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Mall International (in English)
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La clonazione globalizzata dei quartieri
Data di pubblicazione: 16.09.2012

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Spesso si portano avanti, anche giustamente, importanti battaglie urbanistiche e sociali contro la grande distribuzione organizzata che coi suoi scatoloni cancella pezzi di città. Esiste però un problema molto più diretto e pressante, che ha ripercussioni spaziali ed economiche altrettanto importanti di medio periodo

Qualche anno fa mi è capitato di perdermi sotto casa, un po’ per distrazione, un po’ per gli effetti della globalizzazione. Pensando a tutt’altro sono uscito dalla porta, e orientandomi coi classici segni di un centro urbano cercavo di andare da qualche parte, apparentemente senza riuscirci: cosa che mi ha fatto smettere di colpo col mio sovrappensiero, e iniziare a far mente locale. Il problema, ho capito immediatamente dandomi dell’imbecille, era innanzitutto che la porta da cui ero uscito non era affatto quella di casa ma quella di un albergo a parecchie centinaia di chilometri da casa, e ovviamente gli angoli che avevo girato con orgogliosa distratta sicurezza erano quelli di tutt’altra città, dove stavo per un convegno. Guardandomi attorno, però, quella volta non ho potuto fare a meno di chiedermi come mai la confusione mi aveva travolto a quel punto, e ho trovato al volo almeno una risposta: ero stato ingannato per l’ennesima volta dall’effetto grande distribuzione, ma stavolta con una variante che dava un pochino i brividi. Se ci pensate qualche istante forse è capitato spesso anche a voi, nella forma basica.

Si entra in un negozio o supermercato di una certa catena abituale, e ci si muove a proprio agio, anche con qualche automatismo, finché non si paga alla cassa e ci si avvia all’uscita. Solo in quel momento, allontanandosi dall’ambiente standardizzato secondo i criteri del marchio di insegna, si rientra nel mondo esterno, facendo a volte la scoperta di essere in un luogo diverso da quello che si pensava sino a pochi secondi prima. Ad esempio se ci si è fermati a far spesa su un percorso diverso dal solito, scordandosene all’entrata e riscoprendolo solo quando sullo skyline del parcheggio si profilano forme diverse da quelle che ci si aspettava. Succede anche nella stessa area urbana o metropolitana, coi marchi più diffusi localmente, ma capita pure in posti lontanissimi. Nel mio caso di disorientamento raccontato sopra, la faccenda era però più grave. Perché dalla porta dell’albergo non ero entrato in un negozio, ma in un quartiere urbano centrale, dove però quasi tutto, dalle insegne, agli arredi, ai colori, pareva identico a quello che mi trovo sotto casa, per centinaia e centinaia di metri. Gli studiosi hanno trovato anni fa una definizione inquietante per questo fenomeno: clone town.

Il termine, città-clone, è stato coniato originariamente dal centro studi britannico New Economics Foundation, a definire le arterie commerciali di città grandi e piccole dove, in modo apparentemente indolore, comparivano progressivamente i principali marchi globalizzati, o nazionali, con le loro vetrine e insegne di moda, arredamento, ristorazione ecc. I ricercatori avevano scoperto come le scelte specifiche e individuali di ciascuna catena finivano per costruire spazi complessi più o meno identici là dove prima c’era un quartiere molto particolare, distinguibile, coi suoi negozi, la sua gente, il suo folklore, e magari pure un po’ di cose non bellissime, che però lo distinguevano. Non si tratta ovviamente di sole facciate o scritte, ma di un vero e proprio ambiente, un habitat diciamo, dove le distanze, la percezione, le proporzioni, finiscono per confondere chi ci sta dentro. E finiscono anche per appiattire tutto il sistema sociale che al quartiere ruota attorno, sia per i meccanismi diretti di mercato (con una grande catena difficilmente i proprietario o gestore abita nello stesso edificio, e neppure nei paraggi), sia per gli interventi pubblici, dalle pedonalizzazioni, al verde, agli arredi, alle facilitazioni in cambio di nuovi posti di lavoro, che quasi sempre calcolano le ricerche sono molti meno di quelli che si sono eliminati con gli esercizi originali.

