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Mall International (in English)
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Arriva il Grande Cacciatore Metropolitano
Data di pubblicazione: 07.10.2012

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Da decenni ormai zoologi e altri ricercatori studiano le forme di adattamento della fauna selvatica a spazi e tempi della grande città, verificandone via via anche importanti evoluzioni in termini di comportamento e non solo. Adesso però c’è una grossa novità: arrivano i predatori, proprio quelli feroci e spaventosi ….

Proprio ieri pedalando sulla pista ciclabile lungo un canale urbano ho visto un bambino con la nonna che lanciava briciole ai paperi, poi ho notato che non c’erano solo i pennuti ad arredare e riempire di vitalità quella bella mattina di sole al parco. Poco più di un metro alle spalle degli anatroccoli, ritto sulle zampe posteriori in cima a un’isoletta di alghe e rami, un enorme topo si lisciava le vibrisse, contemplando placido il paesaggio. Il motivo per cui né la bambina, né la nonna, né in fondo neppure il sottoscritto dopo la prima perplessità, ci hanno fatto più caso di tanto, è che quello non era propriamente un enorme topo, ma una nutria di taglia medio-piccola. Animali che importati originariamente dal Sud America per gli allevamenti da pellicce, si sono poi adattati benissimo all’ambiente della pianura irrigua, e adesso con le migliorate condizioni generali della metropoli stanno fondando numerose colonie ovunque corsi d’acqua, sponde, un po’ di spazio verde non del tutto addomesticato, lo consentono.

Se le si considera per quello che sembrano istintivamente a una prima occhiata, ovvero appunto toponi XXL, le nutrie possono fare effettivamente impressione, come certamente la fanno quando dopo il calar del sole girano a frotte troppo vicino alle case dei quartieri. Ma osservando la questione da una prospettiva diversa non mi pare siano niente di troppo diverso, diciamo, dai branchi di conigli selvatici che ricordo dalla mia infanzia scorazzare a migliaia tra l’erica delle brughiere, almeno prima che qualche genio dei trasporti ci costruisse sopra un fallimentare hub aeroportuale. Roditori di campagna dalle orecchie lunghe, roditori di città dalle orecchie corte, che a differenza dei topi a cui li si accosta di primo acchito non evocano affatto scenari di degrado ambientale, ma anzi un’ottima salute degli spazi che scelgono come casa. Continuando a pedalare verso il centro lungo il canale, senza farci particolarmente caso ne ho viste decine e decine di nutrie, singole o a gruppetti, e ho notato come le stavano guardando con vari livelli di attenzione le coppiette sulle panchine, o i bambini in passeggino.

Non c’era né allarme, né ribrezzo, in quegli sguardi, in generale nulla di diverso da quando si guarda la pioggia, gli anatroccoli del parco, la gente che passa, il tizio che ronfa sulla panchina. E per un istante ho pensato che di problemi in fondo non ce ne fossero proprio, almeno non problemi particolari, che alla fin fine l’unica vera questione (come spesso succede con gli animali in città) era solo un eccesso di presenze: in effetti vederne centinaia in un colpo solo lungo una striscia di canale abbastanza breve, e in pieno giorno, colpiva un po’. Del resto succede anche con tante altre specie, pensiamo agli uccelli quando interferiscono con gli aeroporti. Già, ma lì intervengono coi rapaci … è stato allora, mentre il mio percorso mi allontanava dalla sponda del canale e dalle nutrie, che mi è tornata in mente la faccenda dei coyote, e poi quell’altra dei leoni in giardino. Anche per le nutrie una soluzione ecologica a portata di mano in effetti ci sarebbe: il problema è che comincerebbero i guai per un’altra specie, e precisamente gli umani. Ma forse ci tocca comunque.

