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Mall International (in English)
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Metropolitan Dark
Data di pubblicazione: 06.11.2012

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Un cortocircuito fra due linee di discussione, quella sul risparmio (economico ed energetico) e quella sull’accorpamento delle province, mette in luce altre questioni, più importanti. Ovvero: a cosa serve l’amministrazione locale? Domanda niente affatto ovvia

Qualche tempo fa mi è capitato di riflettere, in modo abbastanza teorico e distaccato, sulla quantità di sciocchezze che si stavano accumulando a proposito dell’idea di spegnere un po’ di lampioni per far risparmiare elettricità in tempo di crisi. Ci ho anche scritto su un articolo, che in sintesi estrema poneva la questione: si rendono conto davvero, i paladini del chiaro di luna, di quanto sia reazionaria la loro idea generale di mondo? E non è spesso, quella di chi dice (lo dice, ma chissà se è vero) di difendere l’ambiente, una posizione puramente conservatrice, che guarda solo al passato giusto perché qualcosa del presente non gli va a genio? Molto di questo conservatorismo di fondo credo di averlo ritrovato pressoché identico, stavolta cucinato in salsa identitaria, nelle discussioni sollevate dalla legge sull’accorpamento delle province e la costituzione delle città metropolitane. Avendo scritto parecchi anni fa un libro, mi dicono apprezzato, che racconta la storia della Sovracomunalità italiana dal fascismo alle regioni, spero di avere qualche motivo in più per esprimere opinioni non casuali sul tema. Beh, giusto ieri le due faccende del riordino circoscrizionale e dei lampioni spenti si sono incrociate, esattamente sulla mia pelle, e ne è nato il suddetto cortocircuito.

L’oscurità metropolitana scendeva rapida dopo il tramonto, dalle parti della superstrada 35 dei Giovi, quella che in questo tratto praticamente dal centro di Milano si infila su per la Brianza verso il comasco. Oscurità metropolitana che fino a qualche giorno fa avrei dovuto chiamare forse oscurità brianzola, visto che il governo non aveva ancora deciso di accorpare Monza al sistema circoscrizionale del capoluogo lombardo. Non parevano esserci particolari differenze in quel buio, per essere precisi un buio sempre più inquietante lungo la pista ciclabile del canale Villoresi, quella che tendenzialmente dovrebbe collegare (complementare ai percorsi dei Navigli) il Parco Ticino a quello dell’Adda. Mi si era inaspettatamente liberato il pomeriggio e avevo deciso come faccio spesso di prendere due piccioni con una fava, unendo una pedalatina non brevissima lungo la pista ciclabile alla spesa al supermercato. Ce ne sono decine molto più vicini a casa ovviamente, ma l’idea era appunto quella di farsi un giro, respirare un po’ d’aria in mezzo a bambini, anziani, padroni di cani ecc. poi far la spesa e tornare indietro, in tutto una dozzina di chilometri, spannometricamente parlando.

La pista ciclabile, almeno una pista ciclabile di questo tipo, è per definizione infrastruttura sovra comunale, se ne frega altamente dei cartelli della toponomastica che segnano i confini, e qualche volta anche del rapporto fra abitati e spazi aperti che si percepisce muovendosi lungo le strade pensate per l’automobile. E infatti chi conosce il percorso della pista ciclabile sa dove incrocia quello delle auto, e viceversa, a volte si riconoscono i luoghi, ma non sempre è agevole o possibile fare il punto, capire esattamente dove ci si trova rispetto ad altri riferimenti. Quello della superstrada SS35 era uno dei pochi, e mi ero fermato a fotografare l’orizzonte delle luci al neon che si stagliava contro il buio del parco e della fascia di rispetto, dove la pista ciclabile si infila nel solito budello un po’ puzzolente per spuntare poi nella fascia di rispetto a verde dall’altro parte. Ma era già un po’ troppo buio anche fuori dal budello. C’erano ancora ragazzi a chiacchierare sulle panchine, perse nei prati, qualcuno faceva jogging illuminandosi la strada con una pila, c’era qualche fanalino di bicicletta, e naturalmente il riflesso dell’illuminazione stradale “normale” al momento un po’ lontana. Per il resto, si cominciava ad arrancare.