Le clone-town della New Economics Foundation sono soprattutto le ex high street delle città e cittadine britanniche, e la discussione è aperta a livello nazionale da tempo, al punto che anche il liberista governo di coalizione attuale ha nominato una autorità per studiare e coordinare interventi pubblici ad arginare il fenomeno. Ma accade che questa tendenza dilaghi in tutto il mondo, incontrando (come del resto succede con gli scatoloni commerciali suburbani) solo resistenze conservatrici, guerre tra bottegai, posizioni localiste che di solito crollano davanti ai meccanismi correnti della concorrenza. Il fenomeno inizia ad apparire evidente per esempio nelle nostre città italiane d’arte, di cui si lamenta la perdita di specificità: fast food al posto di ristoranti tradizionali, grandi superfici – come nel progetto di Rem Koolhaas per Benetton a Venezia di fianco a Rialto – invece dei negozi tradizionali, e ovviamente le vistose insegne che a parere di molti fanno a pugni con l’immagine della città antica. Ci sono però spazi se possibile ancora più sensibili dei centri storici a questo cambiamento.

Un articolo pubblicato da poco sul New York Times chiama già nel titolo i parigini Champs Èlysées Mall of America, paragonando esplicitamente una delle arterie più conosciute e apparentemente caratterizzate del mondo, allo scatolone di centro commerciale per antonomasia: quei cinquecentomila metri quadri in un solo edificio, circondati da svincoli della Interstate alla periferia di Minneapolis. Lo spunto del pezzo, rivolto ovviamente ai propri connazionali, è quello di denunciare la potenza di fuoco dei vari McDonalds quando fanno piazza pulita della ristorazione locale, ma anche di sottolineare sino a che punto l’infinita prospettiva urbana da Place de la Concorde all’Arco di Trionfo stia perdendo tutto ciò che la rende tale, salvo forse qualche dettaglio architettonico. Un tempo si parlava – e ancor oggi si racconta - di terziarizzazione e gentrification dei centri storici, quando alle botteghe subentravano le banche, al cortile degli artigiani i negozi di moda, e ai piani superiori invece di chi lavorava alle vecchie attività si insediava qualche famiglia borghese, o il complesso di monolocali in affitto per gli yuppies di passaggio. Con le città clone succede anche di peggio.

Il centro storico invaso da banche e negozi di abbigliamento, se non altro (tocca contentarsi, di questi tempi) mantiene una certa identità spaziale, lo si riconosce ancora, anche se in effetti dista anni luce da quanto era una generazione fa. Le arterie urbane clonate dai grandi marchi che agiscono in serie vanno oltre la sola trasformazione socioeconomica, che pure un pochino di complessità residua la lascia: piallano lo spazio e lo desertificano, mettendo le premesse per una specie di villaggio-outlet versione centrale, di cui l’invasione delle insegne e dei restauri fashion è solo la prima mossa. Si lamenta che con la crisi attuale e dei consumi (ad esempio i consumi di benzina) si stia indebolendo il fascino dello shopping mall nella sua versione classica. Il segnale più vistoso, di cui si è parlato anche su questo sito, è la ricerca di formati meno ingombranti anche da parte dei marchi big-box, quelli che di solito vanno a colpi di decine di migliaia di metri quadrati per volta. Ma su questo versante le città hanno una carta strategica da giocare, se non altro in teoria, e sono le norme urbanistiche: superfici, altezze, traffico indotto, parcheggi ecc. : le quantità pure si possono governare, o comunque si può tentare di farlo.

