivi di “sviluppo” devono concretizzarsi in qualcosa di più preciso della classica produzione e distribuzione di ricchezza, ma inserirsi in un piano che abbia anche al proprio interno aspetti come casa, servizi, ambiente.

Per farla breve, i piani devono essere tali, e andare a comprendere un numero di variabili adeguato agli obiettivi dichiarati. Perché (e qui la cosa diventa davvero abbastanza surreale) in teoria gli Stati oggetto di analisi politiche del genere le hanno già attivate da tempo, ma in parallelo con altre diverse: linee di finanziamento pubblico per la localizzazione industriale che si fanno concorrenza tra di loro! Il che fa ripensare davvero alla teoria giudicata un po’ estremista della road gang, per dire quanto appaia vivace il medesimo atteggiamento, e quanto invece “infiltrato” l’approccio sostenibile. Un contentino a qualche rompiscatole, più che una vera svolta, come se l’ambiente fosse un lusso, uno sfizio, il consumo di territorio una cosa domenicale da discutere nella trattoria Slow Food, prima di tornare alle cose serie.


File allegati

Development_and_Transport ( Development_and_Transport.pdf 198.90 KB )
Rapporto su sussidi e sprawl, sett. 2012







0

Il sito di Edoardo Salzano
0
Bottini, Fabrizio
( 08.10.2013 09:04 )
Per motivi tecnici mi sono provvisoriamente trasferito sul sito Millennio Urbano che (tra l'altro) contribuisco a rilanciare dopo un periodo di transizione -->
Bottini, Fabrizio
( 08.09.2013 10:07 )
Da un paio di secoli l'umanità cerca di misurarsi in con la gigantesca ameba metropolitana scatenata dai cicli di industrializzazione: urbanisti, sociologi, scrittori, ora un regista. Ma la cultura italiana mica ci arriva
-->
Barzi, Michela
( 26.08.2013 09:34 )
Le diffidenze leghiste per le diversità si manifestano naturalmente con maggiore evidenza là dove il partito governa e imperversa. Ma si tratta di una cultura pervasiva, per nulla limitata a quei territori e probabilmente neppure limitata a quell'area politica, pronta a ripresentarsi in diversi contesti -->
( 22.08.2013 19:29 )
Gli spazi simbolo del ceto medio e dei suoi consumi opulenti, diventano sacche di disagio, come dimostra il compendio di ricerche della Brookings Institution sintetizzate in un volume. Il problema è di superare la logica di questo tipo di espansione urbana, e tornare a un modello integrato di città. Dalla rivista universitaria Knowledge Wharton, agosto 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 20.08.2013 18:49 )
La globalizzazione significa soprattutto (che piaccia o meno) essere ineluttabilmente inseriti in un flusso di decisioni interrelate: la tutela delle coste nella nostra bagnarola mediterranea, per esempio -->
Eisenberg, Richard
( 10.08.2013 10:28 )
Recensionee intervista su uno dei tanti libri americani dedicati a una questione che dovrebbe però interessare molto di più anche il resto del mondo: l'immaginario collettivo sull'abitare e i suoi risvolti sociali e ovviamente ambientali. Di fatto ci sono intere generazioni cresciute nel mito antiurbano, che deve essere in qualche modo superato, insieme al tipo di consumi che si porta dietro. Forbes, 9 agosto 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 21.07.2013 09:45 )
C'è sempre qualcosa di affascinante, e al tempo stesso inquietante, nel modo in cui ci adattiamo, o proviamo a adattarci, ai mutamenti ambientali del mondo che ci circonda. Specie quando si tratta di trasformazioni consapevolmente indotte da altri, per motivi affatto umanitari -->
Bottini, Fabrizio
( 16.07.2013 08:35 )
Oltre a dire qualcosa di sinistra, come auspicano e chiedono in tanti da troppo tempo, c'è anche un'altra possibilità: quella di fare concretamente, qualcosa di sinistra, ovvero mettere in pratica e verificare gli alti principi. C'è qualche vago segnale in questo senso, basta guardarlo -->
Bottini, Fabrizio
( 11.07.2013 08:13 )
Che fare quando le migliori (e celebrate) idee si dimostrano carenti? Negare l'evidenza, oppure provare a rifletterci sopra davvero, cercando di capire se e dove esiste qualcosa di sbagliato nel modello, o nella nostra interpretazione? -->
Hetherington, Peter
( 03.07.2013 13:12 )
Un urbanista americano, curiosamente noto soprattutto per essere stato preso a pugni da una contestatrice durante un'assemblea pubblica, ha anche parecchio altro da dire sulla professione, e il ruolo nella città e la società. The Guardian, 2 luglio 2013 (f.b.) -->
Bottini, Fabrizio
( 29.06.2013 10:53 )
C'è qualcosa che non torna nell'entusiasmo da un lato per tutte le possibili tecnologie smaterializzanti dell'universo, dall'altro nel permanere di una cultura degli spazi a dir poco novecentesca, industriale, segregata. Quanto c'è di malafede, e quanto di ignoranza? -->
Bottini, Fabrizio
( 28.04.2013 09:12 )
Il successo dei progetti di trasformazione urbana, come suggerisce il buon senso, dipende dal loro essere urbani, inseriti in un contesto ampio con cui entrano in sinergia. Ma il peggior cieco è chi non vuol vedere ciò che gli sta attorno -->
Walker, Alissa
( 02.04.2013 19:44 )
Vivere e camminare a Los Angeles, senza un'automobile, è compatibile con un'esistenza umana. Figuriamoci qui da noi. Los Angeles Magazine, 29 marzo 2013 -->
Vitullo-Martin, Julia
( 30.03.2013 19:30 )
I problemi insediativi, ambientali, socioeconomici, di qualità della vita, e infine politici, posti dal nuovo ruolo del cibo nella metropoli del terzo millennio. Non è il caso, come intuito in fondo dall'Expo milanese, di porre al centro la questione? Spotlight on the Region, marzo 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 30.03.2013 08:50 )
È passato più di un secolo da quando i futuristi volevano spazzar via tutta l'anticaglia che faceva da zavorra al progresso umano, e nel frattempo si è capito che non tutto è anticaglia e non tutto è zavorra. Però adesso un po' si esagera, in tutto il mondo, con le ideologie antimoderniste su misura -->

Chi fa Eddyburg | Copyright e responsabilità | Sostenere Eddyburg | Chi sostiene Eddyburg