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L’Italia unita rivisitata attraverso sette pranzi
Data di pubblicazione: 17.11.2012

Autore:

Una indagine storica e sociologica sui consumi domestici nazionali assume senso particolare in rapporto all’ambiente e al territorio. Perché se è vero che l'uomo è ciò che mangia, il concetto si estende poi anche a quello di territorio e sostenibilità. Il manifesto, 17 novembre 2012,postilla

«A tavola!». La primametà del titolo l’abbiamo già letta. La seconda, gli italiani in 7 pranzi, ci ripete qualcosa di vagamente noto (Emanuela Scarpellini, A tavola ! gli italiani in 7 pranzi, Laterza 2012, euro 18); il seguito, un testo di trecento pagine, invece, è nuovo, anzitutto per la struttura. Nella cronologia delle più classiche, sette epoche, dall’unità d’Italia al 2012, ritroviamo brani di letteratura, storie di alimentazione e di cucina, cifre e tabelle, inchieste, interviste ed elenchi di salumi e di pani, compilati dalle guide di Slow Food. Nessuna analogia con il carrello della spesa, perché la scrittura fa da montaggio e predispone una lettura ordinata in cui ogni faccia del sistema alimentare è esposta, caso per caso.

Una cena operaia a Milano, nel 1911, un pranzo di famiglia nella Roma fascista, un altro di operai meridionali immigrati a Torino con il miracolo economico (Mirafiori nord, 1967) e un altro ancora, nel Nordest preleghista, metà anni Ottanta, con la prevedibile etichetta : pausapranzo-famiglia-impresa. Il metodo prescelto, quello di un racconto ragionato, funziona bene, sia da un punto di vista didattico, sia da un punto di vista critico. La storia dell’alimentazione deve avvalersi di tutte le fonti, dall’intervista al cartellone pubblicitario, senza fissarsi ossessivamente sulle statistiche o sui ricettari. Quadri, cartoline, filmati, fotografie, etichette contribuiscono a certificare il racconto (ed è inspiegabile che l’editore non abbia inserito qualche immagine suggerita dall’autrice, lasciando al lettore la briga di andarsi a cercare Giuseppe de Nittis su google)

Che il primo pranzo sia siciliano e tratto da Il gattopardo, non nuoce affatto anche se è un documento assai posteriore al 1861 e se a molti è arrivato da un film di Luchino Visconti. La nostra storia alimentare è una continua interrogazione che esula dal calendario, avanza e retrocede, e si avvale di una percezione anomala del tempo. Emanuela Scarpellini invita a raccogliere tutti i documenti e a raccontarli, dopo essersene appropriati. La conseguenza è riavvicinare il significato degli alimenti alla loro storia, anche linguistica, e istruire una analisi del cibo. Ogni episodio funge da promemoria e favorisce l’apporto del lettore che, anch’egli, ha il suo pranzetto da raccontare, di festa o d’addio, di ogni giorno o eccezionale, un desinare che ben esposto e meglio studiato, con indicatori di classe, di genere, di cultura, può figurare in un libro di storia.

A questo si aggiunge un secondo merito: integrare nel cibo una quantità di valori non accessori forniti dal mercato, dal costo, dal luogo dove si cuoce, dagli utensili, dalle stoviglie, dai rituali. Così nella storia del mangiare, anzi in quella del modo di mangiare entrano le energie domestiche, i manuali di buona creanza oppure il design, e non a caso l’editore ha scelto per la copertina un disegno di Giò Ponti, tratto dal Quattrova illustrato (1931). Sono le connessioni che danno importanza al cibo e ne favoriscono lo studio. Per questa via che illustra nel pranzo il momento seriale e la cerimonia in atto, il valore simbolico diventa fondamentale, così come le due cene di famiglie operaie sono tutte le cene operaie italiane, e il signore di Donnafugata ricopre il ruolo degli anfitrioni dell’aristocrazia, da Torino a Palermo.

Ma Emanuela Scarpellini va molto oltre e cerca nei miti, nel pensiero selvaggio, nei luoghi magici del rio delle Amazzoni o del golfo di Papua, le chiavi più antiche per interpretare la storia contemporanea e attuale della nutrizione. La leggenda del cibo continua a pesare (inconsciamente) su di esso. L’impronta antropologica è tanto forte in certe pagine, da costituire una sorta di dichiarazione personale dell’autrice, da dettare il suo punto di vista, anche a chi, come me, non oserebbe mai tanto. 7 non è un numero qualsiasi, e ha un valore particolarmente ricorrente nella cultura religiosa, nelle visioni epocali che ravvicinano al presente le origini dell’umanità.

