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Vitalità commerciale urbana
Data di pubblicazione: 29.09.2012

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Per svolgere la funzione sociale e urbanistica che a volte giustamente rivendicano, gli esercizi di vicinato non devono semplicemente esistere, ma dimostrare di saper interagire con l’innovazione nei comportamenti diffusi, offrire servizi e identità, oltre che far lobby corporativa sulle amministrazioni

Vitalità commerciale urbana

Per svolgere la funzione sociale e urbanistica che a volte giustamente rivendicano, gli esercizi di vicinato non devono semplicemente esistere, ma dimostrare di saper interagire con l’innovazione nei comportamenti diffusi, offrire servizi e identità, oltre che far lobby corporativa sulle amministrazioni locali

Qualche giorno fa, nel nostro paese, ha suscitato polemiche e parecchie risate la pubblicazione di un elenco di riviste scientifiche, quelle dove un ricercatore universitario può pubblicare testi che poi contribuiscono al suo curriculum. Polemiche e risate spontanee, quando si scopriva come pullulassero cose abbastanza assurde, dal confindustriale Sole 24 Ore, a bollettini parrocchiali, o riviste vacanziere patinate con le solite tette in copertina. La cosa interessante emersa è che quelle pubblicazioni erano scientifiche per un motivo preciso: nei comitato dei garanti c’erano dei ricercatori accreditati. Un po’ come dire: sono buono perché esisto, e basta, non servono alter motivazioni. A ben vedere è lo stesso atteggiamento di molte altre rivendicazioni a prescindere, dai giovani che sarebbero più bravi in tutto solo appunto perché giovani, agli esercizi locali. per cui basta ostentare una vetrina all’angolo per diventare paladini di vitalità nel quartiere. Sembra una sciocchezza, ma è su questa piuttosto inconsistente base che vengono combattute lunghe battaglie pro o contro varie scelte politiche e amministrative, dagli orari di apertura, all’organizzazione urbanistica (dentro la città, fuori, su quanta superficie ecc.), alla gestione degli spazi e ai trasporti, pedonalizzazioni, arredi.

Con disagi più o meno equamente distribuiti fra cittadini, operatori, amministrazioni, i quali tutti da queste contrapposizioni ideologiche e fideistiche di solito non hanno nulla da guadagnare. Almeno se parliamo onestamente di qualità urbana, e non di vantaggi corporativi. C’è un contesto nazionale e specie metropolitano, quello britannico, in cui ormai da decenni si assiste a una battaglia, a colpi di leggi, norme, strategie concorrenziali, fra il modello del negozio di prossimità classico, e quello a marchio americano fatto di grandi catene, contenitori extraurbani e mobilità automobilistica. Tra tutti i vari effetti del processo, ne esiste sicuramente uno di interesse per tutte le altre esperienze: l’evoluzione dalla bottega tradizionale all’esercizio di vicinato moderno, stimolata sia dalla concorrenza che dalle politiche pubbliche. Lo testimonia se necessario l’identikit dei vincitori all’ultimo concorso nazionale “miglior negozio di quartiere”, e che sta rappresentando il paese in altre competizioni tematiche internazionali. Il negozio sta in una specie di desolata periferia, ma fa di tutto per far scordare ai suoi clienti cosa ci sta attorno: ambiente moderno, high-tech, accogliente, e offerta quasi 24 ore su 24 articolata di prodotti “multiculturali”, come certamente suona la pizza sfornata al volo in un sobborgo londinese.

Ovvero, per riassumere al massimo, il commercio di prossimità, il negozio o servizio d’angolo, ha un ruolo veramente spaziale e sociale importante quando è in grado di adattarsi bene all’evoluzione del contesto, non per il semplice fatto di esistere e di avere dei “garanti di qualità” di un certo tipo. Naturalmente i criteri per giudicare se e quanto gli esercizi svolgano questo ruolo, che gli fa meritare un occhio (e un orecchio) di riguardo ad esempio dalla pubblica amministrazione, dalla collettività, dai consumatori , non sono solo quelli della comune concorrenza, anche se questi in fondo pesano. I pragmatici americani spesso definiscono un po’ impropriamente “local market” tutta una serie di domande e offerte, più o meno equilibrate o carenti, che vanno ben oltre il consumo di prodotti e servizi a pagamento. Mercato è anche la domanda di spazio pubblico, di socialità, di ambiente e qualità dell’abitare generale nel quartiere. Quindi per stare immersi nel mercato ci si deve adeguare a tutto ciò che il tessuto sociale complessivamente chiede, e magari anticipare tendenze future.

