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Mall International (in English)
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Allentare i vincoli sulle campagne è un rischio
Data di pubblicazione: 15.09.2012

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Certamente, come ripetono fino alla noia certi governanti contabili, pompare cemento sopra gli spazi aperti è un’attività economica: ma produce davvero ricchezza? Ovvero ci fa andare avanti verso un obiettivo condivisibile? Un intervento critico – addirittura – sul Financial Times, 8 settembre 2012, postilla

Titolo originale: Loosen the green belt at our peril – Scelto e tradotto da Fabrizio Bottini

John Loudon, il giornalista e giardiniere del diciannovesimo secolo gran consumatore di laudano, poi morto mentre ancora dettava alla moglie malata, proponeva il concetto di “spazi per respirare”. Anelli concentrici di verde concepiti per funzionare come “polmoni” delle zone edificate e dei loro abitanti. Quella di Loudon in fondo non è che una anticipazione di quanto sarà poi la green belt britannica. Negli anni ‘50, dopo la legge urbanistica del 1947, la green belt diventò una realtà, anche se non era quella che aveva immaginato Loudon [la signora, esperta di casa e giardino, ignora non so quanto volutamente tale Ebenezer Howard n.d.t.]. Arginava le costruzioni in modo definitivo, così che le aree urbane non potessero invadere questa piccola isola. Da allora, si è tutelata così il 12% della superficie del paese a green belt, con percentuali più basse là dove comunque i livelli demografici sono non allarmanti.

Ma questi lussureggianti tratti di rus in urbe oggi sono presi di mira dal governo, ansioso di stimolare l’economia sostenendo il settore edilizio. Chi non sarebbe un po’ d’accordo, vista anche l’ascesa inarrestabile dei prezzi nel mercato londinese? Le ultime statistiche di Knight Frank mostrano incrementi annuali di quasi il 10%. “Attenuare” i vincoli urbanistici sulla green belt per consentire l’edificazione di sicuro farà guadagnare, creerà posti di lavoro facili e immediati. Ma distruggerà anche ciò che rende la green belt, nonché gli insediamenti al suo interno, tanto belli; e si tratta esattamente delle qualità che attirano prima di tutto le trasformazioni edilizie. Il suono dei registratori di cassa in questi bei territori verdeggianti magari può suonare gradevole, ma come lo spirito pubblico di Loudon avrebbe immediatamente colto, una svendita si tradurrebbe in un vantaggio per pochi, e in un danno per tutti.

Se invece il ministro delle finanze George Osborne rivolgesse lo sguardo alle oscure sataniche ciminiere, forse riuscirebbe lo stesso ad evocare denaro e posti di lavoro, elevando moralmente sé stesso e il resto del governo. Chiunque viaggi in treno sa bene quanto abbondino superfici industriali dismesse e abbandonate, dentro e attorno a Londra quanto nel resto del paese. A livello nazionale, le superfici dismesse sono sufficienti per costruire un milione e mezzo di nuove abitazioni. A Londra esistono 3.580 ettari di ex industrie disponibili, secondo la banca dati governativa aggiornata al 2009: abbastanza per 452.110 case. Chiunque conosca Londra sa bene quanto trabocchi di palazzo per uffici vuoti. Ammorbidire le norme sul cambiamento di destinazione d’uso a residenziale, aggiungere incentivi per il riuso di aree industriali, basterebbe a far sì che di colpo si possano accendere i motori delle ruspe, quelli dell’economia, creando posti di lavoro.

Se i costruttori tentennano davanti all’idea di dover bonificare quegli spazi, che ne direbbe il governo di istituire un ente pubblico a questo scopo, creando tra l’altro nuovo lavoro? Le aree ripulite poi si potrebbero cedere a prezzi adeguatamente aggiustati alla loro nuova qualità. Questa attenzione al territorio, all’equilibrio città/campagna, non è una nostra questione nazionale particolare. Risulta essenziale se pensiamo ai sette miliardi (e in crescita) di noi che abitano il mondo, specie dopo il 2008 quando, per la prima volta nella storia del pianeta, sono più gli abitanti delle città di quelli delle campagne. Ma in Gran Bretagna è nata l’avanguardia di queste idee originali di tutela del territorio, il concetto di fragilità e importanza che oggi pare avere tanto poco peso nelle politiche di breve respiro di chi decide, come se si trattasse semplicemente di un po’ di argenteria di famiglia di cui liberarsi se i tempi si fanno difficili. La formula del nostro ministro Osborne di lasciare che si costruisce sulla green belt non coglie il senso della questione. Il problema è di organizzazione del costruito, con un polmone verde permanente, un controllo costante sul tipo di trasformazioni.

