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Mall International (in English)
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0 > Sito di Fabrizio Bottini > Città > Spazi della dispersione

L’outlet, il Dito e la Luna
Data di pubblicazione: 09.11.2012

Autore:

Mentre ci si riempie la bocca di strafalcioni sullo sviluppo sostenibile, da ogni parte si prosegue nel modello territoriale devastante della megalopoli anni ’60, senza in realtà capire dove si sta andando

La letteratura sulla dispersione urbana, là dove da più tempo ha manifestato i suoi effetti più nefasti (e prosegue allegramente a farlo) trabocca di esempi sul ruolo strutturale assunto dall’insediamento commerciale nel determinare i modelli di sviluppo. Se in un primissimo periodo, che nel caso paradigmatico statunitense si colloca nell’immediato dopoguerra, anche con l’articolarsi della rete autostradale lo shopping mall per così dire insegue la sua clientela, cercando di adattarsi e inserirsi sul fronte della crescita suburbano, in seguito è il patto non scritto della cosiddetta road gang (l’intricato cartello di interessi a base petrolifero-automobilistica) a cooptare al 100% il neonato scatolone commerciale ad aria condizionata di Victor Gruen al proprio modello. Al punto che, insieme ad altre componenti, finisce per diventare un pilastro irrinunciabile del sistema, non a caso inserito fra i pochi cattivissimi most wanted dei nuovi urbanisti già nei primi manifesti anti-sprawl degli anni ’80, e non certo per motivi estetici.

Questo ruolo consolidato, e accettato anche oltre una vera consapevolezza sin nei modi di dire correnti, ha un possibile rovescio della medaglia nel rendere lo shopping mall in tutti i suoi più riusciti travestimenti anche un sintomo infallibile dello stesso modello: appena compare, ci si può aspettare ragionevolmente anche tutto il resto, nulla escluso, visto che in natura non si dà la foresta senza alberi, e viceversa, e quella dello sprawl ha finito per diventare una vera e propria natura, per quanto artificiosa e poco affascinante. Se invece del termine sintomo usiamo la parola grimaldello, più adatta all’imposizione di un meccanismo che al diffondersi di qualcosa di malato, ma pur sempre organico, arriviamo al modello outlet village, che qui in Italia da oltre dieci anni imperversa propinando un ricco prontuario di balle assortite alla popolazione tutta, tramite la sua cosiddetta classe dirigente e politica. Balle che comprendono le forme dell’insediamento, gli impatti contenuti, la novità assoluta del formato, e chi più ne ha più ne metta. E nascondono per bene, almeno agli occhi di chi non vuol vedere, sia l’ormai abbastanza nota coincidenza (non lontana parentela) con lo scatolone classico, provvisorie decorazioni a parte, sia appunto il ruolo di agente segreto sotto mentite spoglie della banalissima urbanizzazione.

In comune coi progetti delle archistar, di serie A B C chi più ne ha più ne metta, l’outlet village ha forme comunicative fascinose, che si allargano dai disegni degli edifici, degli arredi, dei dettagli, al tipo di merce e clientela, al modello socioeconomico verso il quale l’area interessata potrebbe o dovrebbe avviarsi. Per distogliere l’attenzione sia dalle decine di migliaia di metri quadrati puntualmente quanto inopinatamente strappati all’agricoltura, sia dagli enormi bacini di mobilità coinvolti nei flussi, si usa ogni mezzo. Aiuta non poco il fatto che lì l’oggetto del contendere si possa facilmente rappresentare con un capo firmato, l’occhiata assassina della classica modella mozzafiato, invece di doversi soffermare sui dati occupazionali o altro. Non che quegli aspetti non si considerino, anzi, ma vengono dopo, e virtualmente allontanano il momento della critica, della considerazione: quando si opera con una prospettiva strategica, prendere tempo è fondamentale, e gli opuscoli patinati servono benissimo all’uopo. Poi, a posteriori, si vedrà che dietro alla coscia ammiccante non solo si nascondevano i prevedibili interessi immobiliari, come in qualunque trasformazione urbana, ma anche e soprattutto gli altri attori della farsa: infrastrutture di varie fasce, e urbanizzazioni complementari a cerchi concentrici più o meno ampi.

