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La bicicletta è solo un giocattolo?
Data di pubblicazione: 17.11.2012

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Per spostarci dal modello auto-centrico bisogna mettere nel conto una miriade di componenti, che sembrerebbero secondarie, ma sono ingranaggi insostituibili di un sistema interconnesso: quando ne salta uno, salta tutto

Immagino sia capitato a quasi tutti gli automobilisti di prendere appuntamento per un tagliando periodico del mezzo, o per una manutenzione particolare, e di sentirsi offrire il veicolo sostitutivo. Naturalmente è un servizio a pagamento, ma per tante persone (io ne ho sempre fatto a meno, ma capisco benissimo che qualcuno non può) è indispensabile potersi spostare in auto quotidianamente, o magari proprio il giorno dell’appuntamento. Difficile organizzarsi per trasportare in autobus la zia anziana dallo specialista, o semplicemente andare in tutti i posti necessari in tempi ragionevoli, portandosi tutto quanto c’è via via da portare. Naturalmente ci sono persone organizzate in maniera tale da riuscire a far tutto comodamente lo stesso, ma appunto si sono organizzate, hanno sia il know-how necessario che gli eventuali strumenti per così dire tecnici, dalla borsa con le ruote, all’abbonamento annuale, al cestino portapacchi extralarge ecc. In fondo si tratta di due veri e propri mondi paralleli, ed è abbastanza raro riuscire ad appartenere a pieno titolo a entrambi: c’è chi vive in un mondo automobilistico (magari anche inconsapevolmente, da passeggero che esige un certo servizio), e chi per scelta o per caso ne sta fuori.

Ad esempio mi capita spesso di spiegare, davanti a facce abbastanza sorprese, che il formato dei contenitori da spesa self-service corrisponde più o meno alla nostra modalità di spostamento: il cestino a mano con poche cose per il pedone o l’utente del mezzo pubblico; il cestone con le rotelle corrisponde a un abbondante carico su due portapacchi da bicicletta (e attenzione a non esagerare con gli articoli pesanti, liquidi o simili!); col classico carrello pieno da supermercato la spesa si può solo sistemare nel baule di un’auto, a meno di dividersela fra varie persone, pedoni i spazi o ciclisti. E non a caso poi a questo tipo di segmentazione corrispondono altri aspetti dell’insediamento commerciale, ad esempio il rapporto fra gli spazi di sosta attrezzati alle due ruote, ovvero le rastrelliere quasi sempre senza tettoia, gli sterminati parcheggi e silos per le auto, le fermate del mezzo pubblico cacciate chissà dove, lontano dagli ingressi e spesso con tutti i piazzali a parcheggio in mezzo. Ma torniamo alla questione di partenza: l’auto sostitutiva. Il problema è che si parte dalla non disponibilità temporanea dell’auto solita, e che questa non disponibilità è percepita come un handicap importante. In altre parole esiste una specie di diritto, per cui si è disposti a pagare, a vedersi ragionevolmente assicurata quella mobilità. Beh, io ho appena scoperto – con una certa sorpresa, poi superata - che la stessa cosa non vale per il mercato della bicicletta, o almeno vale in modo assai relativo.

Spesso quando si parla di difficoltà della mobilità dolce ci si concentra (forse anche giustamente) sulle lacune dell’intervento pubblico. Dall’estensione delle piste ciclabili, alla loro qualità e rapporto col territorio, alle zone pedonali, gli arredi, la sicurezza. Gli aspetti privati sono meno discussi, ma forse presi complessivamente finirebbero per avere un peso preponderante nel determinare un cambio di rotta. Quello commerciale, sia di localizzazione e organizzazione dei negozi, sia del modello di spesa, l’ho appena accennato, ma ce n’è un altro che si lega direttamente alla faccenda del veicolo sostitutivo: la qualità delle biciclette in circolazione, sono adatti ora i mezzi e le reti di manutenzione ad affrontare un cambiamento più o meno epocale? La risposta è quasi sicuramente NO. Il ciclismo utilitario tradizionale, quello per intenderci di un paio di generazioni fa, poteva contare da un lato su una certa abitudine al fai date, individuale e familiare, dall’altro su una produzione e manutenzione commerciale adeguata.

Per esempio, era abbastanza diffuso anche ripararsi da soli le forature, senza sostituire la camera d’aria, e senza neppure smontare la ruota. Io stesso ricordo la tecnica del secchio d’acqua per individuare la posizione del buco dalle bollicine, e poi il ritaglio di gomma fatto a mano da usare come toppa, la pulitura con carta vetrata, la colla su entrambe le superfici. Ma a queste capacità d’emergenza si univano mezzi solidi e semplici, e la rete delle botteghe di riparazione e ricambi, spesso presente in ogni quartiere. Oggi, seguendo un tipo di riorganizzazione simile a quello di tante altre attività, la rete si è rarefatta, specializzandosi spesso sul versante puramente commerciale di ricambi e mezzi nuovi, nonché sugli aspetti e i prodotti prevalentemente ludici. Niente di male, in sé e per sé, ma questo produce nel tempo un cambio di mentalità piuttosto radicale. Secondo cui spostarsi in bicicletta non è più necessità, o scelta comunque quotidiana e utilitaristica, ma divertimento, cosa in più e non invece, cosa anche apprezzata, ma che si fa ogni tanto ed eventualmente. Risultato: anche servizio e garanzia diventano eventuali.