Quando apparentemente nulla cambia, come nei casi di clonazione, è molto più difficile accorgersene e intervenire. Un negozio è un negozio, dieci negozi sono dieci negozi …. E invece no. Invece accade che le insegne circondino fisicamente un contesto sino a renderlo proprio, esattamente come se avessero costruito un muro. Esattamente come accade in certi casi di mallizzazione strisciante, quelli ad esempio studiati a Londra da Anna Minton e raccolti nel suo impressionante Ground Control. Scomparsa dello spazio pubblico, scomparsa della società locale, scomparsa dell’identità spaziale e dei rapporti sociali che sottende. Il tutto sostituito da una specie di militarizzazione urbana, che diventa anche molto tangibile quando con la complicità di una classe politica ignorante (o corrotta) si introducono nuove norme per la sicurezza. È successo anche a Milano con la scorsa amministrazione, quando da un lato si voleva “rilanciare” la Galleria Vittorio Emanuele, dall’altro la si voleva trasformare in sistema chiuso (con la scusa dell’aria condizionata) a ingresso regolamentato e vigilanza pagata dalle grandi catene.

C’è una soluzione? O, meglio, c’è una soluzione che vada oltre quella di breve respiro della difesa dello status quo, dello schieramento conservazionista di breve respiro, della lobby del commercio locale che esercita pressioni sui partiti (finché i grandi marchi non ne esercitano una maggiore)? Difficile trovare il bandolo della matassa, ma certamente a una spinta complessa deve corrispondere una controspinta altrettanto complessa. La stessa Anna Minton lamentando la privatizzazione dello spazio pubblico indica come responsabili i Business Improvement District, associazioni di imprese che svolgono sullo spazio fisico il medesimo processo che le insegne impongono a quello socioeconomico: circondare, appropriarsene, sottrarre al controllo collettivo. In alcuni casi esistono però leggi che regolamentano la formazione di questi BID, conferendo un ruolo centrale sia agli organismi eletti e tecnici municipali o metropolitani, sia a soggetti diversi come i cittadini, singoli o associati. Certo, potrebbe osservare qualcuno, si tratta di intervenire sugli effetti (il quartiere clonato) anziché sulle cause (lo strapotere delle grandi imprese), ma non è detto che un percorso in grado di risalire la corrente dei processi di trasformazione non possa in qualche modo modificarne anche l’origine, o quantomeno indicare prospettive diverse.

Sui temi e autori citati in questo articolo si vedano almeno:
Steven Erlanger, “ Champs Èlysées, Mall of America”, The New York Times, 14 settembre 2012
New Economics Foundation, Fuga dalla Città-Clone, rapporto settembre 2010
Anna Minton, Le città nelle città che si divorano le strade, dicembre 2009
Lorlene Hoyt, Il concetto di Business Improvement District, 2004