Illuminazione pubblica lungo la pista ciclabile, diciamo qualcosa di vago e discontinuo, con lampioni concentrati soprattutto nelle zone in cui già di luci ce n’erano altre, ovvero dove scorreva vicino alle case o al tracciato delle vie per le auto. Una infrastruttura sovra comunale che sottolineava tantissimo, qui, il passaggio da un comune all’altro per la gestione delle discontinuità, degli attraversamenti, la pavimentazione del tracciato, la distinzione con altri percorsi secondari locali, magari usati anche dalle auto dei residenti, o dei soliti patiti dell’orto. In un tratto rettilineo (per fortuna) tra una fitta striscia alberata e un largo campo aperto spiccava vistosa contro il vago blu del cielo la fila di lampioni, rigorosamente spenti. E veniva spontaneo chiedersi: perché diavolo sono tutti spenti? Non ci si vede a un palmo, qui, lontani dall’illuminazione stradale ordinaria. Li avrà spenti la metropolitana materialista provincia di Milano, che orienta le proprie scarse risorse a gettar luce solo là dove ritiene sia strategico per l’economia del territorio? Oppure la neo-ruralista circoscrizione di Monza-Brianza, che vuol così ricordare ai suoi cittadini antichi fasti campagnoli, quando si contavano le stelle a naso in su sulle aie delle cascine prima di rientrare per la povera onesta cena di polenta & basta? Ecco. La differenza fra le due amministrazioni la si poteva immaginare giusto in quel modo. Una fa una sciocchezza, e l’altra pure, salvo con filosofie diverse.

Oltre l’ennesimo tratto illuminato a giorno da ben tre file di lampioni (due vie parallele, quella della pista ora trionfalmente accesa, per non contare i finestroni di qualche fabbrica o ufficio) si ripiombava nell’opprimente cuore di tenebra, solcato solo dai rari traccianti delle pile da jogging, stile Baghdad durante il trionfale lancio di Desert Storm. Qui è successo il fattaccio, proprio a causa del buio totale, sommato al fatto che il mio fanalino anteriore era nascosto dal sacchetto della spesa. Un ciclista che proveniva in direzione inversa mi si è avvicinato troppo, costringendomi a frenare di colpo … crac. Non ossa del sottoscritto, solo un danno abbastanza grave alla bici, che però non solo è diventata inutilizzabile, ma faticosissima e pesantissima anche da far avanzare a mano per qualche centinaio di metri, sempre immerso nel cuore di tenebra. Altre centinaia di metri alla luce dei lampioni stradali per raggiungere la via residenziale più vicina, e legare il relitto a una recinzione metallica ben in vista. Poi qualche chilometro, rigorosamente sulle vie per le auto, per portarsi la spesa fino a casa, e prendere l’auto per andare a recuperare la bici incidentata. Ora, gentili autorità provinciali o metropolitane (spero metropolitane, mi pare più adeguato al contesto): è questo il modello di mobilità dolce del terzo millennio che avete in mente?

Ricapitoliamo. C’è un percorso ciclabile intercomunale che pare proprio intercomunale non sia, salvo per il fatto di attraversarle e subirle, le variegate urbanistiche comunali. Appena sparisce la luce del sole (la cosa si potrebbe dire per altri versi anche, appena piove un po’) la praticabilità effettiva del percorso crolla molto vicina allo zero assoluto, almeno per una funzione di trasporto normale, non di sfida sportiva all’Ok Corral, o di micro-cabotaggio tipo scendere dal primo piano della casa affacciata a far pisciare il cagnolino. In caso di piccola emergenza, ad esempio una foratura o altro, ad esempio un lieve malore se appunto non si è lo sportivo diciottenne per cui evidentemente è stata pensata, non si riesce a fare il punto, a capire dove si è, magari solo a telefonare a casa dicendo venite a recuperarmi lì. Dove sia quel “lì” lo ignora chiunque non sia abitante nei paraggi, segnaletica zero, riferimenti visivi quasi zero. E salta ancora una volta vistosa all’occhio la differenza incredibile fra la cura e gli investimenti destinati a qualunque puzzolente vicolo a fondo cieco dove passa sua maestà l’automobile, e un percorso ciclabile e pedonale che ogni tanto si vorrebbe esibire come fiore all’occhiello.

E torna in mente la lettura di destra o di sinistra dello spegnere i lampioni: ci lasciate miseramente al buio, o ci chiedete di tornare a guardare le stelle come i nonni? Non c’è tanta differenza, se dentro quel buio ci cacciate a forza, con un’unica alternativa: prendersi la macchina e far la fila sotto quei bei lampioni luminosi, con l’asfalto mediamente molto meno ciancicato della discontinua pavimentazione della pista ciclabile, dove anche camminare sul ciglio della strada è meno difficile che arrancare a tentoni con la paura di pestare la coda a un ratto, o di vedersi spuntare un randagio aggressivo da chissà dove, guardando quelle lontane e irraggiungibili luci all’orizzonte. Manco fossimo in un film di vampiri ad anelare l’alba, manco fossimo in uno sceneggiato televisivo da viaggio al termine della notte. Muoversi in bicicletta, cari signori che vi litigate su identità locale, circoscrizioni, omogeneità socioeconomica e, udite udite, sviluppo sostenibile, vuol dire muoversi, spostarsi, andare per qualche motivo da un punto all’altro di un percorso, meglio se più percorsi alternativi. E farlo, questo spostamento, in modo civile, sicuro, relativamente comodo: proprio il genere di esperienza che oggi assicurate, a spese di tutti, solo ed esclusivamente a chi viaggia in macchina. Ora, chiunque governerà in futuro l’area metropolitana di Milanza (Milano-Brianza), e anche altri amministratori interessati, ricordatevelo! Altrimenti la prossima volta nascerà l’antipolitica ciclabile, specializzata nel togliervi di torno settorialmente, e non potrete proprio lamentarvi di nulla.