Il caso personale forse riassume meglio di qualsiasi altro esempio generale la faccenda. Dopo un piccolo incidente, tra l’altro a causa di carenze delle infrastrutture pubbliche e di cui ho già raccontato, ho portato la bicicletta dal meccanico per diagnosi e terapia del malanno. Il guaio era piuttosto serio, ovvero la forcella anteriore piegata, che rendeva del tutto inservibile il mezzo. Nessuno si è sognato di offrirmi una bici di riserva, naturalmente: il mercato non prevede nulla del genere, e se la avessi chiesta quasi di sicuro avrebbero sbarrato gli occhi, e magari per pura gentilezza, col cliente abituale, chissà, tirato fuori qualche cosa dal mucchio. A parte questo, dopo due giorni abbondanti l’ho ritirata in ordine, sborsando una bella cifra (parecchie decine di euro, per una bici sono tanti) solo per ore di lavoro, praticamente nulla per ricambi. Dal giorno dopo di nuovo in sella, per scoprire abbastanza presto che le riparazioni non parevano proprio affidabilissime. L’incidente era successo per via del buio: lampioni spenti sulla pista ciclabile e il mio fanale invisibile montato dentro al cestino pieno di spesa. Avevo chiesto di spostarlo, il fanale, ma ora traballava tutto, anzi nel giro di pochissimo tempo iniziava a pencolare da un lato, fino a staccarsi dal supporto a cui era stato malamente fissato, strappandone pure un pezzo. Ma ahimè non era finita. Perché appena legato precariamente il fanale con un pezzo di elastico rimediato, si è ripetuta identica la dinamica dell’incidente, senza incidente.

È successo che solo scendendo dallo scivolo di un passo carraio, e tirando il freno anteriore, la ruota si è bloccata, proprio come quando si era storta tutta la parte anteriore del telaio un paio di giorni prima. Ma come diavolo era stata riparata, quella bicicletta? Me lo chiedevo arrancando sudato e trascinandola verso il posto più comodo per recuperarla in seguito, dopo essere tornato a casa coi mezzi pubblici (ero a una decina di chilometri, come si addice a chi pratica mobilità, e non loisir allo stato puro). Ci sarebbe da confrontare sistematicamente, a questo punto, quel che sarebbe successo con un’automobile, ma lo lascio immaginare: per fortuna la situazione era urbana, a metà pomeriggio, mezzi pubblici abbastanza disponibili e punti sicuri per parcheggiare e assicurare il mezzo pure. Di officine in vista, neppure l’ombra, anche se di carrozzerie, elettrauto, gommisti per auto, ne ho visto qualcuno mentre arrancavo sui marciapiedi (per fortuna in città almeno quelli ci sono). Ma la sorpresa vera doveva ancora arrivare, una volta recuperata la bici e riportata dal ciclista con faccia severamente perplessa.

Anche lui perplesso. È una cosa che ho già visto, pur raramente, nei garage per automobili, e va bene. C’è una riparazione che non è andata perfettamente a buon fine, il meccanico si gratta la testa, mentre cercate di spiegargli come e in quale situazione si è ri-verificato il guasto. Ok per una rapida revisione, con riconsegna il mattino successivo. Qui arriva la prova del nove: mezzo riconsegnato con sorriso, funziona benissimo, ma … “la avverto che potrebbe bloccarsi di nuovo in qualsiasi momento”. COME? Non garantisce quello che qualunque meccanico e cliente di un tagliando per auto dà per scontato, cioè nessun problema per migliaia e migliaia di chilometri? Gentilmente, gli spiego il concetto esattamente come l’ho sviluppato fin qui, ovvero che con la bici io mi muovo, e non lo faccio in più o per gioco. Se gioco, lo faccio durante spostamenti intesi come tali, i quali spostamenti non mettono nel conto di bloccarsi a metà. Siamo pazzi? Eppure lui la pensa così, anche lui che ricava parte importante del suo reddito da vendita e manutenzione di biciclette: servono come cosa in più, per giocare, se si rompono fa niente, un piccolo fastidio, vorrà dire che ci andiamo in macchina. E più in particolare, di solito se si rompono lo fanno in quel raggio limitato di qualche centinaio di metri in cui si usa correntemente la bici.

Ce ne sono altre centinaia di cose che sarebbe possibile dire, qui, ma volevo porre l’accento su un aspetto piccolo, apparentemente marginale, e però essenziale nel separare in modo netto un modo di muoversi da qualcosa di totalmente diverso come il gioco da fine settimana, o il giretto occasionale. Quella bottega tutta bardata di mezzi high-tech e accessori fantascientifici, ma evidentemente povera di fantascientifiche soluzioni per portare carichi, illuminarsi la strada, evitare forature per un nonnulla a dieci chilometri da tutto. Chi vuole spostarsi in bicicletta, lo fa a suo rischio e pericolo. Se un meccanico, dopo aver fatto la riparazione e incassato il conto, vi dicesse che l’automobile si può fermare da un momento all’altro lo fareste ricoverare, o no? Io ho precisato al ciclista la mia esigenza, e lui ha ovviamente capito al volo, per carità (il giorno dopo mi ha riconsegnato la bici con un ricambio sostituito e la garanzia di non bloccarmi). Ma ho dovuto farlo, la norma è un’altra. Uno dei milioni di problemi che si troverà a risolvere qualunque bacino locale di mercato, inteso nel senso ampio del pubblico-privato-sociale, nel passare dalla centralità automobilistica assoluta, a qualcosa di meno goffo e sprecone. Provate a immaginarvele voi, le altre centinaia di migliaia di rogne: altro che solo piste ciclabili e poi tutti in sella!









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