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Mall International (in English)
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Biodiversità e megalopoli
Data di pubblicazione: 21.09.2012

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In una ricerca presentata alla Società Americana per il Progresso delle Scienze scenari inquietanti sull’urbanizzazione del pianeta, che pongono al solito il problema della qualità degli insediamenti anche in rapporto agli habitat e all’ambiente in generale, aree agricole incluse

Il ministero italiano per le politiche agricole propone un disegno di legge per tutelare le superfici coltivabili da una inopinata espansione urbana, e quindi a Milano il punto vendita centrale di una catena di distribuzione inizia a tenere aperto il piccolo supermercato tutta notte, tra l’altro con ottimo riscontro di clientela, pur tra la perplessità, a dir poco, dei sindacati. La domanda ovviamente suona: cosa diavolo è quel “quindi” buttato lì a legare due cose che c’entrano meno dei cavoli a merenda? C’entrano, c’entrano, almeno in linea teorica. Perché a modo suo il supermercatino centrale dà un contributo al contenimento dell’espansione urbana che consuma territorio: non solo appunto sta in centro anziché andare a cancellare un ex campo di granturco o pascolo sul’orizzonte di uno svincolo, ma soprattutto restando aperto sull’arco di tutta la giornata sfrutta al massimo lo spazio che occupa, dovremmo sempre ragionare in questo modo. Come con le automobili, che restano ferme 23 ore su 24 occupando spazio e consumando risorse, mentre fra l’altro ci sono lontane piazzole a parcheggio che le aspettano inutilmente, anche queste piazzole a occupare suolo. Come con gli uffici (escludiamo le case private ovviamente) che stanno lì insieme ai parcheggi a far nulla mentre gli impiegati e i manager dormono il sonno del giusto o corrono nel parco …

Quella della densificazione, spaziale e temporale, è una delle soluzioni più immediate che vengono in mente a chi riflette sull’enorme problema del pianeta ricoperto di città, perché questo sta succedendo da un paio di generazioni. Problema planetario, e non più locale, metropolitano, al massimo regionale: tutta la terra subisce la pressione degli insediamenti umani concentrati e in continua ulteriore crescita. Qualche giorno da anche qui su Mall si accennava di un fenomeno apparentemente folkloristico, ovvero quello del cosiddetto leone suburbano, dove il grande predatore della savana iniziava a adattarsi come un procione o una volpe qualunque a un ambiente di case e strade. La punta di un iceberg per nulla divertente (a parte la pericolosità del nuovo inquilino per sé e per gli altri), e che poneva in primo piano il tema della scomparsa di interi habitat a causa dello sprawl. Una ricerca appena pubblicata negli Atti della Società Americana per il Progresso delle Scienze, sulla base di criteri probabilistici, di reddito, di tendenze storiche e rilevazioni varie, calcola che praticamente dopodomani, e cioè nel 2030, la copertura con funzioni e infrastrutture urbane del territorio avrà un incremento di 1,2 milioni di chilometri quadrati, TRIPLICANDO complessivamente quella di dieci anni fa e cancellando habitat, biodiversità, specie vegetali e animali, compresi mammiferi. Questa decisamente mostruosa previsione precisa che l’onda anomala delle costruzioni si infrangerà di preferenza in alcuni punti sinora rimasti intatti (certe regioni africane e asiatiche) con conseguenze da brivido.

