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Kilometro Zero per la Pace
Data di pubblicazione: 15.10.2012

Autore:

Spesso la produzione agricola locale del territorio viene vissuta e percepita come una specie di moda, di tendenza per chi se lo può permettere, e comunque di interesse circoscritto. Invece, oltre a interessare (e dover interessare) tutte le fasce sociali e i settori economici, assume oggi valore globale e politico

Il recente disegno di legge sul contenimento del consumo di suolo, di iniziativa del Ministero italiano per le Politiche agricole, è in corso di discussione e si sta attirando anche diverse critiche, la principale delle quali è di essere settoriale, potenzialmente inefficace se non rafforzato in alcuni aspetti, nato in una prospettiva di difesa anziché più generale e propositiva che riguardi l’assetto del territorio in generale, il rapporto città-campagna, e quindi in grado incidere su altre distorsioni del nostro modello di sviluppo urbano, infrastrutturale, socioeconomico. Tutte critiche fondate, se si pensa ad esempio che parallelamente all’iniziativa del ministro se ne muovono altre (e che altre!) dei suoi colleghi di altri dicasteri, in cui con la solita scusa di rilanciare economia e occupazione si accelerano le pratiche di varie grandi opere, stradali e non solo, che sono vere e proprie macchine in quanto a frazionamento di territori agricoli e dispersione insediativa, ovvero le cause principali dello spreco di suolo.

L’altro commento, di ordine ancora più generale, sulle culture che sottendono la tutela dell’equilibrio città-campagna, è l’ancora vistoso distacco dalle pratiche di trasformazione, distribuzione, consumo più diffuse, che fanno generalmente riferimento alla dimensione globale dei mercati: approvvigionamenti dalla rete internazionale prima di tutto, con le lodevoli ma episodiche eccezioni di alcune nicchie elitarie e/o militanti. Ecco: oggi più che mai occorre affermare come, al di là della soggettiva soddisfazione di chi sente di poter fare qualcosa personalmente proprio muovendosi in questo ambito (come consumatore o come operatore o produttore), diventi urgente una azione istituzionale, sia a livello statale che locale, per far si che la cultura del chilometro zero diventi norma per una quantità enormemente più vasta di prodotti e una estensione enormemente maggiore di reti. In gioco, c’è oggi molto di più del paesaggio e del territorio locale, di equilibri a scala regionale, o addirittura dell’ambiente: sono a rischio la sicurezza e della pace mondiale.

Lo sostengono molti studi, che hanno individuato da tempo nel mescolarsi perverso delle speculazioni sulla crisi petrolifera, del cambiamento climatico coi suoi effetti sui cicli agricoli locali, e soprattutto nella pratica dell’accaparramento di suoli agricoli (land grabbing) un bomba a tempo che deve essere disinnescata con urgenza. Nel giro do pochissimi anni infatti si è consolidata nei paesi poveri e in via di sviluppo la tendenza a cedere in proprietà o in affitto vastissime superfici di territorio, di dimensioni quasi inconcepibili per un europeo, calcolabili in milioni di chilometri quadrati complessivamente. Lo scopo di queste enormi distese è quello di sostituire e affiancare le produzioni agricole della madrepatria, sia in termini di derrate alimentari, sia in termini di colture a scopi energetici. Si è toccato dal punto di vista ambientale e climatico l’effetto che questo tipo di globalizzazione agricola e dei mercati ha sui consumi petroliferi e le emissioni dei trasporti su lunghissime distanze. Da qui, soprattutto, è nata la cultura del chilometro zero, prossimità produzione-consumo per contenere o addirittura azzerare questo genere di effetti. Ma c’è naturalmente molto altro.

Il land grabbing avviene quasi sempre in situazioni di democrazia a dir poco imperfette, spesso di corruzione e di sostanziale cessione di sovranità per i territori venduti o affittato agli investitori. Ciò vuol dire intere popolazioni strappate alla propria terra, spesso per carenze legislative sulla proprietà, spesso con metodi apparentemente più accettabili dal punto di vista umano, ma egualmente devastanti se si mette in conto il rapporto e l’equilibrio società-territorio-risorse. Sui due fronti in sostanza avviene che sul lato dei paesi più ricchi, destinatari delle produzioni, la superficie agricola esistente può con maggior facilità essere convertita ad esempio a funzioni urbane, e comunque non diventa oggetto di ricerche privilegiate, investimenti produttivi, tutela particolare. Ciò perché la pressione del mercato trova sfogo nella grande disponibilità delle altre superfici, quelle sottratte ai paesi in via di sviluppo e alle popolazioni contadine che le abitavano e coltivavano. Al duplice effetto di squilibrio ambientale si somma dunque una grave emergenza sociale e politica: la creazione quasi pianificata di masse diseredate senza patria e senza radici, che possono alimentare i flussi già discutibili dell’urbanizzazione forzata a slum e/o della migrazione verso paesi più ricchi; la fame che quasi fatalmente interessa non solo le popolazioni così private della principale attività di sussistenza, ma anche le potenzialità che quei territori con adeguati investimenti e promozione possano rivolgersi al mercato locale.