Non fosse stato per visionari come Loudon, che comprendeva l’importanza dell’equilibrio città/campagna, e che tra l’altro realizzò il più antico parco pubblico esistente del paese (Derby Arboretum), o del grande progettista di paesaggio americano Frederick Law Olmsted, che propose una sua elegante versione della green belt (la “Collana di smeraldi” dei parchi attorno a Boston), oggi forse avremmo già ovunque solo dispersione urbana, invece di qualche equilibrio. Nelle aree dove si è pianificato con giudizio, città e campagna si distinguono, non formano un confuso agglomerato. I centri sono un vitale cocktail di spettacolo, gente, arte, parchi, architetture vecchie e nuove, luoghi di incontro, bar, ristoranti. È questo che le rende tanto attraenti. La green belt fa sì che per gli abitanti delle città restino a portata di mano sia questa attività intensa che le zone rurali.

Chi afferma che alcune zone della green belt sono brutte, o troppo coltivate per essere davvero da tutelare, dovrebbe ricordare che hanno sostanzialmente un ruolo di margine. E costruire è qualcosa da cui non si torna indietro, la trasformazione resta. Mentre anche un campo dove crescono solo erbacce lo si può ripulire. Anche nel posto più schifoso vivono miriadi di ragni, cavallette, passeri, insetti, e soprattutto verde, spazio per i cittadini e confine alla città. Un tesoro naturale a disposizione di chiunque voglia magari costruirci capanne o dalla caccia alle cavallette, come facevo io nel prato di periferia (oggi è diventato un parcheggio) da piccola dietro casa. Non sai quel che perdi, finché è sparito per sempre. [“You don’t know what you’ve got till it’s gone”: ma quest’ultima frase è il ritornello di Joni Mitchell, nella sua famosa canzone ambientalista anni ’70 n.d.t.]

postilla
Proprio in questi giorni in Italia con gran pompa si è lanciato in Italia il decreto del ministero per le politiche agricole contro lo spreco di suoli nelle campagne per funzioni propriamente o impropriamente urbane. Un fatto positivo certamente, visto che in fondo ce lo dice il buon senso: non si può asfaltare e cementificare tutto, anche la produzione agricola e gli spazi aperti hanno (ma guarda un po’) senso. Occorre però sottolineare quanto, allo stesso modo in cui gran parte dell’opposizione conservatrice britannica, anche il nostro governo tecnico veda il contenimento del consumo di suolo in termini parziali e di settore. Ovvero agendo in termini di tutela di un aspetto rispetto all’altro, ovvero quella politica urbanistica e infrastrutturale a quanto pare immancabile nel Dna della politica di oggi, di destra, di sinistra o di centro che dir si voglia. Senza chiedersi mai se, invece di costruire barriere e vincoli, non sarebbe il caso di ragionare davvero in termini politici più alti, ponendo di nuovo la storica questione del rapporto fra città e campagna, ovvero in fondo l’antica tradizionale dizione di quanto oggi si chiama a proposito e a sproposito sostenibilità (f.b.)









