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Mall International (in English)
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La secessione dei bottegai
Data di pubblicazione: 25.09.2012

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Il disagio, ed è dir poco, indotto in tutto il mondo occidentale dal sommarsi delle crisi economica, ambientale, energetica, di valori, produce varie reazioni classificabili come nuovo modo di intendere la politica. Che spesso però altro non sono se non una spaventata chiusura a riccio

A Milano la Lega Nord non se ne vuole andare dalla sede nel centralissimo edificio storico che è riuscita a trovarsi una decina di anni fa (probabilmente quando allo stesso partito era iscritto pure in Sindaco). Posizione perfettamente comprensibile, visto che occupa a canone politico uno dei bellissimi e prestigiosi caselli del dazio sulla cerchia delle mura spagnole: vuoi mettere con un qualunque pianterreno di un condominio, magari di fianco a una ferramenta in periferia? E c’è anche un motivo in più, oltre agli ovvi vantaggi di immagine, perché non appare proprio giusto che sia il governo municipale (il proprietario dell’immobile) a sfrattare attività politiche dalle zone pregiate, per sostituirle con lucrose ma appiattenti funzioni commerciali, probabilmente la solita moda che sta occupando qualunque angolino della metropoli. Insomma, anche se non se ne condividono minimamente le posizioni, la Lega sta esprimendo motivazioni giuste e condivisibili. Però non ci si deve scordare che si tratta del partito del localismo estremo, della secessione, di un’idea di spazio pubblico a dir poco singolare, che si appiattisce su una sommatoria di microscopici interessi, in fondo facilmente dominabili da uno esterno e più forte.

Ecco: la Lega con la sua difesa di posizioni apparentemente molto condivisibili, o meglio in generale di reazione sbagliata a un problema giusto, è il simbolo perfetto di tanti altri atteggiamenti di autodifesa contemporanei. La sede di un partito non è il massimo in fatto di vitalità urbana, così come non lo sono spesso tantissime altre cose, incluso certo commercio sedicente di quartiere. È per questo motivo che spesso certe politiche urbane pubbliche, vuoi interventiste vuoi liberiste, finiscono per penalizzare certe funzioni, favorendone altre e suscitando proteste, a volte azioni di contrasto. La più nota alternativa sociale e ambientale di questi primi anni del terzo millennio si chiama Transition Town, e a partire dal concetto di esaurimento delle risorse energetiche tradizionali ha via via costruito iniziative locali che spaziano su moltissimi ambiti: dalla gestione di quartiere delle fonti sostenibili e rinnovabili, all’agricoltura di prossimità e relativo sistema di trasformazione e distribuzione, al recupero di artigianato e tecniche tradizionali, all’introduzione di monete a circolazione limitata.

Forse è quest’ultimo aspetto il più vistoso, dato che va a modificare il nucleo stesso della nostra società, quello che alla fin fine costruisce identità, rispetto, fine ultimo di tantissime nostre azioni: soldi. I soldi a circolazione locale sono qualcosa di molto diverso, finalizzati come sono a dare base e sostanza a una idea di chilometro zero allargata e integrata, e però al tempo stesso a suggerire un’idea un po’ angusta di mondo, che del modello Transition Town evidenzia soprattutto gli aspetti difensivi: c’è una crisi generalizzata, chiudiamoci a riccio sulla famiglia, la comunità ecc. In fondo è lo stesso messaggio dei partiti identitari come la Lega. La moneta a circolazione locale ha funzionato nella “capitale” del movimento, Totnes, e in altri piccoli distretti, andando ad alimentare la rete degli scambi fra agricoltura, commercio e altre attività complementari e di servizio legate al territorio. Con la Bristol Pound però si fa un salto di qualità, avvicinandosi (per molti versi anche pericolosamente) all’antica idea di città franca che batte moneta locale, moneta che poi ha un valore del tutto opinabile fuori dalle mura.

Lo scopo dichiarato della nuova valuta è evidente e in parte del tutto condivisibile: un sostegno reciproco agli esercizi indipendenti della città, a contrastare l’effetto clonazione di negozi, bar, ristoranti, sempre più gestiti da grandi catene nazionali e marchi globali, che da un lato appiattiscono e banalizzano i quartieri, dall’altro non hanno alcun rapporto di investimento organico col territorio locale. Il meccanismo è quello dell’adesione alla rete, dell’accettare quel tipo di moneta, che poi sarà spesa ad esempio per forniture o consumi in altro esercizio aderente. Dimensioni e articolazione della rete sono nel caso della Bristol Pound piuttosto poderose, se contiamo che per ora aderiscono oltre 300 attività, che vanno dai vari negozi alimentari all’artigianato e libere professioni (elettricisti, idraulici, avvocati) e poi librerie, gallerie d’arte ecc. Non sono citate attività produttive o agricole, ma si può facilmente immaginare anche un’estensione del genere, visto il legame diretto col commercio. Resta aperta però la solita domanda: siamo di fronte a un’iniziativa propulsiva. o di pura reazione in difesa?

