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In galera, gli urbanisti che non hanno prevenuto Sandy
Data di pubblicazione: 13.11.2012

Autore:

Le cronache di questi giorni di eventi disastrosi devono ricordare a tutti che chi si occupa di territorio ha una responsabilità sociale importante: da questa consapevolezza può dipendere davvero il futuro. Planetizen, 5 novembre 2012

Titolo originale: Jail the Planners for Not Preventing Sandy! Scelto e tradotto da Fabrizio Bottini

Solo pochi giorni fa, scienziati e tecnici di tutto il mondo sono rimasti esterrefatti dal processo e condanna dei sismologi italiani per non aver previsto il terremoto a L’Aquila. Cosa assurda. I terremoti non sono prevedibili. Ma dei possibili effetti di Sandy si sapeva invece benissimo ssai prima che l’uragano colpisse la costa orientale degli Stati Uniti il 29 ottobre 2012. Urbanisti e ammnistratori che hanno consentito le trasformazioni sulla costa di New York, New Jersey e Carolina in aree di rischio ben note. Perché non sono andati in galera?
Faccio questo ragionamento per rivolgermi a chi si occupa di urbanistica, ed è stato troppo compiacente e cauto quando non avrebbe dovuto. Diamo la colpa di tutto alla politica. Ma pensiamo: un ingegnere che sbaglia i calcoli perde il diritto all’esercizio professionale. Dobbiamo svegliarci. E Sandy deve rappresentare una linea di demarcazione. Non possiamo considerarci agnostici sul cambiamento climatico, sulle forze della natura. Le conosciamo, queste cose, e abbiamo il dovere di comunicare le informazioni ai cittadini in modo chiaro e deciso. È possibile in qualche modo intervenire contenendo o prevenendo effetti e anche cause del cambiamento climatico. Le informazioni riguardanti gli eventi estremi sono scientificamente disponibili. Anche gli scettici su questo concordano. E allora perché noi approviamo trasformazioni in posti pericolosi? Anche la possibilità che succeda un solo evento in cento anni è un rischio troppo grande, specie con strutture che non sopporterebbero neppure eventi di piccola intensità o aumenti di temperatura.

Perché gli urbanisti consentono, a volte promuovono, trasformazioni tanto scandalose? Sono forme di intervento che violano un nostro codice etico. Ma sappiamo bene il perché. L’urbanistica manca del tipo di chiarezza professionale che hanno ad esempio l’ingegneria, o la medicina. Ma forse Sandy ci sarà finalmente modo per raddrizzare un po’ la schiena, per dire adesso basta, e cominciare a comportarci davvero come si addice a dei veri professionisti. In quanto tali abbiamo il dovere di agire propositivamente nei confronti della cittadinanza, intervenendo contro tutti i rischi di cui si ha conoscenza. Dobbiamo concepire i quartieri non semplicemente a far da baluardo contro i peggiori traumi, ma come spazi migliori da abitare, per tutti, di tutte le razze, per una migliore vita economica e vitalità sociale.


Da dove cominciare

Ogni professionista deve impegnarsi direttamente nel reimmaginare e trasformare le città nella prospettiva di un’epoca di clima più difficile. Ciò significa in tutto il paese ripensare i concetti di resilienza e adeguamento. Probabilmente andrà rivisto tutto il sistema delle norme urbanistiche, in certi casi del tutto cambiato. Si temono crolli di valori immobiliari per le aree classificate a rischio. Ma è una cosa che ha già fatto, o farà presto, anche il mercato, sia attraverso i prezzi che coi premi assicurativi. Buoni progetti di trasformazione per rendere una città più resiliente, sono certamente meglio che semplicemente attendere che declini, o scompaia. Si è già visto come le fasce suburbane più esterne in tutto il paese siano in fase di declino. Posti vicini all’acqua senza argini o adeguati interventi di mitigazione, saranno i primi ad essere abbandonati. E purtroppo sono parecchi gli anziani che li hanno scelti come casa.

