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Le mille luci spente della città
Data di pubblicazione: 11.10.2012

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Non è troppo difficile leggere, nella stravagante idea di spegnere l’illuminazione pubblica, uno specchio di certo spirito anti-illuminista dei tempi, inconsapevolmente neoautoritario, reazionario, antiurbano. Perché c’è modo e modo di fare ambientalismo, e questo ancora una volta evoca il famigerato bel tempo antico

Flash fine anni ’60, diretta fiume per lo sbarco dell’uomo sulla luna, in studio insieme a vari giornalisti e tuttologi d’epoca anche il poeta Giuseppe Ungaretti. Si discute sul tema: cosa ne sarà ora, dopo che la superficie del satellite è stata per così dire svelata dai saltelli di Neil Armstrong, del romanticismo di chi cantava al mistero della Luna? Fine degli innamorati sospiranti, dei poeti verseggianti e tutto il resto? Onestamente non ricordo la risposta di Ungaretti, ma ho abbastanza chiara la reazione del sottoscritto adolescente davanti allo schermo in bianco e nero. La riassumo brevemente: ma questi sono scemi? Una vita più tardi, non ho cambiato idea, anche se dicono che chi non cambia mai idea è un imbecille. Mi consola aver cambiato idea su tantissime altre cose, ma quella cosa dei poeti e degli innamorati rimasti senza lavoro per colpa della scienza e del complotto demo plutocratico della Nasa era, ed è, una gigantesca cazzata. La cosa tragica, però, è che hanno continuato a dirne e farne tante altre nel medesimo solco bagnato di nostro sudor.

Flash primi anni ’70, crisi petrolifera e primi dibattiti nazionalpopolari sul risparmio energetico. Tra le varie iniziative, oltre al varo delle domeniche a piedi, a un momentaneo grande revival della pratica e del commercio (guarda un po’) delle biciclette, alcune norme sugli orari dei locali pubblici e le insegne al neon. Risparmio energetico, tutta colpa dei cattivoni mediorientali con un tovagliolo in testa e un cammello sotto al sedere, si mormorava nei bar, ma rigorosamente fino a sera presto, perché poi giù la serranda e tutti a casa. Per un fortunatamente breve periodo restò in piedi anche quella cosa stravagante dei cinema che quasi ti cacciavano fuori a metà spettacolo, perché per risparmiare energia era essenziale spegnere il proiettore e le luci in sala … demente, ma vero. La faccenda dei bar ristoranti eccetera invece durò parecchio a lungo, a ben vedere ben oltre altre mode più intelligenti tipo le auto più piccole, o le ricerche sul risparmio energetico vero. E in qualche studio televisivo, o dichiarazione alle agenzie, il sottoscritto un po’ meno adolescente di prima ricorda certi democristiani destrorsi o meno teorizzare un ritorno alle tradizioni, al calore della famiglia invece dei facili costumi del bar o del cinema, alle insegne spente che lasciavano contemplare la luna e le stelle. Pfui!

Terzo millennio, e rieccoli, bardati col loden sobrio e le tabelline della revisione di spesa, a dirci che lo spreco energetico in fondo non è mica colpa di chi dopo la crisi petrolifera degli anni ’70 è tranquillamente tornato al business as usual (vedi la Fiat, che ha buttato uno straordinario prototipo energetico chiamato Totem: l’avete mai sentito nominare?), ma di noi che vogliamo fare cose dannose tipo non andare a sbattere passeggiando dopo il tramonto, o incontrare gli amici sotto il lampione ai giardinetti. L’impresa non si tocca, la città intesa come quello che sta attorno alle ciminiere invece si, eccome se si tocca, quella grande meretrice che spezza i sani valori della campagna, della famiglia, della gerarchia. Coprifuoco per il nostro bene. Quanta ideologia c’è dietro questa cosa dei lampioni spenti, e naturalmente dietro agli entusiasmi dei soliti addetti ai lavori di area agronomica, zoologica, psicologica e finanche psichiatrica, magari. Basta passerotti turbati nel bioritmo dalle luci stradali, e tutti a casa presto attorno al tavolo a consumare i prodotti dell’orto. Qualcuno avrà notato la presenza di cose positive, in sé: gli habitat urbani vanno pensati con intelligenza nel terzo millennio, e questo sito ne parla in continuazione, ivi compresi i cicli riproduttivi della fauna, o il ruolo delle infrastrutture verdi, della produzione agricola metropolitana, il ruolo ambientale-sociale-alimentare degli orti di quartiere. Insomma quello che chiamiamo sostenibilità.