Certo è difficile parlare di verità storiche, su un arco di tempo abbastanza breve come quello dell’insediamento di outlet village italiani, ma basta farsi un giretto fra quelli di prima generazione per veder confermata in un modo o nell’altro la medesima tiritera: arriva il giocattolino con tutta la sua montagna di chiacchiere, e seguono le truppe cammellate degli scatoloni assai più modesti, delle strisce d’asfalto a go-go per servire il tutto, dei nuovi quartieri residenziali realizzati magari molto più tardi, ma perché in fondo non c’era ormai più motivo di lasciare a destinazione agricola quei fazzolettini frammentati che il destino e lo sviluppo avevano resi così … Adesso un progetto del genere, con tutto l’abituale seguito di argomentazioni, sta cercando di atterrare nella greenbelt agricola milanese, comune di Locate Triulzi, ovvero in posizione intermedia fra il core metropolitano più denso del capoluogo e i margini della pianura agricola là dove sfumano verso il ri-densificarsi immancabile man mano ci si avvicina all’area urbana importante più prossima, ovvero Pavia.

Non sto a riassumere la faccenda nei particolari, perché ci ha pensato benissimo Roberto Caravaggi sul sito Salviamo il Paesaggio, focalizzandosi sia sul contesto locale (infrastrutture, urbanizzazioni, spazi aperti) che decisionale delle varie amministrazioni coinvolte. Vorrei invece parlare d’altro ovvero di quanto emerge guardando un pochino più da lontano il progetto, e considerarlo un sintomo di immarcescibile modello. Se ne accorge anche Caravaggi, di questo aspetto, ma per un motivo o per l’altro lo nomina solo indirettamente: a differenza di quanto avvenuto in tanti altri outlet della moda scontata non ci si va neppure a collocare direttamente sullo strip autostradale, come a Vicolungo, progettato praticamente come una mega-stazione di servizio accesso escluso, dal medesimo architetto della Steak House di Las Vegas. Qui la scelta cade su un percorso certo in sede propria e senza incroci a livello, come quello della superstrada Val Tidone, ma con portata e contesto generale sicuramente molto meno adeguati. Personalmente non la vedrei così, e provo a riassumere questa lettura prendendola alla lontana.

Fra le strategie di comunicazione sullo sviluppo territoriale più simili a quelle degli outlet, in quanto a pervasività e strisciante ideologia, spicca quella della cosiddetta Città Infinita, uno slogan pubblicitario a ben vedere piuttosto rozzo se misurato coi criteri dello studioso, straordinario dal punto di vista del consenso. La Città Infinita è stato il titolo di una mostra, con annessi convegni e pubblicazione, in cui si parlava d’altro, o si fingeva di far parlare d’altro filosofi, cantanti, tuttologi, al solo scopo di promuovere una grande autostrada. Insinuando, fra le maglie di un modello comunicativo senza dubbio molto raffinato, che senza sprawl non c’è modernità, non c’è sviluppo, non c’è benessere, e che attardarsi a difendere l’ambiente è una battaglia di retroguardia degna di pochi ingenui nostalgici. Scendendo un pochino dall’empireo dei concetti pubblicitari, quell’autostrada andava a sfondare una porta già in buona parte spalancata, ovvero il sistema di urbanizzazione fitto del nord milanese, a parecchi chilometri dunque dal nostro piccolo giocattolino outlet. Ma, visto che Infinite sono le vie della Città, al grande arco del nord sui tavoli da disegno dei costruttori (e nelle anticamere dei gruppi di pressione) si aggiungevano logicamente uno spezzone occidentale, uno orientale, e a chiudere la partita quello meridionale ai margini della greenbelt.