Anche la nostra regione padano-italo-mediterranea, insieme ad altre aree già molto urbanizzate, classicamente lo sprawl nordamericano, darà il proprio contributo alla discutibile corsa, ma è soprattutto in alcune fasce del pianeta che le carte evidenziano una specie di ecatombe: i grandi laghi africani, una specie di tentacolare megalopoli lineare del Nilo, gli affacci di costa del Medio Oriente, e dulcis in fundo l’intera sponda oceanica cinese, trasformata dalle chiazze rosse della “elevata probabilità di urbanizzazione” in qualcosa che farà impallidire l’antica Bos-Wash di Gottmann, o le formazioni a grappolo europee su cui si esercitano gli esperti di geografia dell’innovazione e dello sviluppo. Agli impatti diretti, già micidiali, di queste formazioni insediative, si devono poi aggiungere quelli determinati dalle emissioni, sia per attività umane che per stravolgimento dell’ecosistema, e il piatto è servito. Di fronte a questa prospettiva, del tutto realistica se si continua coi criteri attuali di crescita socioeconomica e tecnologie, ovviamente appaiono ridicole sia le soluzioni meccaniche e parziali come quella della densificazione urbana (tutto compreso: dai modelli di suburban retrofitting alle politiche settoriali come quella italiana sul contenimento dei consumi di suolo agricolo), sia certe utopie regressive centrate attorno a un indecifrabile abbandono del “modello attuale”.

Il problema, come ben delineato dalla ricerca, è l’impatto regionale e planetario sugli habitat, e poi le emissioni da deforestazione, o quelle indirette da trasporto di materie prime, industriali o agricole. E la conclusione sul “nuovo modello” evoca coerentemente un atteggiamento culturale profondamente diverso da quello attuale meccanico che vede la terra e le sue risorse con un approccio proprietario e di sfruttamento. La chiave è quanto a metà del ‘900 l’ecologista statunitense Aldo Leopold definiva land ethics:
“L’etica della terra allarga semplicemente i confini della comunità per includervi suolo, acque, piante e animali o, in una parola sola, la terra.[…] Un’etica della terra non può certo impedire la modifica, la gestione e l’uso di queste risorse, ma afferma il diritto che esse continuino a esistere e, almeno in certi luoghi particolari, possano conservare il loro stato naturale. Un’etica della terra modifica il ruolo dell’ Homo sapiens da conquistatore della terra a semplice membro e cittadino della sua comunità, in quanto tale.”
(Aldo Leopold, L’etica della terra, in Almanacco di un mondo semplice, trad. it. parziale, Red, Como 1997)

Naturalmente da questi principi di massima occorre poi elaborare prima un’idea concreta di assetti territoriali, locali e non, e poi le specifiche tecniche e obiettivi socioeconomici coerenti. Certamente, almeno in parte, entrano in questa equazione alcune novità del dibattito urbanistico, ambientale, tecnologico degli ultimi anni: per diminuire emissioni e inquinamenti, per arginare impermeabilizzazione e artificializzazione di territori, per fondere cooperativamente natura e artificio, magari evitando che i leoni vaghino nei giardini delle case rincorrendo le galline e l’occasionale bambino distratto … E perché no, anche l’intensificazione del fattore tempo può giocare un proprio ruolo, dai modelli di sharing allargato, coinvolgendo mezzi di trasporto e altro, a cose come quel supermercato aperto 24 ore su 24 in centro a Milano. Quindi ci ripensino (sacre rivendicazioni sindacali a parte) gli oppositori al lavoro notturno, che magari lo fanno in nome di una presunta “naturalità” dei ritmi. È invece proprio saper distinguere cosa è urbano e cosa non lo è, e graduare e distribuire gli elementi, la vera chiave della nostra sopravvivenza.

Di seguito allego scaricabili sia il saggio Global forecasts of urban expansion to 2030 and direct impacts on biodiversity and carbon pools, PNAS, settembre 2012, che il classicissimo Land Ethics di Aldo Leopold, 1949. Per chi se lo fosse perso, il divertente ma inquietante articolo dal New York Times sui leoni smarriti fra i quartieri suburbani è linkato a un mio pezzo sempre sui temi dell’urbanizzazione e degli habitat naturali.