In secondo luogo, gli urbanisti devono essere in prima fila nel sostenere la necessità di conoscere i rischi reali del cambiamento climatico in ogni città e habitat. Sono tantissimi i casi di aree di costa o sponda, collinari, a bassa quota, vulnerabili per forti precipitazioni, o lunghe siccità, o eventi che riguardano la terra o le acque e che erano imprevedibili all’epoca delle trasformazioni. Già oggi sono moltissimi gli insediamenti suburbani evidentemente insostenibili dal punto di vista del prevedibile clima futuro. Inoltre, il cambiamento climatico modifica gli habitat di animali e insetti contribuendo alla diffusione di malattie pericolose per le comunità.

In terzo luogo c’è da dire che anche la nostra dipendenza dall’auto rappresenta un altro pericolo. Il caso dell’uragano Sandy mostra bene i rischi di città così basate sui veicoli, con gli abitanti che in una situazione di emergenza non possono procurarsi quanto è indispensabile, come da mangiare, senza spostarsi in auto. Qualunque tipo di insediamento urbano non raggiungibile con mezzi collettivi, o rifornito di acqua e cibo, entro un decennio sarà troppo pericoloso per abitarci. Una situazione ulteriormente esasperata dal fatto che le stazioni di servizio chiudono ovunque sia per le difficoltà di impatto ambientale, sia perché non è più tanto conveniente realizzarle e gestirle.

Infine, occorre ripensare ogni zona urbana in termini di autosufficienza energetica, idrica, alimentare per i moment di crisi, come quella del Giappone. Non si capisce il motivo per non riprogettare scuole, caserme dei pompieri e altri servizi di ogni città perché possano ospitare e riciclare energie da biomasse, o eoliche, o solari. Produzioni per alimentare la rete nei periodi normali, ma dedicare alla comunità nelle crisi. Dovremmo anche come in Giappone realizzare campi sportivi, strisce a verde di separazione stradale e altre superfici tutte dotate di cisterne per la raccolta d’acqua. E per ogni isolato ci dovrebbero essere superfici fisse di terreno destinate alle colture alimentari, unite a magazzini di cibi duraturi o inscatolati per le emergenze. Da coltivare anche le zone a verde di rispetto autostradale, insieme ad alberi da frutto, cespugli da more, inseriti nelle città anche a scope ambientali.


Il futuro

Nel futuro dobbiamo aumentare la resilienza delle città. Costruendole come sistemi più complessi di quartieri dal punto di vista delle fasce di età, stili di vita, etnie, adeguate al presente, in grado di coltivare coesione e solidarietà di fronte alle sfide che si profilano. Forse il cattivo tempo riuscirà là dove buone intenzioni e politica hanno fallito: per dare agli americani l’idea di cosa voglia dire “tutti gli uomini sono stati creati uguali e devono lavorare al perseguimento della felicità”. Un futuro ben progettato per l’America, e costruito sulla speranza, non sulla paura.