Si intuisce quindi come contrastare l’accaparramento di suoli agricoli da parte di operatori e speculatori senza scrupoli sia una vera e propria urgenza, che ci tocca molto da vicino, e non solo moralmente. Per farlo esistono naturalmente molti strumenti a vari livelli, e il primo che viene in mente è quello degli organismi internazionali che hanno queste azioni come compito statutario, e degli stati nazionali che attraverso la loro pressione politica possono favorirla e complementarla. C’è però un altro piano di azione di meno immediata visibilità, quello locale sia statale che regionale o metropolitano, che può coinvolgere molto direttamente i cittadini e il tessuto economico a cui partecipano in modo per nulla simbolico o indiretto. Se infatti il land grabbing opera sul piano dell’offerta di superfici per attività agricole e prodotti di consumo, i territori locali possono contrastarne il ruolo attraverso una sorta di concorrenza, producendo a loro volta alimenti e integrandoli nella rete di attività locale con maggior efficacia di quanto non avvenga con le importazioni da lontano. È uno dei tanti modi in cui si declina lo slogan pensare globalmente agire localmente, e con un obiettivo che è immediatamente sia globale che locale. In questo senso, e con implicazioni che sarebbe forse troppo lungo (e superfluo; su questi sito già abbondano gli spunti) descrivere, anche le limitate norme in discussione sul contenimento del consumo di suolo sono un passo avanti. Sempre che non vengano vanificate dall’azione contraria di dicasteri concorrenti, ma questa è un’altra storia. Di seguito è scaricabile l’ultimissimo rapporto sull’accaparramento globale di terreni pubblicato da Oxfam, ottobre 2012.


File allegati

Oxfam_Land_Grabbing ( Oxfam_Land_Grabbing.pdf 528.98 KB )
Rapporto ottobre 2012







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Il sito di Edoardo Salzano
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Bottini, Fabrizio
( 08.10.2013 09:04 )
Per motivi tecnici mi sono provvisoriamente trasferito sul sito Millennio Urbano che (tra l'altro) contribuisco a rilanciare dopo un periodo di transizione -->
Bottini, Fabrizio
( 08.09.2013 10:07 )
Da un paio di secoli l'umanità cerca di misurarsi in con la gigantesca ameba metropolitana scatenata dai cicli di industrializzazione: urbanisti, sociologi, scrittori, ora un regista. Ma la cultura italiana mica ci arriva
-->
Barzi, Michela
( 26.08.2013 09:34 )
Le diffidenze leghiste per le diversità si manifestano naturalmente con maggiore evidenza là dove il partito governa e imperversa. Ma si tratta di una cultura pervasiva, per nulla limitata a quei territori e probabilmente neppure limitata a quell'area politica, pronta a ripresentarsi in diversi contesti -->
( 22.08.2013 19:29 )
Gli spazi simbolo del ceto medio e dei suoi consumi opulenti, diventano sacche di disagio, come dimostra il compendio di ricerche della Brookings Institution sintetizzate in un volume. Il problema è di superare la logica di questo tipo di espansione urbana, e tornare a un modello integrato di città. Dalla rivista universitaria Knowledge Wharton, agosto 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 20.08.2013 18:49 )
La globalizzazione significa soprattutto (che piaccia o meno) essere ineluttabilmente inseriti in un flusso di decisioni interrelate: la tutela delle coste nella nostra bagnarola mediterranea, per esempio -->
Eisenberg, Richard
( 10.08.2013 10:28 )
Recensionee intervista su uno dei tanti libri americani dedicati a una questione che dovrebbe però interessare molto di più anche il resto del mondo: l'immaginario collettivo sull'abitare e i suoi risvolti sociali e ovviamente ambientali. Di fatto ci sono intere generazioni cresciute nel mito antiurbano, che deve essere in qualche modo superato, insieme al tipo di consumi che si porta dietro. Forbes, 9 agosto 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 21.07.2013 09:45 )
C'è sempre qualcosa di affascinante, e al tempo stesso inquietante, nel modo in cui ci adattiamo, o proviamo a adattarci, ai mutamenti ambientali del mondo che ci circonda. Specie quando si tratta di trasformazioni consapevolmente indotte da altri, per motivi affatto umanitari -->
Bottini, Fabrizio
( 16.07.2013 08:35 )
Oltre a dire qualcosa di sinistra, come auspicano e chiedono in tanti da troppo tempo, c'è anche un'altra possibilità: quella di fare concretamente, qualcosa di sinistra, ovvero mettere in pratica e verificare gli alti principi. C'è qualche vago segnale in questo senso, basta guardarlo -->
Bottini, Fabrizio
( 11.07.2013 08:13 )
Che fare quando le migliori (e celebrate) idee si dimostrano carenti? Negare l'evidenza, oppure provare a rifletterci sopra davvero, cercando di capire se e dove esiste qualcosa di sbagliato nel modello, o nella nostra interpretazione? -->
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Vivere e camminare a Los Angeles, senza un'automobile, è compatibile con un'esistenza umana. Figuriamoci qui da noi. Los Angeles Magazine, 29 marzo 2013 -->
Vitullo-Martin, Julia
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Bottini, Fabrizio
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È passato più di un secolo da quando i futuristi volevano spazzar via tutta l'anticaglia che faceva da zavorra al progresso umano, e nel frattempo si è capito che non tutto è anticaglia e non tutto è zavorra. Però adesso un po' si esagera, in tutto il mondo, con le ideologie antimoderniste su misura -->

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