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Mall International (in English)
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Se Shanghéi avesse lu mére sarebbe una piccola Beri!
Data di pubblicazione: 17.09.2012

Autore:

Non c’è niente da fare: per cacciare qualcosa nella testa della gente è indispensabile far sbattere la testa contro il muro a quasi tutti. Per quanto riguarda la Cina l’unica speranza è che queste botte contro il muro siano abbastanza veloci da evitare la catastrofe per il resto del mondo

Ennesimo riassunto delle puntate precedenti: negli anni ’30 del secolo scorso è di gran moda ragionare in termini di disurbanizzazione, vuoi per motivi di potere (l’ideologia antiurbana dei fascismi), vuoi per un’utopia sociale, tecnologica,di libertà individuale (da Frank Lloyd Wright agli epigoni delle utopie ottocentesche), vuoi per strategie di sviluppo e di mercato (il nascente blocco degli interessi automobilistici, petroliferi, edilizio-fondiari). Qualcuno inizia vagamente e istintivamente a portare alcune critiche a questo modello di proto-sprawl, ma la cosa passa totalmente inosservata, e anche i critici più feroci di tipo conservazioni sta non colgono la portata del fenomeno. Che solo nel secondo dopoguerra raggiunge la fase matura, quando con Victor Gruen ne viene perfezionato definitivamente il vero ombelico sociale, architettonico, economico: il centro commerciale chiuso extraurbano a scatolone , che dagli anni ’50 in poi si diffonderà identico in tutto il mondo, insieme naturalmente all’intero contesto che lo contiene e gli gira attorno.

Fra i primi a capire che qualcosa non va, oltre ai più noti William Whyte o per altri versi Jane Jacobs , c’è proprio lo stesso Gruen, che contemporaneamente al lancio del suo leggendario prototipo del Southdale Mall, a Edina vicino a Minneapolis, scrive un lunghissimo saggio per la prestigiosa rivista economica di Harvard, sostenendo una tesi che oggi ci pare quasi banale: occorre un certo equilibrio territoriale fra centro e periferia, non ha senso svuotare come gusci marci le grandi aree metropolitane, abbandonandole a sé stesse mentre avanza la nuova frontiera del suburbio infinito fatto tutto di casette, autostrade, e shopping mall. Gli americani inizieranno via via a imparare quanto avesse ragione Gruen, ma nel frattempo la macchina infernale del modello di sviluppo dove tutto si tiene, col mattone e il petrolio al centro, era stata esportata con successo. Ce ne vuole di tempo per capire, almeno chi volesse capire davvero, quanto male faccia all’ambiente, alla società, allo spreco di risorse non solo naturali, questo modello. Per esempio in Italia siamo ancora solo all’inizio, alla fase delle sensazioni e intuizioni, ad esempio quando i cittadini si lamentano del prezzo della benzina ma sono obbligati a usare l’auto, o i bottegai piangono la concorrenza sleale dei grandi ipermercati che fanno il tre per due.

Da almeno una decina d’anni, poi, la punta di diamante nello sviluppo dei grandi (o per meglio dire giganteschi) centri commerciali è la Cina, con l’accelerata fuga dalle campagne e parallela espansione suburbana, poderoso incremento della motorizzazione privata e delle grandi arterie. Non passava giorno che questo o quel quotidiano aggiungesse qualche particolare in più sul nuovo progetto, o inaugurazione, o nota di costume sui cambiamenti sociali indotti dalle possibilità apparentemente infinite di consumo e sperimentazione. La tentazione di pensare “ma quando la capiranno?” era abbastanza forte, ma dato che il dubbio è sempre lecito si poteva anche sospettare che magari lì il contesto era diverso. Per esempio spesso si parlava di mall centrali, serviti dai mezzi pubblici: in effetti una cosa stravagante e contraddittoria, ma in un posto tanto esotico chissà. Oggi però il China Daily titola “I centri commerciali suburbani rubano affari al centro città” e viene davvero un po’ da ridere, perché la cosa sembra una barzelletta tanto appare banale. Assomiglia davvero a quelle frasi fatte, che nei telefilm comici il caratterista cinese tarocca per frasi di Confucio o di qualche altro antico saggio, mentre in realtà sono consigli da vecchie zie, del genere non ci sono più le mezze stagioni.

Altro che Confucio o vecchie zie, però! I sedicenti saggi che occupano le sedie del potere centrale e locale cinese dovrebbero fare un bel saltino, sulle loro sedie, e iniziare a ripensare il modello di urbanizzazione che a quanto pare è verniciato su strategie novecentesche disperse, se siamo già a questo punto. Salvo, forse ma non è certo, l’assoluta centralità automobilistica (visti i problemi sia di reddito che di inquinamento). E invece, se tanto mi dà tanto, siamo ancora dalle parti dei bottegai centrali contro quelli decentrati: chissà che non esistano anche lì correnti del partito centraliste e correnti dispersiste! L’unica cosa sicura è che più o meno possiamo già prevedere le prossime mosse, semplicemente sfogliando le nostre vecchie annate di giornali. Come dicono appunto sempre quei vecchi saggi, o vecchie zie.