Eppure questi 7 pranzi sembrano sfiorare solo la mistica del cibo, ed Emanuela Scarpellini riporta equilibrio in una navigazione a vista nella quale le lacrime del Dio Waqa, all’origine del caffè in una leggenda etiope, lasciano subito posto a una esposizione dei prodotti coloniali in epoca fascista, ai surrogati della seconda guerra mondiale, orzo e cicoria, e alla sempiterna caffettiera Bialetti.

Non altrettanto persuasiva è la conclusione di questo libro. Le nebbie sembrano avvolgere il lettore, e il testo dissiparsi come un fumo liberato da un pertugio, quando si immaginano, in quattro pagine, due pranzi del 2049, rispettivamente l’ottavo e il nono l’uno a base di pizza, dim sum e Cyber Cola, l’altro, sardo da nuraghe, con bottarga e frutti di mare e conchiglie, quindi i ravioli dell’Ogliastra, i culorgionis. Nel prossimo futuro, sembra dire l’autrice, ci sta quello che abbiamo alle spalle, come i cibi di un’isola antica ; oltre ad essi, saranno disponibili tutti quelli fatti ed abbandonati, distribuiti e naufragati, dopo lunghissime navigazioni, in un qualsiasi punto, anonimo, del Globo. Forse questa visione, e l’anno 2049 (che ne vale un altro e perciò condividiamo) meritavano maggiore impegno, essendo il futuro del cibo fonte d’ispirazione di riflessioni sul presente tali da condizionare il nostro stesso rapporto con il passato, e una anticipazione di ventisette anni comporta una analisi differita e complessa di quello che sta accadendo e sta per accadere.

Postilla
Qualche anno fa avevo avuto pochi dubbi a sospettare una specie di effetto cormorano in una assai pubblicizzata ricerca della stessa Emanuela Scarpellini. Quando in accoppiata all’uscita per il medesimo editore del famoso Falce & Carrello del patron Esselunga Bernardo Caprotti, ne sosteneva parallelamente ma più sistematicamente le tesi in La Spesa è Uguale per Tutti, frutto anche di una full immersion nei fondi archivistici americani Rockefeller. Tesi, quelle di Caprotti, in realtà piuttosto rudimentali, anche se non del tutto infondate, di salvatore della patria contro il passatismo catto-comunista, che avrebbe indebitamente scambiato la solidarietà sociale con una acritica tutela dell’esistente.
Sperando che questa nuova ricerca sui consumi domestici nazionali non rischi il medesimo effetto cormorano, di restituire qualcosa di molto simile a quanto metabolizzato dalle fonti, è senza dubbio utile anche per il nostro rapporto diretto con l’ambiente, il territorio, il paesaggio, cercare criticamente di ricostruire cosa succedeva, succede, magari succederà a tavola. E parallelamente accostare ciò che sappiamo sul contesto in cui quella tavola si preparava: gli acquisti, gli spostamenti, i mercati, il territorio urbano e rurale della produzione, trasformazione, distribuzione. Perché dovrebbe essere ormai chiaro a tutti ciò che lo sponsor Slow Food ha intuito ormai da tanto tempo, ovvero che lo slogan “l’uomo è ciò che mangia” va ben oltre la soggettività, e si estende al concetto di sostenibilità. Oltre che a quello di coerenza: dimmi come mangi e non solo ti dirò chi sei, ma posso prevedere come starai, e ci farai stare tutti (f.b.)

