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Milano: l’ecatombe e la speranza
Data di pubblicazione: 03.10.2012

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Dicono che non c’è più differenza tra destra e sinistra, e invece il disastro dello sciopero dei mezzi pubblici nella metropoli padana ne sottolinea una tra le tante possibili: guardare al futuro e alla sostenibilità invece di ringhiare col ditino ingessato verso un inesistente bel tempo antico

Tra i non tantissimi giornali che mi capita di leggere regolarmente, oggi mi pare si distingua il Corriere della Sera, sia nell’edizione nazionale che in quella locale. In particolare la prima dove giusto in apertura il fotogramma video tormentone del giorno (la signora con la gonna alzata e incastrata sotto una serranda, il neosexy nazionalpopulista postminettiano) sta sopra un titolo del genere: IN UN PAESE CIVILE CERTE COSE NON SUCCEDONO. Cosa, non succede, esattamente? Che a una povera malcapitata oltre alla giornata no del trasporti succeda anche la disavventura dello sbatti la coscia in prima pagina? Macché: il Corrierone se la sta prendendo un po’ col sindacato e un po’ con l’azienda tranviaria, per concorso di colpa nel caos sotterraneo scatenato dalla convergenza di varie inefficienze. Per non parlare del caos metropolitano di superficie che si è innescato nel frattempo, una versione tascabile delle gridlock newyorkesi o losangeline che sotto sotto abbiamo invidiato per decenni, ma che adesso ci paiono un po’ meno cinematografiche a ben vedere.

Ecco, lasciando ai giornali nazionali e locali il doveroso compito di scoprire e denunciare i misfatti sotterranei che pure ci saranno stati, e indegni di un paese civile, vorrei provare a concentrarmi sugli aspetti en plein air dell’ecatombe nostrana. Perché indicano una via, forse la confermano pure, e paradossalmente in positivo. Cos’è successo, in realtà? È successo che sono entrati in crisi tutti gli ingranaggi e i sistemi infrastrutturali della città industriale, mettendo in primo piano quel poco di prospettiva postindustriale che già prova ad emergere: più spazio all’organizzazione (e autorganizzazione), all’informazione, alla relazione, alla smaterializzazione, e meno fede cieca nella mano invisibile della tecnologia, soprattutto quando di mani dovrebbero essercene almeno una mezza dozzina, ciascuna ignara di cosa stiano facendo le altre. Fuor di metafora, il caos, il disorientamento, la lieve paura del vuoto, hanno colto alla sprovvista soprattutto coloro che per scelta o per forza hanno optato per l’auto privata, coloro che non sanno o non possono approfittare del minimo di intermodalità garantita dalle reti complesse urbane, coloro che hanno un rapporto obsoleto con la comunicazione.

Pensiamo solo a un paio di aspetti: gli smartphones e la rete del bike sharing. I telefonini moderni già sono stati un piccolo sollievo per chi si è trovato coinvolto nel disastro sotterraneo e nelle ripercussioni in superficie: si è potuto avvisare in tempo reale altri coinvolti più o meno direttamente. Solo una decina di anni fa sarebbe stato molto, ma molto più complicato, prima cercare una cabina, e poi magari non trovare a portata di mano l’interlocutore dall’altra parte del filo. Però adesso ad esempio si è potuto al massimo appunto avvertire, magari chiedere a amici e parenti di mobilitarsi con l’auto privata, dalla periferia o da qualche comune di cintura, sommandosi al caos di chi già si era mosso col mezzo privato per via dello sciopero. Poi le bici comunali, che anche loro dieci anni fa non c’erano e adesso qualcuno le avrà pure prese, se sapeva come e poteva farlo facilmente: ma quanti hanno davvero risolto l’emergenza? Pochi pochi, c’è da sospettare, e ancora soprattutto per vie dei telefonini, ma non solo.