Ma c’è una bella differenza, o almeno dovrebbe esserci, fra parlare di sostenibilità e parlare di ancien regime. Per tutto il XIX secolo gli utopisti di era industriale ce l’avevano ben presente perché appena sconfitto, l’ ancien regime, e si guardavano accuratamente dal riprodurne anche per sbaglio qualche frammento. Se tornavano in campagna, era per sfuggire alle contraddizioni del capitalismo metropolitano trionfante e costruire la riscossa, ma senza mai spegnere quei lumi (bel nome, no?) da cui era nata la modernità. Volevano città ideali contro la città reale, volevano disperdere con raggi di luce l’idiotismo della vita rustica, come lo chiamava giustamente Marx: l’impasto di fatalismo, ignoranza indotta, conoscenze preziose sulla natura lasciate colpevolmente allo stadio intuitivo. Spezzare la cappa dell’autorità spezzando innanzitutto il dominio sul tempo: a questo mirava la tecnica, tanto ben simboleggiata nella luce, prima quella naturale che entrava dai nuovi lastroni di vetro di fabbriche e passages urbani, poi sul finire del secolo l’accendersi elettrico della metropoli contemporanea. Un viaggio al termine della notte, a modo suo.

Ma c’è sempre chi vuol tornare indietro, chi ama il mistero (il mistero a cui devono credere gli altri), chi detesta gettar luce su qualsiasi cosa: chiudetevi nelle vostre case, uscite solo quando ve lo ordiniamo, è per il vostro bene. Lo facevano i vostri nonni nei campi, quando si viveva in simbiosi con la natura, se ne seguivano i tempi e i ritmi, i mulini erano bianchi … e si viveva in media una trentina d’anni a testa, mugnaio escluso naturalmente (il 99% contro l’1%). Spegnete le luci delle biblioteche pubbliche, dei teatri, delle arterie del passeggio e dell’incontro, basta con questo spreco di energia, è per il vostro bene. Non prima di tutto un programma per convertire il sistema dei trasporti, o della produzione industriale, per le fonti rinnovabili, per il risparmio vero insomma (che pure significa magari spegnere qualche lampadina). Sempre questa maledetta immagine dei due cretini chini sul solco, nell’Angelus di Millet, ad aspettare che i destino deciso da altri si compia, secondo i ritmi della cosiddetta Natura, decisi nel buio pesto di qualche cervello bacato. Si spera solo che, come successo coi cinema, i bar, e pure con la Luna degli innamorati, anche il neo-oscurantismo magari benintenzionato del terzo millennio se ne vada, doverosamente, a farsi fottere. Con la luce accesa, che è più divertente.