La faccenda dei coyote, per farla breve, è l’ormai pluriennale ricerca di Stan Gehrt dell’Università dell’Ohio sul progressivo adattamento di questi canidi predatori all’ambiente urbano, in particolare attraverso rilievi sistematici nell’area metropolitana di Chicago. Attraverso numerosi cicli stagionali e riproduttivi, si è riusciti a stabilire non solo come una ex specie selvatica di notevoli dimensioni sia riuscita a inserirsi nell’apparentemente ostile tessuto della città, ma come via via singoli e branchi abbiano cambiato comportamenti, alimentazione, stili di vita e rapporto col contesto. Poi ci sono anche cose folkloristiche, a volte anche con qualche risvolto drammatico come le aggressioni, comunque folkloristiche perché ci allontanano dal tema centrale. E’ solo folk ovviamente quel coyote che stava dentro a un chiosco di hamburger, e lo sono anche certi sgradevoli incontri ravvicinati, se ascoltiamo gli esperti e capiamo quanto anche la nostra vita debba un pochino cambiare, man mano cambia la città che abitiamo. Se ne estende l’area a comprendere anche spazi prima habitat naturali o misti, e se ne modifica il senso. Ma la città metropolitana di oggi, così come non riproduce all’infinito i vicoli del centro storico tradizionale, non può e non deve allargare la distesa umana-industriale artificiale come si è affermata fra XIX e XX secolo, sia nella forma compatta che in quella dispersa del suburbio.

Tutte le ricerche sui temi dell’urbanizzazione del pianeta e della sostenibilità escludono che il nostro futuro possa essere una sostanziale asfaltatura degli spazi abitati, e indicano invece un rinnovato connubio tra natura e artificio, di cui anche piccolissime cose come gli orti urbani sono sintomo e componente. La metropoli come habitat complesso insomma, dentro al quale c’è posto, udite udite, per i grandi predatori. Non è una sparata a casaccio, ma una indicazione precisa di Gehrt, il quale in una sua recente comunicazione sul classico tema dei coyote urbani ha esposto una propria teoria, a quanto pare fondata: il coyote è un predatore di dimensioni medio-grandi, che mai nessuno fino a poco tempo fa si sarebbe aspettato di veder correre tra autobus e grattacieli, né di adattarsi benissimo a territori di caccia grandi una frazione di quelli dei suoi antenati. Ora, visto quanto già ampiamente osservato per altre famiglie e associazioni zoologiche, si può sostenere che i coyotes sono solo l’avanguardia di altri, più grandi carnivori, ad esempio l’orso e il puma nelle città americane, di cui non mancano sporadici episodi.

E al sottoscritto salta per forza in mente anche l’articolo pubblicato qualche settimana fa da New York Times, ma ambientato nelle megacittà africane, nelle cui periferie sempre più spesso si aggirerebbero leoni, non a caccia di improbabili antilopi, ma di bidoni della spazzatura o al massimo di pollai in fondo al giardino. Tutto si tiene, in fondo, ce lo spiegano da anni che dove c’è la preda prima o poi arriva anche il predatore, ma le cose non finiscono neppure lì. C’è l’habitat nuovo, la necessità e la voglia di adattarsi e sfruttarlo al meglio, i nuovi rischi e le nuove occasioni. Dicono che, nelle terre lontane da cui proviene la nutria abbia come nemici principali i grandi felini e i rettili d’acqua, ed è questo il motivo principale per cui viene un po’ temuta dalle nostre parti, tradizionalmente povere di giaguari e caimani, figuriamoci dalle parti di Milano. Non è da escludere però che la nicchia dei caimani e dei giaguari non possa essere in qualche modo occupata da altri. Ho visto da qualche parte un manifesto dei primo ‘900 che nella periferia metropolitana trattava il problema della caccia al lupo, e ancora quest’estate si sono rinnovati sulla stampa vari articoli che ci raccontavano degli avvistamenti di nuovi branchi nelle catene alpine. Ora: quanto sono distanti le montagne dai grandi centri di pianura? Mica tanto, e i predatori sono anche grandi viaggiatori. In definitiva, come direbbe il presidente Mao il disordine sotto il cielo è grande, e la situazione (per i predatori) pare eccellente. Noialtri, che siamo i predatori più pericolosi, dovremmo saperlo benissimo, e iniziare a pensare meglio le nostre città anche in quella prospettiva.

Dal sito Examiner un sintetico resoconto delle ultime supposizioni di Stan Gehrt, recentemente presentate a un convegno
Qui su Mall molti altri pezzi sulla fauna urbana, e la mia nota sul Leone addormentato in giardino (con link al New York Times)









