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Il tofu non sa di niente
Data di pubblicazione: 12.10.2012

Autore:

Una ricettina che non è nemmeno tale, in pratica basterebbe dire qualcosa come mettetelo in bocca e mandate giù, magari dopo aver masticato un attimo. Con certi testoni serve tanta pazienza, e magari non basta neppure quella, ma tentar non nuoce

Uno dei modi più classici di far arrivare cose nuove in tavola è anche quello più sbagliato: la setta segreta dei consumatori incappucciati. Si comincia a parlare della nuova cosa magari su un giornale, dopo che il prodotto ha fatto la sua comparsa su qualche scaffale, spesso di terza fila, angolino buio e anche un po’ pericoloso, e si forma subito la congrega dei sedicenti eletti, quelli che ne parlano al bar con l’aria di chi la sa lunga, scambiandosi sguardi d’intesa e magari invitando il volgo a casa per un assaggio (sempre che il volgo con la sua fisiologia terrena non rischi l’avvelenamento). Così finisce che la nuova cosa, anche se utilissima, magari altrove diffusissima, deve fare una fatica boia per diventare davvero popolare e sviluppare tutte le sue potenzialità.

L’altro modo sbagliato di introdurre cose nuove in un mercato dove prima non esistevano è quello di presentarle come invece di. Non cose nuove e diverse, appunto, ma invece di, analoghe a, sostitutive, succedanei. Cosa che non sono affatto, e si sente. Parecchi anni fa quando cominciavano a circolare in massa i funghi coltivati abbondava la gente già pronta col naso arricciato al solo nominarli: io mangio solo i porcini del bosco della nonna, o i chiodini che crescono dal vecchio ceppo di ciliegio in fondo all’orto, dove la zia teneva il pollaio. E per forza quei nasi arricciati: farsi il risotto con una manciatina scarsa di champignon è una cosa a dir poco miserabile, quasi (quasi) meglio mangiarsi il riso scondito. Poi ovviamente col tempo si è capito quando e a che cosa possono servire i funghetti coltivati, magari anche mescolati con quelli di bosco, e tutti o quasi tutti felici e contenti. Anche quelli a cui non piacciono proprio, e che arricciano sempre il naso, però a ragion veduta.

Tra le classiche cose introdotte come invece di, c’è anche il tofu, prodotto ricavato dal latte di soia e proposto chissà perché come formaggio, magari con l’idea che la media dei consumatori abbia una specie di superstizione da selvaggi contro l’ignoto. Ok, avete fatto una ricerca e scoperto che una parola può suscitare diffidenza? Inventatene un’altra, magari temporanea, siete voi gli esperti del mercato. Ma lasciate perdere l’invece di, serve solo a confondere: tofu invece del formaggio? O seitan invece della carne? Ma per favore, non c’entrano nulla, e in questo senso hanno ragione da vendere quei tizi convinti che facciano schifo, che siano insapori, roba da scemi vogliosi di distinguersi mangiando stramberie, e basta. I diffidenti hanno ragione solo in questo senso, perché si torna alla setta degli incappucciati, ai negozi di nicchia o agli scaffali di terza fila, e di solito ai prezzi assurdamente alti per una cosa che dovrebbe essere assolutamente a buon mercato.

Il fatto è che, a differenza del formaggio, con cui ha un rapporto tanto tenue da risultare quasi inesistente, del tofu si può davvero dire che non sa di niente, esattamente come non sanno di niente tantissimi altri apprezzati prodotti. Nessuno vi dirà mai ad esempio che i maccheroni non sanno di niente, perché nessuno è così scemo da presentarli come sostitutivo delle mele, da sgranocchiare casualmente prelevandoli dalla scatola … Ecco, accostando il tofu al formaggio si fa un’operazione del genere, e invece. E invece, come coi maccheroni e tutto il resto, lo si deve preparare adeguatamente. Anche qui in modo tendenzialmente facile, nazionalpopolare, lontano dalle tentazioni degli incappucciati, senza necessariamente aggiungere alghe degli abissi thailandesi reperibili solo su Amazon, o previo ammollo di due settimane nella rugiada d’alta quota. Una cosa più terra terra.

Come quella che ho appena sperimentato: ingredienti più o meno tre, tempo di preparazione totale circa cinque minuti, risultato ottimo (sempre se non cercate per forza similitudini con le ricotte appenniniche o la robiola dello zio). Si apre una scatoletta di fagiolini, si butta in padella con un po’ di olio d’oliva e mezzo spicchio d’aglio tritato tenendo un pochino dell’acqua. Volendo si possono aggiungere odori tipo timo, origano, prezzemolo, ma vendono anche il tofu con già le erbe mescolate dentro. Come quello che ho comprato io in offerta speciale, un euro a porzione, che è un buon affare coi prezzi medi di queste cose (sempre per via della setta degli incappucciati, credo). Si aspetta giusto il tempo che l’acqua di cottura di asciughi, e sia il tofu che i fagiolini si arrostiscano un po’. C’è anche la possibilità di tagliarlo a pezzettini molto piccoli, o addirittura frullarlo, ma a me fa effetto sbobba, e chi mangia spesso legumi magari ha voglia di cambiare look, no? Se poi l’esperto di puzza sotto il naso ha da ridire, mandatelo al diavolo, e che salti il pasto.

p.s. naturalmente poi, ci sono alcune migliaia di modi diversi di cucinarlo, il tofu, anche con le alghe mistiche e/o impiegandoci un sacco di tempo; la tesi di questa non-ricetta era invece proprio di avvicinarlo il più possibile al pezzettino di formaggio dell’ultimo minuto, ma senza confonderlo









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