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Mall International (in English)
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Lo sprawl è vivo, e lotta contro di noi
Data di pubblicazione: 19.09.2012

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La cronaca metropolitana fa il suo mestiere, e ci restituisce la realtà dell’insediamento disperso a pezzi e bocconi. Toccherebbe ad altri punti di vista, giornalistici e non, ricostruire un quadro generale, come ad esempio la contraddizione fra ciò che accade in “cronaca nera” e come viene percepito

Ogni tanto si leggiucchia, a margine di pettegolezzi politici e cose un po’ più serie, degli incontri e delle proposte sull’area metropolitana milanese, la più importante a livello nazionale. La cronaca ci racconta di proposte di legge speciale basate su trasporti e ambiente (senza specificare altro, e senza che a nessuno venga in mente di dare qualche nome e cognome ai concetti astratti), o di contatti formali e informali tra i sindaco di Milano e il presidente della Provincia su struttura e meccanismi elettorali del nuovo ente di governo. Latita invece del tutto quella che dovrebbe essere, e in realtà è da almeno un paio di generazioni, la ragione stessa per formare la Città Metropolitana: l’esistenza di una solida entità territoriale e identità socioeconomica che ad essa corrisponde. E la cosa più patetica da questo punto di vista è l’assenza vistosa, dalle cronache, di questo aspetto.

Qualche anno fa negli Stati Uniti usciva uno dei tantissimi libri che ogni anno la pubblicistica specializzata e non dedica al tema dello sprawl suburbano. La particolarità di quel libro è stata soprattutto di vendere parecchio, e farsi leggere da molti, visto che l’autore era un giornalista, Anthony Flint, invece del classico architetto, o professore universitario, ognuno attento a comunicare messaggi scientifici o professionali. Flint, appunto molto giornalisticamente, alternava nel suo racconto descrizioni di scenario a interviste, costruendo via via capitoli dove si approfondivano vari temi: dai trasporti, alla casa, al commercio, industria, terziario. Ma era a partire dal titolo, oltre che dall’unitarietà del lavoro, che si capiva il senso: Our Land, la Nostra Terra, ovvero quegli spazi della dispersione unificati, sono dove abitiamo ogni giorno, sono la prospettiva in cui guardiamo i nostri amori, le nostre aspirazioni, ciò che accade a noi e intorno a noi. Il nostro “luogo” insomma. E non a caso nel parlare con l’agricoltore, o con l’abitante, o col costruttore, non si mancava mai di profilare, o far profilare, il nome di qualche grande metropoli stagliata appena dietro l’orizzonte. Certo, magari l’intervista si svolgeva in un prato o vicino a uno svincolo sperduto, ma era chiaro che in un modo o nell’altro stavamo nell’orbita di Chicago, Los Angeles, Houston.

Certo a questo tipo di sensibilità aiuta ad esempio la disponibilità di dati elaborati istituzionalmente dagli anni ’30-’40 in poi, secondo il criterio della MSA, Metropolitan Statistical Area, che tanto aiutò il sociologo Roderck McKenzie a formulare già tra le due guerre mondiali la sua teoria della “identità metropolitana”, legata soprattutto alla mobilità automobilistica. Ma aiuta anche una cultura che di questa mobilità e sensibilità si rende conto, che non attraversa territori con le fette di salame sul cervello. Nell’area di Milano, fra chi si occupa specialisticamente di queste cose, l’idea dell’area metropolitana e della sua identità è contemporanea alla formulazione di McKenzie. Già a cavallo fra gli anni ’20 e ’30 si discute di coordinamento tecnico e istituzionale fra le varie amministrazioni, e dall’immediato dopoguerra si era cominciato a parlare di Piano Intercomunale, e relative nuove istituzioni e rappresentanze. E oggi siamo ancora qui a parlare di Basiano: chi era costui? Proviamo a ricordarci, chi è.