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Il sito di Edoardo Salzano
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Bottini, Fabrizio
( 08.10.2013 09:04 )
Per motivi tecnici mi sono provvisoriamente trasferito sul sito Millennio Urbano che (tra l'altro) contribuisco a rilanciare dopo un periodo di transizione -->
Bottini, Fabrizio
( 08.09.2013 10:07 )
Da un paio di secoli l'umanità cerca di misurarsi in con la gigantesca ameba metropolitana scatenata dai cicli di industrializzazione: urbanisti, sociologi, scrittori, ora un regista. Ma la cultura italiana mica ci arriva
-->
Barzi, Michela
( 26.08.2013 09:34 )
Le diffidenze leghiste per le diversità si manifestano naturalmente con maggiore evidenza là dove il partito governa e imperversa. Ma si tratta di una cultura pervasiva, per nulla limitata a quei territori e probabilmente neppure limitata a quell'area politica, pronta a ripresentarsi in diversi contesti -->
( 22.08.2013 19:29 )
Gli spazi simbolo del ceto medio e dei suoi consumi opulenti, diventano sacche di disagio, come dimostra il compendio di ricerche della Brookings Institution sintetizzate in un volume. Il problema è di superare la logica di questo tipo di espansione urbana, e tornare a un modello integrato di città. Dalla rivista universitaria Knowledge Wharton, agosto 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 20.08.2013 18:49 )
La globalizzazione significa soprattutto (che piaccia o meno) essere ineluttabilmente inseriti in un flusso di decisioni interrelate: la tutela delle coste nella nostra bagnarola mediterranea, per esempio -->
Eisenberg, Richard
( 10.08.2013 10:28 )
Recensionee intervista su uno dei tanti libri americani dedicati a una questione che dovrebbe però interessare molto di più anche il resto del mondo: l'immaginario collettivo sull'abitare e i suoi risvolti sociali e ovviamente ambientali. Di fatto ci sono intere generazioni cresciute nel mito antiurbano, che deve essere in qualche modo superato, insieme al tipo di consumi che si porta dietro. Forbes, 9 agosto 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 21.07.2013 09:45 )
C'è sempre qualcosa di affascinante, e al tempo stesso inquietante, nel modo in cui ci adattiamo, o proviamo a adattarci, ai mutamenti ambientali del mondo che ci circonda. Specie quando si tratta di trasformazioni consapevolmente indotte da altri, per motivi affatto umanitari -->
Bottini, Fabrizio
( 16.07.2013 08:35 )
Oltre a dire qualcosa di sinistra, come auspicano e chiedono in tanti da troppo tempo, c'è anche un'altra possibilità: quella di fare concretamente, qualcosa di sinistra, ovvero mettere in pratica e verificare gli alti principi. C'è qualche vago segnale in questo senso, basta guardarlo -->
Bottini, Fabrizio
( 11.07.2013 08:13 )
Che fare quando le migliori (e celebrate) idee si dimostrano carenti? Negare l'evidenza, oppure provare a rifletterci sopra davvero, cercando di capire se e dove esiste qualcosa di sbagliato nel modello, o nella nostra interpretazione? -->
Hetherington, Peter
( 03.07.2013 13:12 )
Un urbanista americano, curiosamente noto soprattutto per essere stato preso a pugni da una contestatrice durante un'assemblea pubblica, ha anche parecchio altro da dire sulla professione, e il ruolo nella città e la società. The Guardian, 2 luglio 2013 (f.b.) -->
Bottini, Fabrizio
( 29.06.2013 10:53 )
C'è qualcosa che non torna nell'entusiasmo da un lato per tutte le possibili tecnologie smaterializzanti dell'universo, dall'altro nel permanere di una cultura degli spazi a dir poco novecentesca, industriale, segregata. Quanto c'è di malafede, e quanto di ignoranza? -->
Bottini, Fabrizio
( 28.04.2013 09:12 )
Il successo dei progetti di trasformazione urbana, come suggerisce il buon senso, dipende dal loro essere urbani, inseriti in un contesto ampio con cui entrano in sinergia. Ma il peggior cieco è chi non vuol vedere ciò che gli sta attorno -->
Walker, Alissa
( 02.04.2013 19:44 )
Vivere e camminare a Los Angeles, senza un'automobile, è compatibile con un'esistenza umana. Figuriamoci qui da noi. Los Angeles Magazine, 29 marzo 2013 -->
Vitullo-Martin, Julia
( 30.03.2013 19:30 )
I problemi insediativi, ambientali, socioeconomici, di qualità della vita, e infine politici, posti dal nuovo ruolo del cibo nella metropoli del terzo millennio. Non è il caso, come intuito in fondo dall'Expo milanese, di porre al centro la questione? Spotlight on the Region, marzo 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 30.03.2013 08:50 )
È passato più di un secolo da quando i futuristi volevano spazzar via tutta l'anticaglia che faceva da zavorra al progresso umano, e nel frattempo si è capito che non tutto è anticaglia e non tutto è zavorra. Però adesso un po' si esagera, in tutto il mondo, con le ideologie antimoderniste su misura -->

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