Poniamo la classicissima opposizione degli esercenti centrali alla regolamentazionie del traffico automobilistico: sono cinquant’anni e passa che gli esperti ripetono fino alla noia come non sia mai successo, a memoria d’uomo, che un’automobile si presenti alla cassa di un negozio a far compere. E quindi opporsi a TUTTO ciò che potrebbe di fatto favorire il passaggio di potenziale clientela umana non ha senso. Anche l’inventore dello shopping mall suburbano Victor Gruen aveva avuto a metà anni ’50 la commissione di un grande progetto di rivitalizzazione metropolitana a Fort Worth, in Texas, progetto sviluppato proprio pedonalizzando tutta la downtown. Il problema si pone in modo particolarmente urgente oggi, quando mobilità dolce, attenzione all’abitabilità degli spazi pubblici e sicurezza mettono in primo piano proprio la contraddizione di arterie urbane intasate dai veicoli privati, fermi o in movimento. Quindi un esercizio davvero al passo coi tempi sa interagire al meglio con l’evoluzione sociale, che so, offrendo uno spazio pubblico davanti alle vetrine dove si possa sostare, parcheggiare la bicicletta, o sedersi all’ombra se c’è troppo caldo ecc. Ciò a sua volta attira più clientela, perché il mercato nel senso americano del termine è anche questo mescolarsi di aspetti monetari con usi comuni.

C’è poi la questione dei tempi: una delle tendenze della città contemporanea postindustriale è di vivere 24 ore su 24 sette giorni la settimana. Una parte del mondo del commercio, e soprattutto i rappresentanti dei lavoratori, vedono il prolungamento degli orari di apertura come sforzo impraticabile, ma sbagliano: gli esercenti perché presto subiranno la micidiale concorrenza di chi a questo ritmo 24/7 si adegua; il sindacato perché sta dimenticando (come in altri casi) quanto lavoratore e cittadino siano figure intercambiabili, e sovrapponibili. Il che non significa rilanciare al ribasso, ovvero a diminuire la qualità del lavoro o peggio arrivare a forme di sfruttamento varie, come di fatto accade quando ad esempio rispondono alla domanda di prodotti e servizi le attività informali e in nero, o certe gestioni familiari al limite della sopportabilità. Quello che è indifendibile, come nel caso della via invasa ovunque dalle auto, è il prolungarsi di certi ritmi arcaici: apertura mattutina, pausa pranzo con chiusura, orario serale limitato e domeniche a saracinesca abbassata. Dove sarebbe, tanto per dirne una, la vitalità urbana tanto rivendicata?

Altro discorso è la tutela delle attività indipendenti, che partecipano in modo diverso a definire ciò che è sociale, ambientale, locale. Di solito le battaglie per la tutela dei quartieri urbani e la loro diversità partono da un assunto scivoloso: esercizio locale è il genere di bottega che ci si immagina automaticamente, ovvero piccolo negozio familiare organizzato secondo la tradizione. Non è più così da anni, e in molti casi se si va a guardare con attenzione anche il mondo associativo degli esercizi locali spesso si trovano presenti medie e anche grandi catene, che hanno saputo fare i passi necessari per adattarsi. Il caso più vistoso resta ovviamente quello dell’infiltrazione di grandi formati più o meno ridimensionati ma coi medesimi criteri auto-centrici degli impianti suburbani. Ma ci sono ad esempio le superette, o la partecipazione economica a catene locali, o il franchising. Al punto che nel medesimo confronto a premi citato sopra, troviamo tranquillamente il marchio Tesco, presente e integrato nei quartieri con un formato ridotto da negozio d’angolo. Il che da un lato significa una specie di città-clone strisciante, ma dall’altro che in un modo o nell’altro l’aggettivo locale va sempre interpretato, e i grandi marchi adeguatamente metabolizzati possono contribuire tanto quanto altri modelli al quartiere.

Insomma, come sempre, schematizzare non aiuta né a capire né a cominciare ad affrontare davvero i problemi. Per saperne di più sul negozio vincitore e le sue caratteristiche, rinvio a: Rebecca Smithers, “At your convenience: local shops serve up quality and community spirit”, The Guardian 28 settembre 2012; il rapporto dell’Associazione Esercizi Locali (quello che include tranquillamente anche Tesco e simili) è scaricabile direttamente da qui; il citato progetto di pedonalizzazione anni ’50 di Victor Gruen per Fort Worth, nonché l’articolo teorico sulla Harvard Economic Review che lo prepara, sono disponibili anche in italiano qui su Mall, basta come sempre inserire il nome dell’Autore nel motore di ricerca interno in alto a destra.


File allegati

Local_Shop_Report ( Local_Shop_Report_LR.pdf 5.27 MB )
ricerca sugli esercizi di quartiere britannici, settembre 2012







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Per motivi tecnici mi sono provvisoriamente trasferito sul sito Millennio Urbano che (tra l'altro) contribuisco a rilanciare dopo un periodo di transizione -->
Bottini, Fabrizio
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Da un paio di secoli l'umanità cerca di misurarsi in con la gigantesca ameba metropolitana scatenata dai cicli di industrializzazione: urbanisti, sociologi, scrittori, ora un regista. Ma la cultura italiana mica ci arriva
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Bottini, Fabrizio
( 20.08.2013 18:49 )
La globalizzazione significa soprattutto (che piaccia o meno) essere ineluttabilmente inseriti in un flusso di decisioni interrelate: la tutela delle coste nella nostra bagnarola mediterranea, per esempio -->
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