0 0 0
0
0 0 0 0 0 0
0


Mall International (in English)
0
0 > Sito di Fabrizio Bottini > Società

Bi-Folk
Data di pubblicazione: 22.09.2012

Autore:

Un breve articolo di costume su un quotidiano solleva un tema controverso e apparentemente effimero, ma davvero interessante: il dibattito attuale su agricoltura e ambiente ha un segno conservatore o peggio reazionario, oppure potenzialmente progressista?

Comincio in stile studentesco, o meglio da laureando del tempo che fu: quando non si aveva niente di proprio da dire all’inizio dell’ennesimo capitolo della Tesi, una bella citazione serviva sempre a rompere il ghiaccio. Eccola qui di seguito, un po’ lunga ma di sicuro non noiosa:

THE omelette is done. La frittata è fatta. Addio biolche, pertiche, moggi, are e i mille termini di campanile con cui l’Italia “verde” ha misurato le sue fortune. Nell’era degli orti in città e dei contadini metropolitani l’italiano (figuriamoci i dialetti) è troppo provinciale. La nuova lingua ufficiale dell’agricoltura nazionale – Yes, we can – è l’inglese. Nessuno è immune dal contagio. La Foodsaver ci ha informato questa settimana che il 21% di coloro che praticano urban farming – a Milano, mica in Minnesota – sono bio-oriented. La verdura della Coldiretti (tu quoque...)si compra nei farmers market. La bottiglia acchiappa-mosche in vendita da Ingegnoli si chiama “Tap-trap”, roba da far rivoltare William Shakespeare nella tomba. L’onda lunga dell’anglofilia è arrivata persino a Palazzo Marino, a due passi dalla casa natale di Alessandro Manzoni. Una pianta di Milano non si sente troppo bene? No problem. A fare il check up ci pensa il team del “Virtual tree assesment”, fiore all’occhiello del soccorso botanico del Comune. Mal che vada, servisse un intervento, si può sempre chiamare il Doctor House. (Ettore Livini, “La lingua ufficiale dell’agricoltura”, la Repubblica ed. Milano, 22 settembre 2012)

È vero, verissimo, l’inglese più o meno maccheronico che da anni spadroneggia tra insegne al neon della superstrada e cataloghi pubblicitari è sbarcato anche nei solchi un tempo bagnati di servo sudor. O meglio nella pubblicistica che ha iniziato da qualche tempo a circondarli, i solchi. Oltre a sorridere, a sdrammatizzare, magari per chi ha voglia pure provare a correggere se del caso, si può anche tirare un sospiro di sollievo: siamo stati salvati, almeno da un riconglionimento coatto generalizzato. Il rischio c’era, mica piccolo, col sovrapporsi da un lato della oggettiva crisi della società dei consumi come l’abbiamo conosciuta, e dall’altro dello sguardo nostalgico e consolatorio al passato contadino, che in tanti (in troppi) hanno iniziato a cavalcare entusiasti. Un cosiddetto passato contadino che però, a ben vedere, sembra più desunto da qualche stampa di sagra paesana che dalla realtà, o da un qualunque studio della realtà. Per intenderci: movimenti come il nostro Slow Food, o in altri versi certi aspetti neo-ruralisti del New Urbanism americano, considerano la complessità, di cui poi evidenziano l’uno o l’altro portato. Ma la vita reale non è fatta di pranzi al ristorante biologico da cento euro al colpo, o di case di lusso da cui si scende la domenica a zappare l’ex campo da golf messo a colture miste.

Qualcuno però vuole confondere le acque, e lucrarci sopra. E non sono (in generale) ristoratori e architetti, ma i profeti a pagamento della frugalità altrui. Quelli che a ben vedere sognano, e cercano di farci sognare, un certo genere di passato. Qualche generazione fa, non tantissimo tempo fa, la stragrande maggioranza dei nostri nonni o bisnonni lavorava i campi, salvo qualcuno, pochissimi, che li guardava dall’alto. Tolti i latifondisti, familiari e servitù di casa, resta solo l’intellettuale a gettone, quello che compone versi o musiche per cantare la gloria del padrone. Nei quadri (dipinti appunto da qualcuno di questi intellettuali premoderni) di solito il tizio compare in cima a una collinetta, magari sulle scale di un monumentino classico, magari mollemente appoggiato a un masso. A volte maneggia attrezzi da intellettuale, per scrivere, suonare o simili. Nel presepe del paesaggio di solito nessuno fatica (il sudore è così poco elegante!), nessuno muore di parto o semplicemente starnutisce da un mese, nessuno salta il pasto da tre giorni, o gli si gelano i piedi eccetera. Naturalmente esiste anche un’arte figurativa diversa, che mostra disagi, tragedie, contraddizioni (basta pensare ai simboli di Bosch) ma non è mainstream,e evidentemente non piace ai cantori del bel tempo che fu.

La macchina costa, si rompe, inquina l’aria? Tornate al carretto coi cavalli, camminate con gli zoccoli senza calze, ci viene detto. La nonna faceva così ed è campata felice cent’anni! Naturalmente sono tutte balle, ma chissà come c’è una gran voglia di crederci, soprattutto dopo aver dato uno sguardo attorno al mondo che ci circonda, pieno di tante cose che non vanno proprio. Ma basta pensarci solo un istante e scoprire il trucco: questi tizi vogliono far tornare indietro noi, farci tornare a zappare senza diritti e piazzare sé stessi in cima alla collinetta, col papiro e la cetra, a cantare le glorie del nuovo padrone. Glorie di solito locali, provinciali, paesane, stupide e semianalfabete. E quindi viva l’inglese nella terminologia di campi, zappe, minestroni di fagioli e restauro di cascine! Perché? Ma perché ci ricorda a ogni passo che indietro non si torna, e che anche la cosiddetta “decrescita” è un efficace slogan, come Slow Food o New Urbanism eccetera, ma irriducibile alla caricatura che ne hanno fatto certi idioti in malafede. Viva il nazionalpopolare postmoderno, insomma, dove bifolco al massimo significa gaffeur, mica un tristissimo personaggio spettacolarmente chino sul tramonto …. ma giusto per via dell’artrite cronica, e della mancanza di una farmacia a portata di mano.