Il bike sharing così com’è pare un pallido fiorellino all’occhiello dell’amministrazione, anziché un pezzo integrato della rete dei trasporti. A Radio Popolare si ascoltavano in diretta storie e interviste di gente uscita viva dalla metropolitana, ma poi costretta a scarpinare per chilometri seguendone in superficie il percorso da un’estremità l’altra. Non sarebbe stato indispensabile, se le bici fossero, come dovrebbero essere, qualcosa di più: integrate al resto, e quindi connesse, informate, a largo raggio. Uno spiaggiato passeggero della metropolitana, in quel caso (anche con una conoscenza minima della città, come capita a certi pendolari e figuriamoci a un visitatore occasionale) avrebbe rapidamente esplorato le possibilità di percorso alternative via smartphone, prelevato eventualmente un mezzo dalla rastrelliera anche senza essere titolare di un abbonamento, e poi seguito la strada consigliata fino alla meta. Magari, e meglio, fino a oltre i confini comunali, almeno nel raggio delle linee extraurbane del metro. Oggi, di questo raggio d’azione non se ne parla proprio.

E lasciando perdere tanti altri aspetti paralleli legati ancora all’organizzazione, vediamo un lato più direttamente urbanistico della faccenda, quello legato agli spazi pubblici. Uno dei motivi principali di spaesamento di chi frequenta la città contemporanea, almeno al di fuori dei residuati storici, è la desertificazione delle piazze e assimilate. Non è un problema di decoro, o moralistico, ma di pura efficienza urbana: l’esodo biblico dei passeggeri che risalgono i disordine e senza speranza le scale delle stazioni per ritrovarsi poi a transumare in gregge seguendo in superficie la falsariga dei tunnel sotterranei, è un chiaro sintomo di vuoto identitario. Quando Richard Florida descrive i suoi quartieri in stile new urbanism dove la classe creativa si guadagna stipendi da favola digitando su una tastiera dal tavolo del bar all’aperto, forse non sottolinea a sufficienza quanto quei tizi siano una popolazione sostanzialmente nomade, oggi qui domani là, e che solo l’ottima qualità dei contesti urbani (insieme alle nuove tecnologie dell’informazione, va da sé) renda ragionevole considerare obsoleto il rapporto casa-lavoro classico della metropoli industriale.

Fra i vari, più o meno gravi, disagi provocati dallo sciopero e dai concomitanti guasti della rete, non metterei troppo in seconda o terza fila gli appuntamenti mancati col destino, magari in puri termini di risposta alle email, spedizione di testi o altri elaborati al destinatario, organizzazione di una piccola conferenza volante su Skype ecc. La disponibilità, almeno in corrispondenza di nostrani transit oriented developments (diciamo la piazzetta della stazione di quartiere, per intenderci meglio) di ambienti simili poteva risolvere molto. E risolvere anche tanti altri piccoli disagi temporanei da pura delocalizzazione mentale, oltre a fungere da accampamento-ufficio per chi ne ha avuto bisogno. In fondo un tempo le stazioni ferroviarie erano dotate di servizi del genere, almeno per chi se li poteva pagare. Solo che oggi parallelamente alle chiacchiere sulla “città temporanea” ci si dimentica della metropoli permanente. La speranza citata nel titolo di questo post, invece, sta nel constatare come alcuni (solo alcuni) degli elementi citati stiano cominciando a emergere dalle politiche pubbliche e dalle sperimentazioni private, sia in termini organizzativi, che tecnologici, che urbanistici in senso stretto. Ma c’è ancora molto da fare, specie in termini di pura informazione. Se c’è una cosa davvero “indegna di un paese civile” non è il diritto di sciopero sottilmente insinuato dal Corriere, ma il cittadino troppo lasciato a sé stesso in balìa degli eventi.