QUI la mia recensione ai due libri di Caprotti e Scarpellini citati









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Il sito di Edoardo Salzano
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Bottini, Fabrizio
( 08.10.2013 09:04 )
Per motivi tecnici mi sono provvisoriamente trasferito sul sito Millennio Urbano che (tra l'altro) contribuisco a rilanciare dopo un periodo di transizione -->
Bottini, Fabrizio
( 08.09.2013 10:07 )
Da un paio di secoli l'umanità cerca di misurarsi in con la gigantesca ameba metropolitana scatenata dai cicli di industrializzazione: urbanisti, sociologi, scrittori, ora un regista. Ma la cultura italiana mica ci arriva
-->
Barzi, Michela
( 26.08.2013 09:34 )
Le diffidenze leghiste per le diversità si manifestano naturalmente con maggiore evidenza là dove il partito governa e imperversa. Ma si tratta di una cultura pervasiva, per nulla limitata a quei territori e probabilmente neppure limitata a quell'area politica, pronta a ripresentarsi in diversi contesti -->
( 22.08.2013 19:29 )
Gli spazi simbolo del ceto medio e dei suoi consumi opulenti, diventano sacche di disagio, come dimostra il compendio di ricerche della Brookings Institution sintetizzate in un volume. Il problema è di superare la logica di questo tipo di espansione urbana, e tornare a un modello integrato di città. Dalla rivista universitaria Knowledge Wharton, agosto 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 20.08.2013 18:49 )
La globalizzazione significa soprattutto (che piaccia o meno) essere ineluttabilmente inseriti in un flusso di decisioni interrelate: la tutela delle coste nella nostra bagnarola mediterranea, per esempio -->
Eisenberg, Richard
( 10.08.2013 10:28 )
Recensionee intervista su uno dei tanti libri americani dedicati a una questione che dovrebbe però interessare molto di più anche il resto del mondo: l'immaginario collettivo sull'abitare e i suoi risvolti sociali e ovviamente ambientali. Di fatto ci sono intere generazioni cresciute nel mito antiurbano, che deve essere in qualche modo superato, insieme al tipo di consumi che si porta dietro. Forbes, 9 agosto 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 21.07.2013 09:45 )
C'è sempre qualcosa di affascinante, e al tempo stesso inquietante, nel modo in cui ci adattiamo, o proviamo a adattarci, ai mutamenti ambientali del mondo che ci circonda. Specie quando si tratta di trasformazioni consapevolmente indotte da altri, per motivi affatto umanitari -->
Bottini, Fabrizio
( 16.07.2013 08:35 )
Oltre a dire qualcosa di sinistra, come auspicano e chiedono in tanti da troppo tempo, c'è anche un'altra possibilità: quella di fare concretamente, qualcosa di sinistra, ovvero mettere in pratica e verificare gli alti principi. C'è qualche vago segnale in questo senso, basta guardarlo -->
Bottini, Fabrizio
( 11.07.2013 08:13 )
Che fare quando le migliori (e celebrate) idee si dimostrano carenti? Negare l'evidenza, oppure provare a rifletterci sopra davvero, cercando di capire se e dove esiste qualcosa di sbagliato nel modello, o nella nostra interpretazione? -->
Hetherington, Peter
( 03.07.2013 13:12 )
Un urbanista americano, curiosamente noto soprattutto per essere stato preso a pugni da una contestatrice durante un'assemblea pubblica, ha anche parecchio altro da dire sulla professione, e il ruolo nella città e la società. The Guardian, 2 luglio 2013 (f.b.) -->
Bottini, Fabrizio
( 29.06.2013 10:53 )
C'è qualcosa che non torna nell'entusiasmo da un lato per tutte le possibili tecnologie smaterializzanti dell'universo, dall'altro nel permanere di una cultura degli spazi a dir poco novecentesca, industriale, segregata. Quanto c'è di malafede, e quanto di ignoranza? -->
Bottini, Fabrizio
( 28.04.2013 09:12 )
Il successo dei progetti di trasformazione urbana, come suggerisce il buon senso, dipende dal loro essere urbani, inseriti in un contesto ampio con cui entrano in sinergia. Ma il peggior cieco è chi non vuol vedere ciò che gli sta attorno -->
Walker, Alissa
( 02.04.2013 19:44 )
Vivere e camminare a Los Angeles, senza un'automobile, è compatibile con un'esistenza umana. Figuriamoci qui da noi. Los Angeles Magazine, 29 marzo 2013 -->
Vitullo-Martin, Julia
( 30.03.2013 19:30 )
I problemi insediativi, ambientali, socioeconomici, di qualità della vita, e infine politici, posti dal nuovo ruolo del cibo nella metropoli del terzo millennio. Non è il caso, come intuito in fondo dall'Expo milanese, di porre al centro la questione? Spotlight on the Region, marzo 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 30.03.2013 08:50 )
È passato più di un secolo da quando i futuristi volevano spazzar via tutta l'anticaglia che faceva da zavorra al progresso umano, e nel frattempo si è capito che non tutto è anticaglia e non tutto è zavorra. Però adesso un po' si esagera, in tutto il mondo, con le ideologie antimoderniste su misura -->

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