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Il sito di Edoardo Salzano
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Bottini, Fabrizio
( 08.10.2013 09:04 )
Per motivi tecnici mi sono provvisoriamente trasferito sul sito Millennio Urbano che (tra l'altro) contribuisco a rilanciare dopo un periodo di transizione -->
Bottini, Fabrizio
( 08.09.2013 10:07 )
Da un paio di secoli l'umanità cerca di misurarsi in con la gigantesca ameba metropolitana scatenata dai cicli di industrializzazione: urbanisti, sociologi, scrittori, ora un regista. Ma la cultura italiana mica ci arriva
-->
Barzi, Michela
( 26.08.2013 09:34 )
Le diffidenze leghiste per le diversità si manifestano naturalmente con maggiore evidenza là dove il partito governa e imperversa. Ma si tratta di una cultura pervasiva, per nulla limitata a quei territori e probabilmente neppure limitata a quell'area politica, pronta a ripresentarsi in diversi contesti -->
( 22.08.2013 19:29 )
Gli spazi simbolo del ceto medio e dei suoi consumi opulenti, diventano sacche di disagio, come dimostra il compendio di ricerche della Brookings Institution sintetizzate in un volume. Il problema è di superare la logica di questo tipo di espansione urbana, e tornare a un modello integrato di città. Dalla rivista universitaria Knowledge Wharton, agosto 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 20.08.2013 18:49 )
La globalizzazione significa soprattutto (che piaccia o meno) essere ineluttabilmente inseriti in un flusso di decisioni interrelate: la tutela delle coste nella nostra bagnarola mediterranea, per esempio -->
Eisenberg, Richard
( 10.08.2013 10:28 )
Recensionee intervista su uno dei tanti libri americani dedicati a una questione che dovrebbe però interessare molto di più anche il resto del mondo: l'immaginario collettivo sull'abitare e i suoi risvolti sociali e ovviamente ambientali. Di fatto ci sono intere generazioni cresciute nel mito antiurbano, che deve essere in qualche modo superato, insieme al tipo di consumi che si porta dietro. Forbes, 9 agosto 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 21.07.2013 09:45 )
C'è sempre qualcosa di affascinante, e al tempo stesso inquietante, nel modo in cui ci adattiamo, o proviamo a adattarci, ai mutamenti ambientali del mondo che ci circonda. Specie quando si tratta di trasformazioni consapevolmente indotte da altri, per motivi affatto umanitari -->
Bottini, Fabrizio
( 16.07.2013 08:35 )
Oltre a dire qualcosa di sinistra, come auspicano e chiedono in tanti da troppo tempo, c'è anche un'altra possibilità: quella di fare concretamente, qualcosa di sinistra, ovvero mettere in pratica e verificare gli alti principi. C'è qualche vago segnale in questo senso, basta guardarlo -->
Bottini, Fabrizio
( 11.07.2013 08:13 )
Che fare quando le migliori (e celebrate) idee si dimostrano carenti? Negare l'evidenza, oppure provare a rifletterci sopra davvero, cercando di capire se e dove esiste qualcosa di sbagliato nel modello, o nella nostra interpretazione? -->
Hetherington, Peter
( 03.07.2013 13:12 )
Un urbanista americano, curiosamente noto soprattutto per essere stato preso a pugni da una contestatrice durante un'assemblea pubblica, ha anche parecchio altro da dire sulla professione, e il ruolo nella città e la società. The Guardian, 2 luglio 2013 (f.b.) -->
Bottini, Fabrizio
( 29.06.2013 10:53 )
C'è qualcosa che non torna nell'entusiasmo da un lato per tutte le possibili tecnologie smaterializzanti dell'universo, dall'altro nel permanere di una cultura degli spazi a dir poco novecentesca, industriale, segregata. Quanto c'è di malafede, e quanto di ignoranza? -->
Bottini, Fabrizio
( 28.04.2013 09:12 )
Il successo dei progetti di trasformazione urbana, come suggerisce il buon senso, dipende dal loro essere urbani, inseriti in un contesto ampio con cui entrano in sinergia. Ma il peggior cieco è chi non vuol vedere ciò che gli sta attorno -->
Walker, Alissa
( 02.04.2013 19:44 )
Vivere e camminare a Los Angeles, senza un'automobile, è compatibile con un'esistenza umana. Figuriamoci qui da noi. Los Angeles Magazine, 29 marzo 2013 -->
Vitullo-Martin, Julia
( 30.03.2013 19:30 )
I problemi insediativi, ambientali, socioeconomici, di qualità della vita, e infine politici, posti dal nuovo ruolo del cibo nella metropoli del terzo millennio. Non è il caso, come intuito in fondo dall'Expo milanese, di porre al centro la questione? Spotlight on the Region, marzo 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 30.03.2013 08:50 )
È passato più di un secolo da quando i futuristi volevano spazzar via tutta l'anticaglia che faceva da zavorra al progresso umano, e nel frattempo si è capito che non tutto è anticaglia e non tutto è zavorra. Però adesso un po' si esagera, in tutto il mondo, con le ideologie antimoderniste su misura -->

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