Anche qui non c’è bisogno di entrare nei particolari. Ho accennato anch’io a questa bella pensata strategica in un articolo sui cosiddetti Capannoni della Zia T.O.M. e con diversi approfondimenti scientifici e critici il medesimo tema è stato trattato da Serena Righini nella sua lezione alla Scuola di Eddyburg dedicata ai Problemi Tangenziali del milanese. Ma appunto ragionando a questa scala, oltre gli innegabili impatti locali del previsto complesso commerciale, se ne capisce meglio la natura di indizio, di segno della strisciante Città Infinita decantata dagli ignari filosofi in cambio di qualche pranzo gratis a un convegno. L’outlet non sta su una autostrada per un motivo in fondo facilmente intuibile: ne sta anticipando l’indispensabilità, la trasformazione se non di nome almeno di fatto della attuale superstrada in tratto integrale della rete di urban expressways destinate a solcare la Milandia (o Milanza, a seconda delle scelte amministrative) del futuro. Ci sono degli inconsapevoli e tristemente tardi epigoni di Robert Moses, che stanno sognando, una specie di colmata cementizia (“sostenibile” come sempre nelle balle ideologiche di oggi) fatta a pezzi e bocconi, di cui l’ampliamento del sistema tangenziale a cerchi concentrici, coi suoi raggi di raccordo, è la struttura portante.

E certo, pare difficile unire in una unica prospettiva, se non con un approccio politico anche se lontano dalla logica dei partiti, comitati contro gli effetti dell’autostrada per Malpensa, o di opposizione alla TEEM, o al futuro raccordo Melegnano-Binasco ecc. ecc. Ma che qualcuno in sede di governo locale, specie in un momento di trasformazione come quello del voto regionale e per l’area metropolitana, inizi a proporre modelli alternativi al forzato nimbismo dei comitati locali, sarebbe proprio da auspicare. Perché quello che in modo purtroppo isolato ha iniziato a capire e promuovere il ministro per l’agricoltura Catania è proprio un modello di sviluppo del tutto opposto alla Città Infinita. Possiamo chiamarlo, evocando per l’ennesima volta il fantasma di Ebenezer Howard, la Città-Campagna, lasciando perdere quell’idea fuorviante di giardino che si è degradata, da nucleo ideale di equilibrio ambientale, al triste prato falciato davanti alle villette. Magari anche una opposizione meno NIMBY, in senso strategico naturalmente, al progetto commerciale in sé e per sé, potrebbe essere sintomo uguale e contrario, di questo modello alternativo.

Gli articoli citati:
Roberto Caravaggi, L'ennesimo outlet si mangerà un altro pezzo di parco Sud?
Fabrizio Bottini, I capannoni della Zia T.O.M
Serena Righini, PTCP milanese: qualche problema