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Il sito di Edoardo Salzano
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Bottini, Fabrizio
( 08.10.2013 09:04 )
Per motivi tecnici mi sono provvisoriamente trasferito sul sito Millennio Urbano che (tra l'altro) contribuisco a rilanciare dopo un periodo di transizione -->
Bottini, Fabrizio
( 08.09.2013 10:07 )
Da un paio di secoli l'umanità cerca di misurarsi in con la gigantesca ameba metropolitana scatenata dai cicli di industrializzazione: urbanisti, sociologi, scrittori, ora un regista. Ma la cultura italiana mica ci arriva
-->
Barzi, Michela
( 26.08.2013 09:34 )
Le diffidenze leghiste per le diversità si manifestano naturalmente con maggiore evidenza là dove il partito governa e imperversa. Ma si tratta di una cultura pervasiva, per nulla limitata a quei territori e probabilmente neppure limitata a quell'area politica, pronta a ripresentarsi in diversi contesti -->
( 22.08.2013 19:29 )
Gli spazi simbolo del ceto medio e dei suoi consumi opulenti, diventano sacche di disagio, come dimostra il compendio di ricerche della Brookings Institution sintetizzate in un volume. Il problema è di superare la logica di questo tipo di espansione urbana, e tornare a un modello integrato di città. Dalla rivista universitaria Knowledge Wharton, agosto 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 20.08.2013 18:49 )
La globalizzazione significa soprattutto (che piaccia o meno) essere ineluttabilmente inseriti in un flusso di decisioni interrelate: la tutela delle coste nella nostra bagnarola mediterranea, per esempio -->
Eisenberg, Richard
( 10.08.2013 10:28 )
Recensionee intervista su uno dei tanti libri americani dedicati a una questione che dovrebbe però interessare molto di più anche il resto del mondo: l'immaginario collettivo sull'abitare e i suoi risvolti sociali e ovviamente ambientali. Di fatto ci sono intere generazioni cresciute nel mito antiurbano, che deve essere in qualche modo superato, insieme al tipo di consumi che si porta dietro. Forbes, 9 agosto 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 21.07.2013 09:45 )
C'è sempre qualcosa di affascinante, e al tempo stesso inquietante, nel modo in cui ci adattiamo, o proviamo a adattarci, ai mutamenti ambientali del mondo che ci circonda. Specie quando si tratta di trasformazioni consapevolmente indotte da altri, per motivi affatto umanitari -->
Bottini, Fabrizio
( 16.07.2013 08:35 )
Oltre a dire qualcosa di sinistra, come auspicano e chiedono in tanti da troppo tempo, c'è anche un'altra possibilità: quella di fare concretamente, qualcosa di sinistra, ovvero mettere in pratica e verificare gli alti principi. C'è qualche vago segnale in questo senso, basta guardarlo -->
Bottini, Fabrizio
( 11.07.2013 08:13 )
Che fare quando le migliori (e celebrate) idee si dimostrano carenti? Negare l'evidenza, oppure provare a rifletterci sopra davvero, cercando di capire se e dove esiste qualcosa di sbagliato nel modello, o nella nostra interpretazione? -->
Hetherington, Peter
( 03.07.2013 13:12 )
Un urbanista americano, curiosamente noto soprattutto per essere stato preso a pugni da una contestatrice durante un'assemblea pubblica, ha anche parecchio altro da dire sulla professione, e il ruolo nella città e la società. The Guardian, 2 luglio 2013 (f.b.) -->
Bottini, Fabrizio
( 29.06.2013 10:53 )
C'è qualcosa che non torna nell'entusiasmo da un lato per tutte le possibili tecnologie smaterializzanti dell'universo, dall'altro nel permanere di una cultura degli spazi a dir poco novecentesca, industriale, segregata. Quanto c'è di malafede, e quanto di ignoranza? -->
Bottini, Fabrizio
( 28.04.2013 09:12 )
Il successo dei progetti di trasformazione urbana, come suggerisce il buon senso, dipende dal loro essere urbani, inseriti in un contesto ampio con cui entrano in sinergia. Ma il peggior cieco è chi non vuol vedere ciò che gli sta attorno -->
Walker, Alissa
( 02.04.2013 19:44 )
Vivere e camminare a Los Angeles, senza un'automobile, è compatibile con un'esistenza umana. Figuriamoci qui da noi. Los Angeles Magazine, 29 marzo 2013 -->
Vitullo-Martin, Julia
( 30.03.2013 19:30 )
I problemi insediativi, ambientali, socioeconomici, di qualità della vita, e infine politici, posti dal nuovo ruolo del cibo nella metropoli del terzo millennio. Non è il caso, come intuito in fondo dall'Expo milanese, di porre al centro la questione? Spotlight on the Region, marzo 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 30.03.2013 08:50 )
È passato più di un secolo da quando i futuristi volevano spazzar via tutta l'anticaglia che faceva da zavorra al progresso umano, e nel frattempo si è capito che non tutto è anticaglia e non tutto è zavorra. Però adesso un po' si esagera, in tutto il mondo, con le ideologie antimoderniste su misura -->

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