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Il sito di Edoardo Salzano
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Bottini, Fabrizio
( 08.10.2013 09:04 )
Per motivi tecnici mi sono provvisoriamente trasferito sul sito Millennio Urbano che (tra l'altro) contribuisco a rilanciare dopo un periodo di transizione -->
Bottini, Fabrizio
( 08.09.2013 10:07 )
Da un paio di secoli l'umanità cerca di misurarsi in con la gigantesca ameba metropolitana scatenata dai cicli di industrializzazione: urbanisti, sociologi, scrittori, ora un regista. Ma la cultura italiana mica ci arriva
-->
Barzi, Michela
( 26.08.2013 09:34 )
Le diffidenze leghiste per le diversità si manifestano naturalmente con maggiore evidenza là dove il partito governa e imperversa. Ma si tratta di una cultura pervasiva, per nulla limitata a quei territori e probabilmente neppure limitata a quell'area politica, pronta a ripresentarsi in diversi contesti -->
( 22.08.2013 19:29 )
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Bottini, Fabrizio
( 20.08.2013 18:49 )
La globalizzazione significa soprattutto (che piaccia o meno) essere ineluttabilmente inseriti in un flusso di decisioni interrelate: la tutela delle coste nella nostra bagnarola mediterranea, per esempio -->
Eisenberg, Richard
( 10.08.2013 10:28 )
Recensionee intervista su uno dei tanti libri americani dedicati a una questione che dovrebbe però interessare molto di più anche il resto del mondo: l'immaginario collettivo sull'abitare e i suoi risvolti sociali e ovviamente ambientali. Di fatto ci sono intere generazioni cresciute nel mito antiurbano, che deve essere in qualche modo superato, insieme al tipo di consumi che si porta dietro. Forbes, 9 agosto 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 21.07.2013 09:45 )
C'è sempre qualcosa di affascinante, e al tempo stesso inquietante, nel modo in cui ci adattiamo, o proviamo a adattarci, ai mutamenti ambientali del mondo che ci circonda. Specie quando si tratta di trasformazioni consapevolmente indotte da altri, per motivi affatto umanitari -->
Bottini, Fabrizio
( 16.07.2013 08:35 )
Oltre a dire qualcosa di sinistra, come auspicano e chiedono in tanti da troppo tempo, c'è anche un'altra possibilità: quella di fare concretamente, qualcosa di sinistra, ovvero mettere in pratica e verificare gli alti principi. C'è qualche vago segnale in questo senso, basta guardarlo -->
Bottini, Fabrizio
( 11.07.2013 08:13 )
Che fare quando le migliori (e celebrate) idee si dimostrano carenti? Negare l'evidenza, oppure provare a rifletterci sopra davvero, cercando di capire se e dove esiste qualcosa di sbagliato nel modello, o nella nostra interpretazione? -->
Hetherington, Peter
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Un urbanista americano, curiosamente noto soprattutto per essere stato preso a pugni da una contestatrice durante un'assemblea pubblica, ha anche parecchio altro da dire sulla professione, e il ruolo nella città e la società. The Guardian, 2 luglio 2013 (f.b.) -->
Bottini, Fabrizio
( 29.06.2013 10:53 )
C'è qualcosa che non torna nell'entusiasmo da un lato per tutte le possibili tecnologie smaterializzanti dell'universo, dall'altro nel permanere di una cultura degli spazi a dir poco novecentesca, industriale, segregata. Quanto c'è di malafede, e quanto di ignoranza? -->
Bottini, Fabrizio
( 28.04.2013 09:12 )
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Walker, Alissa
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Vivere e camminare a Los Angeles, senza un'automobile, è compatibile con un'esistenza umana. Figuriamoci qui da noi. Los Angeles Magazine, 29 marzo 2013 -->
Vitullo-Martin, Julia
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Bottini, Fabrizio
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