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Il sito di Edoardo Salzano
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Bottini, Fabrizio
( 08.10.2013 09:04 )
Per motivi tecnici mi sono provvisoriamente trasferito sul sito Millennio Urbano che (tra l'altro) contribuisco a rilanciare dopo un periodo di transizione -->
Bottini, Fabrizio
( 08.09.2013 10:07 )
Da un paio di secoli l'umanità cerca di misurarsi in con la gigantesca ameba metropolitana scatenata dai cicli di industrializzazione: urbanisti, sociologi, scrittori, ora un regista. Ma la cultura italiana mica ci arriva
-->
Barzi, Michela
( 26.08.2013 09:34 )
Le diffidenze leghiste per le diversità si manifestano naturalmente con maggiore evidenza là dove il partito governa e imperversa. Ma si tratta di una cultura pervasiva, per nulla limitata a quei territori e probabilmente neppure limitata a quell'area politica, pronta a ripresentarsi in diversi contesti -->
( 22.08.2013 19:29 )
Gli spazi simbolo del ceto medio e dei suoi consumi opulenti, diventano sacche di disagio, come dimostra il compendio di ricerche della Brookings Institution sintetizzate in un volume. Il problema è di superare la logica di questo tipo di espansione urbana, e tornare a un modello integrato di città. Dalla rivista universitaria Knowledge Wharton, agosto 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 20.08.2013 18:49 )
La globalizzazione significa soprattutto (che piaccia o meno) essere ineluttabilmente inseriti in un flusso di decisioni interrelate: la tutela delle coste nella nostra bagnarola mediterranea, per esempio -->
Eisenberg, Richard
( 10.08.2013 10:28 )
Recensionee intervista su uno dei tanti libri americani dedicati a una questione che dovrebbe però interessare molto di più anche il resto del mondo: l'immaginario collettivo sull'abitare e i suoi risvolti sociali e ovviamente ambientali. Di fatto ci sono intere generazioni cresciute nel mito antiurbano, che deve essere in qualche modo superato, insieme al tipo di consumi che si porta dietro. Forbes, 9 agosto 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 21.07.2013 09:45 )
C'è sempre qualcosa di affascinante, e al tempo stesso inquietante, nel modo in cui ci adattiamo, o proviamo a adattarci, ai mutamenti ambientali del mondo che ci circonda. Specie quando si tratta di trasformazioni consapevolmente indotte da altri, per motivi affatto umanitari -->
Bottini, Fabrizio
( 16.07.2013 08:35 )
Oltre a dire qualcosa di sinistra, come auspicano e chiedono in tanti da troppo tempo, c'è anche un'altra possibilità: quella di fare concretamente, qualcosa di sinistra, ovvero mettere in pratica e verificare gli alti principi. C'è qualche vago segnale in questo senso, basta guardarlo -->
Bottini, Fabrizio
( 11.07.2013 08:13 )
Che fare quando le migliori (e celebrate) idee si dimostrano carenti? Negare l'evidenza, oppure provare a rifletterci sopra davvero, cercando di capire se e dove esiste qualcosa di sbagliato nel modello, o nella nostra interpretazione? -->
Hetherington, Peter
( 03.07.2013 13:12 )
Un urbanista americano, curiosamente noto soprattutto per essere stato preso a pugni da una contestatrice durante un'assemblea pubblica, ha anche parecchio altro da dire sulla professione, e il ruolo nella città e la società. The Guardian, 2 luglio 2013 (f.b.) -->
Bottini, Fabrizio
( 29.06.2013 10:53 )
C'è qualcosa che non torna nell'entusiasmo da un lato per tutte le possibili tecnologie smaterializzanti dell'universo, dall'altro nel permanere di una cultura degli spazi a dir poco novecentesca, industriale, segregata. Quanto c'è di malafede, e quanto di ignoranza? -->
Bottini, Fabrizio
( 28.04.2013 09:12 )
Il successo dei progetti di trasformazione urbana, come suggerisce il buon senso, dipende dal loro essere urbani, inseriti in un contesto ampio con cui entrano in sinergia. Ma il peggior cieco è chi non vuol vedere ciò che gli sta attorno -->
Walker, Alissa
( 02.04.2013 19:44 )
Vivere e camminare a Los Angeles, senza un'automobile, è compatibile con un'esistenza umana. Figuriamoci qui da noi. Los Angeles Magazine, 29 marzo 2013 -->
Vitullo-Martin, Julia
( 30.03.2013 19:30 )
I problemi insediativi, ambientali, socioeconomici, di qualità della vita, e infine politici, posti dal nuovo ruolo del cibo nella metropoli del terzo millennio. Non è il caso, come intuito in fondo dall'Expo milanese, di porre al centro la questione? Spotlight on the Region, marzo 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 30.03.2013 08:50 )
È passato più di un secolo da quando i futuristi volevano spazzar via tutta l'anticaglia che faceva da zavorra al progresso umano, e nel frattempo si è capito che non tutto è anticaglia e non tutto è zavorra. Però adesso un po' si esagera, in tutto il mondo, con le ideologie antimoderniste su misura -->

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