0

Il sito di Edoardo Salzano
0
Bottini, Fabrizio
( 08.10.2013 09:04 )
Per motivi tecnici mi sono provvisoriamente trasferito sul sito Millennio Urbano che (tra l'altro) contribuisco a rilanciare dopo un periodo di transizione -->
Bottini, Fabrizio
( 08.09.2013 10:07 )
Da un paio di secoli l'umanità cerca di misurarsi in con la gigantesca ameba metropolitana scatenata dai cicli di industrializzazione: urbanisti, sociologi, scrittori, ora un regista. Ma la cultura italiana mica ci arriva
-->
Barzi, Michela
( 26.08.2013 09:34 )
Le diffidenze leghiste per le diversità si manifestano naturalmente con maggiore evidenza là dove il partito governa e imperversa. Ma si tratta di una cultura pervasiva, per nulla limitata a quei territori e probabilmente neppure limitata a quell'area politica, pronta a ripresentarsi in diversi contesti -->
( 22.08.2013 19:29 )
Gli spazi simbolo del ceto medio e dei suoi consumi opulenti, diventano sacche di disagio, come dimostra il compendio di ricerche della Brookings Institution sintetizzate in un volume. Il problema è di superare la logica di questo tipo di espansione urbana, e tornare a un modello integrato di città. Dalla rivista universitaria Knowledge Wharton, agosto 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 20.08.2013 18:49 )
La globalizzazione significa soprattutto (che piaccia o meno) essere ineluttabilmente inseriti in un flusso di decisioni interrelate: la tutela delle coste nella nostra bagnarola mediterranea, per esempio -->
Eisenberg, Richard
( 10.08.2013 10:28 )
Recensionee intervista su uno dei tanti libri americani dedicati a una questione che dovrebbe però interessare molto di più anche il resto del mondo: l'immaginario collettivo sull'abitare e i suoi risvolti sociali e ovviamente ambientali. Di fatto ci sono intere generazioni cresciute nel mito antiurbano, che deve essere in qualche modo superato, insieme al tipo di consumi che si porta dietro. Forbes, 9 agosto 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 21.07.2013 09:45 )
C'è sempre qualcosa di affascinante, e al tempo stesso inquietante, nel modo in cui ci adattiamo, o proviamo a adattarci, ai mutamenti ambientali del mondo che ci circonda. Specie quando si tratta di trasformazioni consapevolmente indotte da altri, per motivi affatto umanitari -->
Bottini, Fabrizio
( 16.07.2013 08:35 )
Oltre a dire qualcosa di sinistra, come auspicano e chiedono in tanti da troppo tempo, c'è anche un'altra possibilità: quella di fare concretamente, qualcosa di sinistra, ovvero mettere in pratica e verificare gli alti principi. C'è qualche vago segnale in questo senso, basta guardarlo -->
Bottini, Fabrizio
( 11.07.2013 08:13 )
Che fare quando le migliori (e celebrate) idee si dimostrano carenti? Negare l'evidenza, oppure provare a rifletterci sopra davvero, cercando di capire se e dove esiste qualcosa di sbagliato nel modello, o nella nostra interpretazione? -->
Hetherington, Peter
( 03.07.2013 13:12 )
Un urbanista americano, curiosamente noto soprattutto per essere stato preso a pugni da una contestatrice durante un'assemblea pubblica, ha anche parecchio altro da dire sulla professione, e il ruolo nella città e la società. The Guardian, 2 luglio 2013 (f.b.) -->
Bottini, Fabrizio
( 29.06.2013 10:53 )
C'è qualcosa che non torna nell'entusiasmo da un lato per tutte le possibili tecnologie smaterializzanti dell'universo, dall'altro nel permanere di una cultura degli spazi a dir poco novecentesca, industriale, segregata. Quanto c'è di malafede, e quanto di ignoranza? -->
Bottini, Fabrizio
( 28.04.2013 09:12 )
Il successo dei progetti di trasformazione urbana, come suggerisce il buon senso, dipende dal loro essere urbani, inseriti in un contesto ampio con cui entrano in sinergia. Ma il peggior cieco è chi non vuol vedere ciò che gli sta attorno -->
Walker, Alissa
( 02.04.2013 19:44 )
Vivere e camminare a Los Angeles, senza un'automobile, è compatibile con un'esistenza umana. Figuriamoci qui da noi. Los Angeles Magazine, 29 marzo 2013 -->
Vitullo-Martin, Julia
( 30.03.2013 19:30 )
I problemi insediativi, ambientali, socioeconomici, di qualità della vita, e infine politici, posti dal nuovo ruolo del cibo nella metropoli del terzo millennio. Non è il caso, come intuito in fondo dall'Expo milanese, di porre al centro la questione? Spotlight on the Region, marzo 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 30.03.2013 08:50 )
È passato più di un secolo da quando i futuristi volevano spazzar via tutta l'anticaglia che faceva da zavorra al progresso umano, e nel frattempo si è capito che non tutto è anticaglia e non tutto è zavorra. Però adesso un po' si esagera, in tutto il mondo, con le ideologie antimoderniste su misura -->

Chi fa Eddyburg | Copyright e responsabilità | Sostenere Eddyburg | Chi sostiene Eddyburg