La cronaca riferisce del misterioso ferimento di un imprenditore di Basiano, affiancato da una moto mentre andava al lavoro e colpito secondo la classica tecnica dell’agguato da professionisti. Criminalità organizzata? Vendetta maturata nel mondo delle imprese o dei rapporti personali? Boh! Quello che conta qui è il modo in cui la stampa ci racconta il contesto: Basiano tranquillo borgo nella profonda provincia eccetera eccetera, e il delitto come sgradevole quanto puntiforme emergenza. Lo stesso linguaggio visto qualche mese fa (tanto per restare nella stessa direttrice geografica) col tizio barricato dentro la sede Equitalia di Romano di Lombardia, o proprio ancora a Basiano con il pestaggio spietato della polizia ai danni di una cooperativa di immigrati in sciopero nei magazzini della grande distribuzione, persi nei capannoni in mezzo alla campagna. È proprio questa idea di “in mezzo alla campagna” che non sta in piedi neppure per un secondo, ma che si vuole inconsapevolmente sostenere forse a cercare un po’ di effimera sicurezza da oscure paure. Vediamo dove sta, Basiano.

Uscendo dalla Tangenziale Est di Milano in uno degli svincoli più importanti, davanti al complesso Torri Bianche a Vimercate, si possono imboccare varie direttrici che puntano direttamente o meno verso i territori della valle dell’Adda. Qualunque strada si scelga, da quelle di raccordo fra le uscite dell’autostrada A4 Milano-Bergamo ai percorsi delle ex poderali asfaltate, non si può fare a meno di attraversare e vedere incombere infiniti quartieri residenziali, grossi complessi di capannoni frammisti a servizi. Ogni tanto si taglia qualche gradevole scampolo di campagna, ma basta ad esempio dare un’occhiata a una carta tematica, invece del solito GoogleEarth, per coprire che siamo di fronte o a un PLIS, parco agricolo di interesse sovra comunale, o a un’area che sta semplicemente aspettando la sua dose di metri cubi e reti di stradone o stradine a cul-de-sac. Reti di strade pronte ad accogliere i vari migranti dal nucleo centrale, si tratti delle giovani famiglie con difficoltà di mutuo o delle imprese in cerca di ambienti meno complicati nonché di amministrazioni che non la fanno troppo lunga. Qui e là, guardando proprio bene, si vedono pure i cartelli: Cavenago, Roncello, Ornago, Basiano ecc. Torniamo un istante dalle parti di GoogleEarth.

Solo per scoprire che, appunto con quei punti di respiro dei parchi dall’apnea di cemento-asfalto, abbiamo attraversato una striscia compatta, più o mano a cavallo dell’autostrada che sfuma man mano ci si sposta a est. Che ufficialmente si chiama appunto come la serie dei cartelli di toponomastica, ma che è difficile non riconoscere come una Milano allargata. Però, quando ci sono le pistolettate per strada nella Milano amministrativa dove abitano i giornalisti, quando l’indirizzo dei bossoli si chiama Porta Romana, o via Padova, tutta la politica scatta all’unisono con le dichiarazioni strategiche. Ovviamente divise fra gli isterismi militareschi dell’opposizione di centrodestra e i distinguo dell’amministrazione di centrosinistra, ma dalla superficie media della carta occupata da questo genere di cronaca si capisce che l’argomento tira. Poi arriviamo a Basiano, tempi automobilistici dal centro circa uguali a Porta Romana, magari pure un po’ meno delle traverse di via Padova, e dopo due settimane ci si è già quasi dimenticati del pestaggio della polizia ai migranti. A poche centinaia di metri sparano a un imprenditore che si sta inoltrando verso i medesimi grappoli di capannoni, e nessuno se ne accorge. Eppure il collegamento Porta Romana-via Padova (molto indiretto e fantasioso) l’avevano fatto tutti al volo. Perché gli Sherlock Holmes locali paiono adesso in crisi di astinenza?

Due ipotesi: una fisiologica e una patologica.
La prima è che i cosiddetti studiosi del territorio (lasciamo perdere per il momento i cantori a pagamento in malafede di stupidaggini sullo “sviluppo del territorio) per amore o per forza comunicano male le proprie conclusioni e ipotesi sull’identità metropolitana. Da tre generazioni esiste un complesso intreccio che si chiama metropoli, e che fisicamente va senza soluzione di continuità, esclusi i giardinetti detti parchi, almeno da Milano all’Adda. Ma i rapporti e i libri specializzati li leggono solo gli addetti ai lavori, e evidentemente purtroppo non è ancora sbucata una figura professionale intermedia che possa stimolare maggior consapevolezza diffusa. Ad esempio a partire dalle figure chiave degli amministratori locali, salvo sospettare sempre tornaconti personali in questa coscienza sospesa e staccata dalla realtà quotidiana.
La seconda la chiamerei una specie di horror vacui, che coinvolge un ceto professionale di ceto borghese e formazione umanistica, da sempre molto attento alle dinamiche del potere ma pochino alla geografia fisica. Le dinamiche del potere assegnano tradizionalmente un ruolo gerarchicamente superiore alla città e ai suoi rappresentanti, rispetto al “contado”. Il resto lo fa la cultura materiale non formalizzata dei nostri cronisti, già propensi per censo ed esperienza a considerare ciò che sta oltre la Cerchia dei Bastioni marchiato col cartiglio hic sunt leones.