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Il sito di Edoardo Salzano
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Bottini, Fabrizio
( 08.10.2013 09:04 )
Per motivi tecnici mi sono provvisoriamente trasferito sul sito Millennio Urbano che (tra l'altro) contribuisco a rilanciare dopo un periodo di transizione -->
Bottini, Fabrizio
( 08.09.2013 10:07 )
Da un paio di secoli l'umanità cerca di misurarsi in con la gigantesca ameba metropolitana scatenata dai cicli di industrializzazione: urbanisti, sociologi, scrittori, ora un regista. Ma la cultura italiana mica ci arriva
-->
Barzi, Michela
( 26.08.2013 09:34 )
Le diffidenze leghiste per le diversità si manifestano naturalmente con maggiore evidenza là dove il partito governa e imperversa. Ma si tratta di una cultura pervasiva, per nulla limitata a quei territori e probabilmente neppure limitata a quell'area politica, pronta a ripresentarsi in diversi contesti -->
( 22.08.2013 19:29 )
Gli spazi simbolo del ceto medio e dei suoi consumi opulenti, diventano sacche di disagio, come dimostra il compendio di ricerche della Brookings Institution sintetizzate in un volume. Il problema è di superare la logica di questo tipo di espansione urbana, e tornare a un modello integrato di città. Dalla rivista universitaria Knowledge Wharton, agosto 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 20.08.2013 18:49 )
La globalizzazione significa soprattutto (che piaccia o meno) essere ineluttabilmente inseriti in un flusso di decisioni interrelate: la tutela delle coste nella nostra bagnarola mediterranea, per esempio -->
Eisenberg, Richard
( 10.08.2013 10:28 )
Recensionee intervista su uno dei tanti libri americani dedicati a una questione che dovrebbe però interessare molto di più anche il resto del mondo: l'immaginario collettivo sull'abitare e i suoi risvolti sociali e ovviamente ambientali. Di fatto ci sono intere generazioni cresciute nel mito antiurbano, che deve essere in qualche modo superato, insieme al tipo di consumi che si porta dietro. Forbes, 9 agosto 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 21.07.2013 09:45 )
C'è sempre qualcosa di affascinante, e al tempo stesso inquietante, nel modo in cui ci adattiamo, o proviamo a adattarci, ai mutamenti ambientali del mondo che ci circonda. Specie quando si tratta di trasformazioni consapevolmente indotte da altri, per motivi affatto umanitari -->
Bottini, Fabrizio
( 16.07.2013 08:35 )
Oltre a dire qualcosa di sinistra, come auspicano e chiedono in tanti da troppo tempo, c'è anche un'altra possibilità: quella di fare concretamente, qualcosa di sinistra, ovvero mettere in pratica e verificare gli alti principi. C'è qualche vago segnale in questo senso, basta guardarlo -->
Bottini, Fabrizio
( 11.07.2013 08:13 )
Che fare quando le migliori (e celebrate) idee si dimostrano carenti? Negare l'evidenza, oppure provare a rifletterci sopra davvero, cercando di capire se e dove esiste qualcosa di sbagliato nel modello, o nella nostra interpretazione? -->
Hetherington, Peter
( 03.07.2013 13:12 )
Un urbanista americano, curiosamente noto soprattutto per essere stato preso a pugni da una contestatrice durante un'assemblea pubblica, ha anche parecchio altro da dire sulla professione, e il ruolo nella città e la società. The Guardian, 2 luglio 2013 (f.b.) -->
Bottini, Fabrizio
( 29.06.2013 10:53 )
C'è qualcosa che non torna nell'entusiasmo da un lato per tutte le possibili tecnologie smaterializzanti dell'universo, dall'altro nel permanere di una cultura degli spazi a dir poco novecentesca, industriale, segregata. Quanto c'è di malafede, e quanto di ignoranza? -->
Bottini, Fabrizio
( 28.04.2013 09:12 )
Il successo dei progetti di trasformazione urbana, come suggerisce il buon senso, dipende dal loro essere urbani, inseriti in un contesto ampio con cui entrano in sinergia. Ma il peggior cieco è chi non vuol vedere ciò che gli sta attorno -->
Walker, Alissa
( 02.04.2013 19:44 )
Vivere e camminare a Los Angeles, senza un'automobile, è compatibile con un'esistenza umana. Figuriamoci qui da noi. Los Angeles Magazine, 29 marzo 2013 -->
Vitullo-Martin, Julia
( 30.03.2013 19:30 )
I problemi insediativi, ambientali, socioeconomici, di qualità della vita, e infine politici, posti dal nuovo ruolo del cibo nella metropoli del terzo millennio. Non è il caso, come intuito in fondo dall'Expo milanese, di porre al centro la questione? Spotlight on the Region, marzo 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 30.03.2013 08:50 )
È passato più di un secolo da quando i futuristi volevano spazzar via tutta l'anticaglia che faceva da zavorra al progresso umano, e nel frattempo si è capito che non tutto è anticaglia e non tutto è zavorra. Però adesso un po' si esagera, in tutto il mondo, con le ideologie antimoderniste su misura -->

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