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La metropoli post-arraffona
Data di pubblicazione: 27.09.2012

Autore:

I giovani studiano di più per guadagnare di più, e vanno a vivere dove li pagano meglio? Sbagliato: abitabilità, qualità della vita, dell’ambiente, delle relazioni, sono ciò che spinge i più acculturati a migrare verso una città o un’altra, e a scegliere di restarci molto a lungo

È uno sporco lavoro, ma qualcuno lo deve pur fare, e almeno che paghino bene, molto bene! Quante volte l’abbiamo sentita questa storia? Se l’abbiamo sentita tante volte è perché ha un fondo di verità. Purtroppo non nel senso che i lavori peggiori siano quelli pagati meglio, figurarsi, ma di sicuro che per guadagnare si è disposti a rinunciare in modo semidefinitivo alla qualità della vita, a volte alla salute e all’equilibrio, a far patti perversi col diavolo e la coscienza. Per esempio abitando nell’immagine condivisa della classica metropoli occidentale di tutte le taglie. Il classicissimo Frank Sinatra quando in New York New York canta If You Can Make It There, You Can Make It Anywhere, sottintende, in fondo, se ce la fai a sopportare quella vita schifosa, tra competizione, ritmi impossibili, condizioni di esistenza al limite della sopportazione … E quante volte abbiamo sentito anche dalle parti nostre il professionista di successo, magari quelli che si fanno intervista re in televisione, raccontare come alla fine di anni a tirare la carretta della vita metropolitana il sogno sia quello del buen retiro, che so, via da Milano nel cascinale ristrutturato dell’Oltrepo?

E la vita grama non riguarda solo l’ambiente sociale, ma anche quello fisico: traffico, assenza di verde, ritmi frenetici imposti anche quando personalmente non si ha nulla da fare, spazi pubblici inospitali, sporco. Lo sappiamo tutti che è così, ma spesso è una cosa che si accetta, visto che la grande città ci viene venduta praticamente dagli albori dell’era industriale come macchina per far quattrini, e poi scappare a goderseli altrove. In fondo anche il mito suburbano classico, vuoi nella versione più idilliaca della città giardino, vuoi in quella problematica alla Revolutionary Road, o post-giovanilista come nelle canzoni villettare degli Arcade Fire, conferma l’idea. Ovvero che la città è dove succedono le cose, ma il posto deve far per forza un po’ schifo, salvo appunto il flusso di quattrini a cui cercare di abbeverarsi. Qualcuno pensa che non sia proprio destino. Hanno iniziato gli utopisti riformatori tanti anni fa, a suggerire che andarsene a cercare la nuova frontiera dello spirito in campagna era una cazzata, per usare il termine corretto, e via via l’intuizione pare maturata. Ci provano in tanti a migliorare la qualità media della vita metropolitana, con un occhio di riguardo proprio a tutto ciò che coi quattrini non c’entra nulla. Che fatica!

Portland, Oregon, è uno dei casi più riusciti da almeno una generazione. Qualche anno fa un supplemento patinato italiano per signore raccontava quella città in termini di sinistra politica, spiegando che era un posto dove l’allora presidente destrorso George W. Bush sarebbe stato accolto, diciamo, come Berlusconi a Livorno. Ma c’è molto di più, e di diverso. Ci sono lustri di pubblica amministrazione spesi proprio a cercare di allontanarsi il più possibile dal modello della città industriale o comunque della capitale regionale economica, senza naturalmente rinunciare a tutti i vantaggi e gli stimoli delle attività che producono reddito, naturalmente. Si è investito in un modello di mobilità urbana non incentrato sull’automobile privata, ma aperto ai trasporti pubblici, agli spostamenti pedonali, alle piste ciclabili. Quasi automaticamente, ciò comporta prevedere quartieri meno segregati, più mescolanza e compenetrazione di funzioni, fasce di reddito, ambienti, capillarità del verde e dei luoghi di socialità. Non è certamente un posto da cartolina, ci si scanna mica poco anche lì, abbondano come dappertutto problemi e contraddizioni, ma i risultati iniziano a saltare all’occhio. E sono risultati, udite udite, anche economici.

Un recente studio rileva infatti come Portland sia una calamita per i giovani di fascia superiore in termini di cultura, che ci arrivano a frotte in proporzioni superiori a tantissime altre città che apparentemente offrono molto, ma molto di più. Ma, attenzione, molto di più nel solito modo, quello che si legge sul conto corrente bancario. La metropoli dell’Oregon offre qualità della vita, oltre a occasioni di lavoro di tutto rispetto, una qualità della vita così elevata che il senso comune tende a identificarla con una specie di vacanza: non lo è affatto, naturalmente, visto che Portland ha la sua bella fetta di sedi di multinazionali e imprese high-tech, ma è il tessuto complessivo che conta, l’insieme socio-ambientale-urbanistico, che prima attira i giovani colti, ma poi li fa restare volentieri, a vivere e contribuire alla prosperità collettiva anziché agognare la fuga col malloppo. Il trionfo della città dell’uomo contro la città macchina cantata provocatoriamente dalle avanguardie e un po’ meno ironicamente interpretata da certi ingegneri e architetti? Magari no, ma certamente un modello da osservare, magari da imitare, a modo suo paradigma di sostenibilità.