Restano i cronisti locali, che per natura al locale sono ancorati, e con di solito scarsa propensione da essere “induttivi”, visto il prevalere nel loro pubblico di riferimento della medesima sensibilità. Sono le stesse persone che magari girano tutto il giorno e tutti i giorni ai quattro angoli dell’area metropolitana, vivono l’immersione totale nell’ambiente omogeneo, e però nel momento di raccogliere i frammenti identitari, il “noi” con relativi timori e speranze, scivolano nel nimbismo del racconto. A cui ovviamente corrisponde in modo quasi automatico il nimbismo delle opposizioni ai grandi progetti di trasformazione a forte impatto (vedi il grande arco delle tangenziali esterne e il grappolo di nuclei in corso di insediamento), e la chiusura delle comunità al confronto o alla pura somma matematica degli eventi traumatici. Lo spacciatore di cocaina che fa il giro dei giardinetti secondo percorsi da traiettoria scientifica, diventa così a piacere folklore, o male che viene da fuori, e lo stesso succede con traffico, inquinamento, consumo di suolo. Certo culto della propria piccolissima patria arriva anche oltre il comico, quando si evocano improbabili secessioni mentali a difendere il socialismo in un solo comune, contro l’omologazione eccetera eccetera. Magari accolti fra gli applausi da qualche tonto della stampa sovra-locale o addirittura nazionale. Domanda: non si può provare a riflettere?

La Città Metropolitana, a Milano e altrove, non nasce da una alchimia decisionale, ma è semmai quest’ultima a suggellare definitivamente un processo di fatto concluso da tempo, a cui però manca davvero urgentemente il timbro definitivo dell’identità, e relativi strumenti. All’epoca delle prime teorie sociologiche sulla dimensione della regione urbana, uno dei criteri per stabilire confini era la circolazione delle inserzioni pubblicitarie: se ho dei potenziali clienti di qualcosa che risponde a un bisogno quotidiano, siamo all’interno del medesimo ambito. Lo stesso deve valere, a maggior ragione, per le cose che stanno scritte di solito fra una pubblicità e l’altra, ovvero notizie e commenti. Oppure continueremo in eterno con questo divide et impera fra improbabili neocontadini che teorizzano la decrescita, ma apparentemente la praticano solo quando si tratta di diminuire il tasso di riflessione sul proprio ombelico. Poi si salta in macchina , o per il giornalismo si va in macchina, echi si è visto si è visto.

Nota: i due testi citati, di cui è anche disponibile qui qualche traccia in italiano, sono Anthony Flint, Our Land, e Roderick McKenzie, La Comunità Metropolitana (di questo ho messo pochi significativi brani scelti anche nel mio La Città Conquistatrice)