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Il sito di Edoardo Salzano
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Bottini, Fabrizio
( 08.10.2013 09:04 )
Per motivi tecnici mi sono provvisoriamente trasferito sul sito Millennio Urbano che (tra l'altro) contribuisco a rilanciare dopo un periodo di transizione -->
Bottini, Fabrizio
( 08.09.2013 10:07 )
Da un paio di secoli l'umanità cerca di misurarsi in con la gigantesca ameba metropolitana scatenata dai cicli di industrializzazione: urbanisti, sociologi, scrittori, ora un regista. Ma la cultura italiana mica ci arriva
-->
Barzi, Michela
( 26.08.2013 09:34 )
Le diffidenze leghiste per le diversità si manifestano naturalmente con maggiore evidenza là dove il partito governa e imperversa. Ma si tratta di una cultura pervasiva, per nulla limitata a quei territori e probabilmente neppure limitata a quell'area politica, pronta a ripresentarsi in diversi contesti -->
( 22.08.2013 19:29 )
Gli spazi simbolo del ceto medio e dei suoi consumi opulenti, diventano sacche di disagio, come dimostra il compendio di ricerche della Brookings Institution sintetizzate in un volume. Il problema è di superare la logica di questo tipo di espansione urbana, e tornare a un modello integrato di città. Dalla rivista universitaria Knowledge Wharton, agosto 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 20.08.2013 18:49 )
La globalizzazione significa soprattutto (che piaccia o meno) essere ineluttabilmente inseriti in un flusso di decisioni interrelate: la tutela delle coste nella nostra bagnarola mediterranea, per esempio -->
Eisenberg, Richard
( 10.08.2013 10:28 )
Recensionee intervista su uno dei tanti libri americani dedicati a una questione che dovrebbe però interessare molto di più anche il resto del mondo: l'immaginario collettivo sull'abitare e i suoi risvolti sociali e ovviamente ambientali. Di fatto ci sono intere generazioni cresciute nel mito antiurbano, che deve essere in qualche modo superato, insieme al tipo di consumi che si porta dietro. Forbes, 9 agosto 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 21.07.2013 09:45 )
C'è sempre qualcosa di affascinante, e al tempo stesso inquietante, nel modo in cui ci adattiamo, o proviamo a adattarci, ai mutamenti ambientali del mondo che ci circonda. Specie quando si tratta di trasformazioni consapevolmente indotte da altri, per motivi affatto umanitari -->
Bottini, Fabrizio
( 16.07.2013 08:35 )
Oltre a dire qualcosa di sinistra, come auspicano e chiedono in tanti da troppo tempo, c'è anche un'altra possibilità: quella di fare concretamente, qualcosa di sinistra, ovvero mettere in pratica e verificare gli alti principi. C'è qualche vago segnale in questo senso, basta guardarlo -->
Bottini, Fabrizio
( 11.07.2013 08:13 )
Che fare quando le migliori (e celebrate) idee si dimostrano carenti? Negare l'evidenza, oppure provare a rifletterci sopra davvero, cercando di capire se e dove esiste qualcosa di sbagliato nel modello, o nella nostra interpretazione? -->
Hetherington, Peter
( 03.07.2013 13:12 )
Un urbanista americano, curiosamente noto soprattutto per essere stato preso a pugni da una contestatrice durante un'assemblea pubblica, ha anche parecchio altro da dire sulla professione, e il ruolo nella città e la società. The Guardian, 2 luglio 2013 (f.b.) -->
Bottini, Fabrizio
( 29.06.2013 10:53 )
C'è qualcosa che non torna nell'entusiasmo da un lato per tutte le possibili tecnologie smaterializzanti dell'universo, dall'altro nel permanere di una cultura degli spazi a dir poco novecentesca, industriale, segregata. Quanto c'è di malafede, e quanto di ignoranza? -->
Bottini, Fabrizio
( 28.04.2013 09:12 )
Il successo dei progetti di trasformazione urbana, come suggerisce il buon senso, dipende dal loro essere urbani, inseriti in un contesto ampio con cui entrano in sinergia. Ma il peggior cieco è chi non vuol vedere ciò che gli sta attorno -->
Walker, Alissa
( 02.04.2013 19:44 )
Vivere e camminare a Los Angeles, senza un'automobile, è compatibile con un'esistenza umana. Figuriamoci qui da noi. Los Angeles Magazine, 29 marzo 2013 -->
Vitullo-Martin, Julia
( 30.03.2013 19:30 )
I problemi insediativi, ambientali, socioeconomici, di qualità della vita, e infine politici, posti dal nuovo ruolo del cibo nella metropoli del terzo millennio. Non è il caso, come intuito in fondo dall'Expo milanese, di porre al centro la questione? Spotlight on the Region, marzo 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 30.03.2013 08:50 )
È passato più di un secolo da quando i futuristi volevano spazzar via tutta l'anticaglia che faceva da zavorra al progresso umano, e nel frattempo si è capito che non tutto è anticaglia e non tutto è zavorra. Però adesso un po' si esagera, in tutto il mondo, con le ideologie antimoderniste su misura -->

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