L’articolo che scopre l’acqua calda è Wu Yiyao, “ Suburbanmallsstealtradefromcitycenters”, China Daily, 17 settembre 2012
Victor Gruen aveva intuito il problema nel lontano 1954, esponendo una strategia complessa di soluzione sulla Harvard Business Review









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Il sito di Edoardo Salzano
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Bottini, Fabrizio
( 08.10.2013 09:04 )
Per motivi tecnici mi sono provvisoriamente trasferito sul sito Millennio Urbano che (tra l'altro) contribuisco a rilanciare dopo un periodo di transizione -->
Bottini, Fabrizio
( 08.09.2013 10:07 )
Da un paio di secoli l'umanità cerca di misurarsi in con la gigantesca ameba metropolitana scatenata dai cicli di industrializzazione: urbanisti, sociologi, scrittori, ora un regista. Ma la cultura italiana mica ci arriva
-->
Barzi, Michela
( 26.08.2013 09:34 )
Le diffidenze leghiste per le diversità si manifestano naturalmente con maggiore evidenza là dove il partito governa e imperversa. Ma si tratta di una cultura pervasiva, per nulla limitata a quei territori e probabilmente neppure limitata a quell'area politica, pronta a ripresentarsi in diversi contesti -->
( 22.08.2013 19:29 )
Gli spazi simbolo del ceto medio e dei suoi consumi opulenti, diventano sacche di disagio, come dimostra il compendio di ricerche della Brookings Institution sintetizzate in un volume. Il problema è di superare la logica di questo tipo di espansione urbana, e tornare a un modello integrato di città. Dalla rivista universitaria Knowledge Wharton, agosto 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 20.08.2013 18:49 )
La globalizzazione significa soprattutto (che piaccia o meno) essere ineluttabilmente inseriti in un flusso di decisioni interrelate: la tutela delle coste nella nostra bagnarola mediterranea, per esempio -->
Eisenberg, Richard
( 10.08.2013 10:28 )
Recensionee intervista su uno dei tanti libri americani dedicati a una questione che dovrebbe però interessare molto di più anche il resto del mondo: l'immaginario collettivo sull'abitare e i suoi risvolti sociali e ovviamente ambientali. Di fatto ci sono intere generazioni cresciute nel mito antiurbano, che deve essere in qualche modo superato, insieme al tipo di consumi che si porta dietro. Forbes, 9 agosto 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 21.07.2013 09:45 )
C'è sempre qualcosa di affascinante, e al tempo stesso inquietante, nel modo in cui ci adattiamo, o proviamo a adattarci, ai mutamenti ambientali del mondo che ci circonda. Specie quando si tratta di trasformazioni consapevolmente indotte da altri, per motivi affatto umanitari -->
Bottini, Fabrizio
( 16.07.2013 08:35 )
Oltre a dire qualcosa di sinistra, come auspicano e chiedono in tanti da troppo tempo, c'è anche un'altra possibilità: quella di fare concretamente, qualcosa di sinistra, ovvero mettere in pratica e verificare gli alti principi. C'è qualche vago segnale in questo senso, basta guardarlo -->
Bottini, Fabrizio
( 11.07.2013 08:13 )
Che fare quando le migliori (e celebrate) idee si dimostrano carenti? Negare l'evidenza, oppure provare a rifletterci sopra davvero, cercando di capire se e dove esiste qualcosa di sbagliato nel modello, o nella nostra interpretazione? -->
Hetherington, Peter
( 03.07.2013 13:12 )
Un urbanista americano, curiosamente noto soprattutto per essere stato preso a pugni da una contestatrice durante un'assemblea pubblica, ha anche parecchio altro da dire sulla professione, e il ruolo nella città e la società. The Guardian, 2 luglio 2013 (f.b.) -->
Bottini, Fabrizio
( 29.06.2013 10:53 )
C'è qualcosa che non torna nell'entusiasmo da un lato per tutte le possibili tecnologie smaterializzanti dell'universo, dall'altro nel permanere di una cultura degli spazi a dir poco novecentesca, industriale, segregata. Quanto c'è di malafede, e quanto di ignoranza? -->
Bottini, Fabrizio
( 28.04.2013 09:12 )
Il successo dei progetti di trasformazione urbana, come suggerisce il buon senso, dipende dal loro essere urbani, inseriti in un contesto ampio con cui entrano in sinergia. Ma il peggior cieco è chi non vuol vedere ciò che gli sta attorno -->
Walker, Alissa
( 02.04.2013 19:44 )
Vivere e camminare a Los Angeles, senza un'automobile, è compatibile con un'esistenza umana. Figuriamoci qui da noi. Los Angeles Magazine, 29 marzo 2013 -->
Vitullo-Martin, Julia
( 30.03.2013 19:30 )
I problemi insediativi, ambientali, socioeconomici, di qualità della vita, e infine politici, posti dal nuovo ruolo del cibo nella metropoli del terzo millennio. Non è il caso, come intuito in fondo dall'Expo milanese, di porre al centro la questione? Spotlight on the Region, marzo 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 30.03.2013 08:50 )
È passato più di un secolo da quando i futuristi volevano spazzar via tutta l'anticaglia che faceva da zavorra al progresso umano, e nel frattempo si è capito che non tutto è anticaglia e non tutto è zavorra. Però adesso un po' si esagera, in tutto il mondo, con le ideologie antimoderniste su misura -->

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