File allegati

Leopold_TheLandEthic ( Leopold_TheLandEthic.pdf 47.77 KB )
Etica della Terra, 1949
Urban_Sprawl_&_Biodiversity ( Urban_Sprawl_&_Biodiversity.pdf 590.13 KB )
rapporto sull'urbanizzazione e la scomparsa globale degli habitat naturali, settembre 2012







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Il sito di Edoardo Salzano
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Bottini, Fabrizio
( 08.10.2013 09:04 )
Per motivi tecnici mi sono provvisoriamente trasferito sul sito Millennio Urbano che (tra l'altro) contribuisco a rilanciare dopo un periodo di transizione -->
Bottini, Fabrizio
( 08.09.2013 10:07 )
Da un paio di secoli l'umanità cerca di misurarsi in con la gigantesca ameba metropolitana scatenata dai cicli di industrializzazione: urbanisti, sociologi, scrittori, ora un regista. Ma la cultura italiana mica ci arriva
-->
Barzi, Michela
( 26.08.2013 09:34 )
Le diffidenze leghiste per le diversità si manifestano naturalmente con maggiore evidenza là dove il partito governa e imperversa. Ma si tratta di una cultura pervasiva, per nulla limitata a quei territori e probabilmente neppure limitata a quell'area politica, pronta a ripresentarsi in diversi contesti -->
( 22.08.2013 19:29 )
Gli spazi simbolo del ceto medio e dei suoi consumi opulenti, diventano sacche di disagio, come dimostra il compendio di ricerche della Brookings Institution sintetizzate in un volume. Il problema è di superare la logica di questo tipo di espansione urbana, e tornare a un modello integrato di città. Dalla rivista universitaria Knowledge Wharton, agosto 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 20.08.2013 18:49 )
La globalizzazione significa soprattutto (che piaccia o meno) essere ineluttabilmente inseriti in un flusso di decisioni interrelate: la tutela delle coste nella nostra bagnarola mediterranea, per esempio -->
Eisenberg, Richard
( 10.08.2013 10:28 )
Recensionee intervista su uno dei tanti libri americani dedicati a una questione che dovrebbe però interessare molto di più anche il resto del mondo: l'immaginario collettivo sull'abitare e i suoi risvolti sociali e ovviamente ambientali. Di fatto ci sono intere generazioni cresciute nel mito antiurbano, che deve essere in qualche modo superato, insieme al tipo di consumi che si porta dietro. Forbes, 9 agosto 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 21.07.2013 09:45 )
C'è sempre qualcosa di affascinante, e al tempo stesso inquietante, nel modo in cui ci adattiamo, o proviamo a adattarci, ai mutamenti ambientali del mondo che ci circonda. Specie quando si tratta di trasformazioni consapevolmente indotte da altri, per motivi affatto umanitari -->
Bottini, Fabrizio
( 16.07.2013 08:35 )
Oltre a dire qualcosa di sinistra, come auspicano e chiedono in tanti da troppo tempo, c'è anche un'altra possibilità: quella di fare concretamente, qualcosa di sinistra, ovvero mettere in pratica e verificare gli alti principi. C'è qualche vago segnale in questo senso, basta guardarlo -->
Bottini, Fabrizio
( 11.07.2013 08:13 )
Che fare quando le migliori (e celebrate) idee si dimostrano carenti? Negare l'evidenza, oppure provare a rifletterci sopra davvero, cercando di capire se e dove esiste qualcosa di sbagliato nel modello, o nella nostra interpretazione? -->
Hetherington, Peter
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Un urbanista americano, curiosamente noto soprattutto per essere stato preso a pugni da una contestatrice durante un'assemblea pubblica, ha anche parecchio altro da dire sulla professione, e il ruolo nella città e la società. The Guardian, 2 luglio 2013 (f.b.) -->
Bottini, Fabrizio
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Vitullo-Martin, Julia
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I problemi insediativi, ambientali, socioeconomici, di qualità della vita, e infine politici, posti dal nuovo ruolo del cibo nella metropoli del terzo millennio. Non è il caso, come intuito in fondo dall'Expo milanese, di porre al centro la questione? Spotlight on the Region, marzo 2013 -->
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