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Il sito di Edoardo Salzano
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Bottini, Fabrizio
( 08.10.2013 09:04 )
Per motivi tecnici mi sono provvisoriamente trasferito sul sito Millennio Urbano che (tra l'altro) contribuisco a rilanciare dopo un periodo di transizione -->
Bottini, Fabrizio
( 08.09.2013 10:07 )
Da un paio di secoli l'umanità cerca di misurarsi in con la gigantesca ameba metropolitana scatenata dai cicli di industrializzazione: urbanisti, sociologi, scrittori, ora un regista. Ma la cultura italiana mica ci arriva
-->
Barzi, Michela
( 26.08.2013 09:34 )
Le diffidenze leghiste per le diversità si manifestano naturalmente con maggiore evidenza là dove il partito governa e imperversa. Ma si tratta di una cultura pervasiva, per nulla limitata a quei territori e probabilmente neppure limitata a quell'area politica, pronta a ripresentarsi in diversi contesti -->
( 22.08.2013 19:29 )
Gli spazi simbolo del ceto medio e dei suoi consumi opulenti, diventano sacche di disagio, come dimostra il compendio di ricerche della Brookings Institution sintetizzate in un volume. Il problema è di superare la logica di questo tipo di espansione urbana, e tornare a un modello integrato di città. Dalla rivista universitaria Knowledge Wharton, agosto 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 20.08.2013 18:49 )
La globalizzazione significa soprattutto (che piaccia o meno) essere ineluttabilmente inseriti in un flusso di decisioni interrelate: la tutela delle coste nella nostra bagnarola mediterranea, per esempio -->
Eisenberg, Richard
( 10.08.2013 10:28 )
Recensionee intervista su uno dei tanti libri americani dedicati a una questione che dovrebbe però interessare molto di più anche il resto del mondo: l'immaginario collettivo sull'abitare e i suoi risvolti sociali e ovviamente ambientali. Di fatto ci sono intere generazioni cresciute nel mito antiurbano, che deve essere in qualche modo superato, insieme al tipo di consumi che si porta dietro. Forbes, 9 agosto 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 21.07.2013 09:45 )
C'è sempre qualcosa di affascinante, e al tempo stesso inquietante, nel modo in cui ci adattiamo, o proviamo a adattarci, ai mutamenti ambientali del mondo che ci circonda. Specie quando si tratta di trasformazioni consapevolmente indotte da altri, per motivi affatto umanitari -->
Bottini, Fabrizio
( 16.07.2013 08:35 )
Oltre a dire qualcosa di sinistra, come auspicano e chiedono in tanti da troppo tempo, c'è anche un'altra possibilità: quella di fare concretamente, qualcosa di sinistra, ovvero mettere in pratica e verificare gli alti principi. C'è qualche vago segnale in questo senso, basta guardarlo -->
Bottini, Fabrizio
( 11.07.2013 08:13 )
Che fare quando le migliori (e celebrate) idee si dimostrano carenti? Negare l'evidenza, oppure provare a rifletterci sopra davvero, cercando di capire se e dove esiste qualcosa di sbagliato nel modello, o nella nostra interpretazione? -->
Hetherington, Peter
( 03.07.2013 13:12 )
Un urbanista americano, curiosamente noto soprattutto per essere stato preso a pugni da una contestatrice durante un'assemblea pubblica, ha anche parecchio altro da dire sulla professione, e il ruolo nella città e la società. The Guardian, 2 luglio 2013 (f.b.) -->
Bottini, Fabrizio
( 29.06.2013 10:53 )
C'è qualcosa che non torna nell'entusiasmo da un lato per tutte le possibili tecnologie smaterializzanti dell'universo, dall'altro nel permanere di una cultura degli spazi a dir poco novecentesca, industriale, segregata. Quanto c'è di malafede, e quanto di ignoranza? -->
Bottini, Fabrizio
( 28.04.2013 09:12 )
Il successo dei progetti di trasformazione urbana, come suggerisce il buon senso, dipende dal loro essere urbani, inseriti in un contesto ampio con cui entrano in sinergia. Ma il peggior cieco è chi non vuol vedere ciò che gli sta attorno -->
Walker, Alissa
( 02.04.2013 19:44 )
Vivere e camminare a Los Angeles, senza un'automobile, è compatibile con un'esistenza umana. Figuriamoci qui da noi. Los Angeles Magazine, 29 marzo 2013 -->
Vitullo-Martin, Julia
( 30.03.2013 19:30 )
I problemi insediativi, ambientali, socioeconomici, di qualità della vita, e infine politici, posti dal nuovo ruolo del cibo nella metropoli del terzo millennio. Non è il caso, come intuito in fondo dall'Expo milanese, di porre al centro la questione? Spotlight on the Region, marzo 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 30.03.2013 08:50 )
È passato più di un secolo da quando i futuristi volevano spazzar via tutta l'anticaglia che faceva da zavorra al progresso umano, e nel frattempo si è capito che non tutto è anticaglia e non tutto è zavorra. Però adesso un po' si esagera, in tutto il mondo, con le ideologie antimoderniste su misura -->

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