Tanto per fare un altro esempio al volo, stavolta continentale europeo, c’è la classicissima invasione dell’ipermercato extraurbano in un sistema socioeconomico e insediativo storico consolidato, molto simile a quello italiano, a Pézenas, non lontano da Montpellier. Invasione particolarmente subdola, perché modellata su quello schema outlet village ben noto dalle nostre parti in infinite varianti e tentativi di imitazione. Dietro a una facciata architettonica e di pubbliche relazioni tutta tesa a evidenziare l’immersione totale del nuovo arrivato nel territorio locale, si nasconde la regia esterna degli interessi, e la questione è: sino a che punto si tratta di strategia mimetica, e quanto invece è assimilabile al metabolismo fisiologico locale l’intruso? Reagire come classicamente fa la comunità degli interessi insediati, con una serrata corporativa, vuol dire rifiutare l’innovazione, la dialettica, lo “sviluppo” in senso buono, oppure davvero perseguire un interesse generale, ricostruendo equilibri adeguati, sostenibili eccetera? Detto in modo più terra terra, dare un giudizio positivo sulla classica modalità dello scontro fra bottegai e grandi marchi vuol dire identificarsi con l’uno o l’altro fronte, oppure ragionare in termini per quanto possibile oggettivi? Ovvio che l’obiettività in questi casi è sempre opinabile, ma almeno tocca provarci.

E per tornare all’esempio di metodo Transition Town, della valuta locale a circolazione limitata, potrebbe essere uno strumento utile a definire cosa diavolo è il territorio anche dal punto di vista socioeconomico? Magari accoppiata ad altri criteri variabili di ordine geografico, ambientale, storico, ovvero esattamente quelli a cui si appellano entrambi gli schieramenti in fiera (e a quanto pare globale, dal suo punto di vista) lotta? La definizione più efficace dell’oggetto del contendere secondo me l’ha data un consigliere municipale di un piccolo centro della provincia americana, durante il dibattito consiliare sul big-box della Wal Mart: “se non riuscite a dormire di notte, è per via del rumore che fanno i nostri soldi aspirati lontano dal territorio”. Una frase che la dice tutta, soprattutto in forma allargata a comprendere vari tipi di risorse, non solo monetarie. Vincolare il nuovo insediamento a criteri di “localismo integrato”, sfruttando l’adesione obbligatoria alla rete della valuta locale e della sua spendibilità a territorio circoscritto, può essere uno strumento propulsivo potente. Altrimenti siamo dalle parti delle corporazioni medievali, piaccia o meno ai cantori di vaghe sostenibilità socio-ambientali. Spiace dirlo, ma con tutte le buone intenzioni, reali o dichiarate, o anche con risultati di breve periodo apprezzabili, la chiusura localista questo è. E gli effetti collaterali imprevisti non tarderanno in qualche modo a farsi sentire.

Gli articoli usati ad esempio sono in particolare:
- Steven Morris, “Bristol banks on alternative pound to safeguard independent retailers”, The Guardian 21 settembre 2012
- Olivier Razemon, “La ville qui ne voulait pas mourir”, Le Monde, 24 settembre 2012
Sulle Transition Town, sistema di valuta locale inclusa (ma non solo) Mall abbonda di contributi e links, specie nelle cartelle Ambiente e Società









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Il sito di Edoardo Salzano
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Bottini, Fabrizio
( 08.10.2013 09:04 )
Per motivi tecnici mi sono provvisoriamente trasferito sul sito Millennio Urbano che (tra l'altro) contribuisco a rilanciare dopo un periodo di transizione -->
Bottini, Fabrizio
( 08.09.2013 10:07 )
Da un paio di secoli l'umanità cerca di misurarsi in con la gigantesca ameba metropolitana scatenata dai cicli di industrializzazione: urbanisti, sociologi, scrittori, ora un regista. Ma la cultura italiana mica ci arriva
-->
Barzi, Michela
( 26.08.2013 09:34 )
Le diffidenze leghiste per le diversità si manifestano naturalmente con maggiore evidenza là dove il partito governa e imperversa. Ma si tratta di una cultura pervasiva, per nulla limitata a quei territori e probabilmente neppure limitata a quell'area politica, pronta a ripresentarsi in diversi contesti -->
( 22.08.2013 19:29 )
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Bottini, Fabrizio
( 20.08.2013 18:49 )
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( 10.08.2013 10:28 )
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Bottini, Fabrizio
( 21.07.2013 09:45 )
C'è sempre qualcosa di affascinante, e al tempo stesso inquietante, nel modo in cui ci adattiamo, o proviamo a adattarci, ai mutamenti ambientali del mondo che ci circonda. Specie quando si tratta di trasformazioni consapevolmente indotte da altri, per motivi affatto umanitari -->
Bottini, Fabrizio
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Oltre a dire qualcosa di sinistra, come auspicano e chiedono in tanti da troppo tempo, c'è anche un'altra possibilità: quella di fare concretamente, qualcosa di sinistra, ovvero mettere in pratica e verificare gli alti principi. C'è qualche vago segnale in questo senso, basta guardarlo -->
Bottini, Fabrizio
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Che fare quando le migliori (e celebrate) idee si dimostrano carenti? Negare l'evidenza, oppure provare a rifletterci sopra davvero, cercando di capire se e dove esiste qualcosa di sbagliato nel modello, o nella nostra interpretazione? -->
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Vitullo-Martin, Julia
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Bottini, Fabrizio
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