Scaricabile di seguito il rapporto, dal titolo semiserio, e anche no, Is Portland really the place where young people go to retire?


File allegati

Portland_Migration ( Portland_Migration.pdf 1.36 MB )
Rapporto sulle motivazioni dei flussi di giovani







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Il sito di Edoardo Salzano
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Bottini, Fabrizio
( 08.10.2013 09:04 )
Per motivi tecnici mi sono provvisoriamente trasferito sul sito Millennio Urbano che (tra l'altro) contribuisco a rilanciare dopo un periodo di transizione -->
Bottini, Fabrizio
( 08.09.2013 10:07 )
Da un paio di secoli l'umanità cerca di misurarsi in con la gigantesca ameba metropolitana scatenata dai cicli di industrializzazione: urbanisti, sociologi, scrittori, ora un regista. Ma la cultura italiana mica ci arriva
-->
Barzi, Michela
( 26.08.2013 09:34 )
Le diffidenze leghiste per le diversità si manifestano naturalmente con maggiore evidenza là dove il partito governa e imperversa. Ma si tratta di una cultura pervasiva, per nulla limitata a quei territori e probabilmente neppure limitata a quell'area politica, pronta a ripresentarsi in diversi contesti -->
( 22.08.2013 19:29 )
Gli spazi simbolo del ceto medio e dei suoi consumi opulenti, diventano sacche di disagio, come dimostra il compendio di ricerche della Brookings Institution sintetizzate in un volume. Il problema è di superare la logica di questo tipo di espansione urbana, e tornare a un modello integrato di città. Dalla rivista universitaria Knowledge Wharton, agosto 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 20.08.2013 18:49 )
La globalizzazione significa soprattutto (che piaccia o meno) essere ineluttabilmente inseriti in un flusso di decisioni interrelate: la tutela delle coste nella nostra bagnarola mediterranea, per esempio -->
Eisenberg, Richard
( 10.08.2013 10:28 )
Recensionee intervista su uno dei tanti libri americani dedicati a una questione che dovrebbe però interessare molto di più anche il resto del mondo: l'immaginario collettivo sull'abitare e i suoi risvolti sociali e ovviamente ambientali. Di fatto ci sono intere generazioni cresciute nel mito antiurbano, che deve essere in qualche modo superato, insieme al tipo di consumi che si porta dietro. Forbes, 9 agosto 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 21.07.2013 09:45 )
C'è sempre qualcosa di affascinante, e al tempo stesso inquietante, nel modo in cui ci adattiamo, o proviamo a adattarci, ai mutamenti ambientali del mondo che ci circonda. Specie quando si tratta di trasformazioni consapevolmente indotte da altri, per motivi affatto umanitari -->
Bottini, Fabrizio
( 16.07.2013 08:35 )
Oltre a dire qualcosa di sinistra, come auspicano e chiedono in tanti da troppo tempo, c'è anche un'altra possibilità: quella di fare concretamente, qualcosa di sinistra, ovvero mettere in pratica e verificare gli alti principi. C'è qualche vago segnale in questo senso, basta guardarlo -->
Bottini, Fabrizio
( 11.07.2013 08:13 )
Che fare quando le migliori (e celebrate) idee si dimostrano carenti? Negare l'evidenza, oppure provare a rifletterci sopra davvero, cercando di capire se e dove esiste qualcosa di sbagliato nel modello, o nella nostra interpretazione? -->
Hetherington, Peter
( 03.07.2013 13:12 )
Un urbanista americano, curiosamente noto soprattutto per essere stato preso a pugni da una contestatrice durante un'assemblea pubblica, ha anche parecchio altro da dire sulla professione, e il ruolo nella città e la società. The Guardian, 2 luglio 2013 (f.b.) -->
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C'è qualcosa che non torna nell'entusiasmo da un lato per tutte le possibili tecnologie smaterializzanti dell'universo, dall'altro nel permanere di una cultura degli spazi a dir poco novecentesca, industriale, segregata. Quanto c'è di malafede, e quanto di ignoranza? -->
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Il successo dei progetti di trasformazione urbana, come suggerisce il buon senso, dipende dal loro essere urbani, inseriti in un contesto ampio con cui entrano in sinergia. Ma il peggior cieco è chi non vuol vedere ciò che gli sta attorno -->
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Vivere e camminare a Los Angeles, senza un'automobile, è compatibile con un'esistenza umana. Figuriamoci qui da noi. Los Angeles Magazine, 29 marzo 2013 -->
Vitullo-Martin, Julia
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I problemi insediativi, ambientali, socioeconomici, di qualità della vita, e infine politici, posti dal nuovo ruolo del cibo nella metropoli del terzo millennio. Non è il caso, come intuito in fondo dall'Expo milanese, di porre al centro la questione? Spotlight on the Region, marzo 2013 -->
Bottini, Fabrizio
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