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Il sito di Edoardo Salzano
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Bottini, Fabrizio
( 08.10.2013 09:04 )
Per motivi tecnici mi sono provvisoriamente trasferito sul sito Millennio Urbano che (tra l'altro) contribuisco a rilanciare dopo un periodo di transizione -->
Bottini, Fabrizio
( 08.09.2013 10:07 )
Da un paio di secoli l'umanità cerca di misurarsi in con la gigantesca ameba metropolitana scatenata dai cicli di industrializzazione: urbanisti, sociologi, scrittori, ora un regista. Ma la cultura italiana mica ci arriva
-->
Barzi, Michela
( 26.08.2013 09:34 )
Le diffidenze leghiste per le diversità si manifestano naturalmente con maggiore evidenza là dove il partito governa e imperversa. Ma si tratta di una cultura pervasiva, per nulla limitata a quei territori e probabilmente neppure limitata a quell'area politica, pronta a ripresentarsi in diversi contesti -->
( 22.08.2013 19:29 )
Gli spazi simbolo del ceto medio e dei suoi consumi opulenti, diventano sacche di disagio, come dimostra il compendio di ricerche della Brookings Institution sintetizzate in un volume. Il problema è di superare la logica di questo tipo di espansione urbana, e tornare a un modello integrato di città. Dalla rivista universitaria Knowledge Wharton, agosto 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 20.08.2013 18:49 )
La globalizzazione significa soprattutto (che piaccia o meno) essere ineluttabilmente inseriti in un flusso di decisioni interrelate: la tutela delle coste nella nostra bagnarola mediterranea, per esempio -->
Eisenberg, Richard
( 10.08.2013 10:28 )
Recensionee intervista su uno dei tanti libri americani dedicati a una questione che dovrebbe però interessare molto di più anche il resto del mondo: l'immaginario collettivo sull'abitare e i suoi risvolti sociali e ovviamente ambientali. Di fatto ci sono intere generazioni cresciute nel mito antiurbano, che deve essere in qualche modo superato, insieme al tipo di consumi che si porta dietro. Forbes, 9 agosto 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 21.07.2013 09:45 )
C'è sempre qualcosa di affascinante, e al tempo stesso inquietante, nel modo in cui ci adattiamo, o proviamo a adattarci, ai mutamenti ambientali del mondo che ci circonda. Specie quando si tratta di trasformazioni consapevolmente indotte da altri, per motivi affatto umanitari -->
Bottini, Fabrizio
( 16.07.2013 08:35 )
Oltre a dire qualcosa di sinistra, come auspicano e chiedono in tanti da troppo tempo, c'è anche un'altra possibilità: quella di fare concretamente, qualcosa di sinistra, ovvero mettere in pratica e verificare gli alti principi. C'è qualche vago segnale in questo senso, basta guardarlo -->
Bottini, Fabrizio
( 11.07.2013 08:13 )
Che fare quando le migliori (e celebrate) idee si dimostrano carenti? Negare l'evidenza, oppure provare a rifletterci sopra davvero, cercando di capire se e dove esiste qualcosa di sbagliato nel modello, o nella nostra interpretazione? -->
Hetherington, Peter
( 03.07.2013 13:12 )
Un urbanista americano, curiosamente noto soprattutto per essere stato preso a pugni da una contestatrice durante un'assemblea pubblica, ha anche parecchio altro da dire sulla professione, e il ruolo nella città e la società. The Guardian, 2 luglio 2013 (f.b.) -->
Bottini, Fabrizio
( 29.06.2013 10:53 )
C'è qualcosa che non torna nell'entusiasmo da un lato per tutte le possibili tecnologie smaterializzanti dell'universo, dall'altro nel permanere di una cultura degli spazi a dir poco novecentesca, industriale, segregata. Quanto c'è di malafede, e quanto di ignoranza? -->
Bottini, Fabrizio
( 28.04.2013 09:12 )
Il successo dei progetti di trasformazione urbana, come suggerisce il buon senso, dipende dal loro essere urbani, inseriti in un contesto ampio con cui entrano in sinergia. Ma il peggior cieco è chi non vuol vedere ciò che gli sta attorno -->
Walker, Alissa
( 02.04.2013 19:44 )
Vivere e camminare a Los Angeles, senza un'automobile, è compatibile con un'esistenza umana. Figuriamoci qui da noi. Los Angeles Magazine, 29 marzo 2013 -->
Vitullo-Martin, Julia
( 30.03.2013 19:30 )
I problemi insediativi, ambientali, socioeconomici, di qualità della vita, e infine politici, posti dal nuovo ruolo del cibo nella metropoli del terzo millennio. Non è il caso, come intuito in fondo dall'Expo milanese, di porre al centro la questione? Spotlight on the Region, marzo 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 30.03.2013 08:50 )
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