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La metropoli e le schifezze: un amore a prima vista!
Data di pubblicazione: 26.11.2012

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L'ecologia urbana prova a interpretare le città mettendo in conto aspetti per nulla naturali e indotti dalle attività umane, dal cemento agli scarichi, per capirne l’impasto complessivo, e usarlo a contenere le emissioni e combattere il cambiamento climatico

Se guardiamo i disegni ottocenteschi degli ambienti urbani, dai nitidi schizzi tecnici sui manuali alle vignette sulle riviste, alle cupe atmosfere grafiche che circondano certi feuilletons, non possiamo fare a meno di notare una distinzione fra ciò che è chiaro, positivo, lineare, in breve razionale, e l’inquietante intruso, la bestia, una scheggia impazzita di natura selvatica. Così come nella pittura classica sotto la scritta Et In Arcadia Ego la morte faceva la sua comparsa nella spensieratezza dei momenti di pace e tranquillità, allo stesso modo nella metropoli industriale che si vuole sottrarre all’imprevisto fa capolino il ratto sotto il letto del malato, o sbuca il feroce assassino dal vicolo in fondo alla nitida schiera di casette. Ecco, dalle rappresentazioni che si vogliono oggettive via via questo elemento spurio tende a scomparire, secondo una tendenza che diventerà ancora più marcata nella cultura degli spazi razionalisti, dove anche gli abitanti e il verde pubblico (elementi ovviamente irrinunciabili almeno di parte delle rappresentazioni) diventano poco più che simbolici.

Al punto che è diventata piuttosto famosa la faccia esterrefatta di Mies van der Rohe quando gli mostrarono la piazzetta antistante il suo palazzo Seagram piena di gente che si godeva il sole e il panorama urbano: quei tizi non dovevano star lì! La piazza era stata pensata per isolare ed evidenziare il puro volume del grattacielo color whiskey, mica per passeggiarci dentro o spaparanzarsi dappertutto. Ma la vita, come del resto abbastanza prevedibile, fa parte integrante della città reale, e non solo quella di chi entra ed esce dai palazzi, o sta alla fermata dell’autobus. Nel conto vanno tenute anche le foglie, verdi ancora sugli alberi o secche che scivolano giù per il tombino insieme all’acqua piovana inquinata, e sotto il tombino tutti i roditori che sgattaiolano per i condotti, e i predatori che li rincorrono o li scrutano dal cielo, e poi i pesci nel laghetto e le alghe, e il muschio aggrappato alla parete di recinzione … Ce ne sono tante di cose vive, infinitamente tante, dentro la città, ne fanno parte, non sono affatto intrusi, anzi senza di loro probabilmente si tratterebbe di un’entità morta, o più debole, meno reattiva alle trasformazioni e ai traumi. Insomma, anche se l’idea generale non è proprio quella di ridare piena cittadinanza e diritti a Jack lo Squartatore, o ammettere un paio di procioni nella nostra vasca da bagno, dobbiamo tutti cambiare radicalmente le nostre rappresentazioni urbane.

Non si tratta solo di moda passeggera, o di buon gusto politically correct, ma di una delle tante razionalissime cose da fare, e fare alla svelta, nella prospettiva di un adattamento delle nostre metropoli alle sfide del XXI secolo: cambiamento climatico e urbanizzazione del pianeta prima di tutto. Lo spiega un bell’articolo pubblicato pochi giorni fa dalla rivista Nature, passando in rassegna alcuni programmi di ricerca nel campo dell’ecologia urbana, intesa proprio come studio dell’impasto natura/artificio tipico dei contesti che abitiamo. Una prospettiva in cui anche cose apparentemente squilibrate o assurde come le mutazioni o le invasioni di alcune specie, la capacità perversa di convivenza tra vita e veleni, diventano futuri possibili da approfondire e capire, magari accettare, sicuramente iniziare a usare per nostra comodità, o meglio sopravvivenza. Purtroppo, pare che gli studi ecologici, ripetendo a modo loro i vezzi puristi di Mies van der Rohe, continuino ad operare al 95% in aree non urbane, ovvero alla ricerca di condizioni naturali destinate a diventare assai meno naturali in breve volgere di tempo, visti i ritmi a cui procede l’urbanizzazione del pianeta.

Una urbanizzazione, come spiegano evidentemente abbastanza a vuoto le agenzie internazionali e gli infiniti studi multidisciplinari, che NON sta seguendo, che NON può nemmeno seguire, un classico percorso di separazione fra natura e artificio, città e campagna, macchina asettica e vita brulicante. E che quindi richiede consapevoli studi in cui anche cose improbabili come il leone (lo si è recentemente scoperto abitante fisso delle periferie africane), o certe specie che prosperano assorbendo inquinanti, vengono di norma inserite nell’equazione di piani programmi e politiche, insieme alle solite componenti demografiche, sociali, economiche ecc. Per fare un esempio abbastanza semplice e attuale, basta pensare all’agricoltura urbana, e alle sue implicazioni immediate: che effetto chimico ha sui suoli, che effetto induce sui cicli delle acque, cosa succede ai mercati locali (quello alimentare come quello immobiliare come quello del lavoro) o al metabolismo termico dell’area metropolitana. Non è finita naturalmente, perché esiste la componente animale indotta dalle colture, o modificata, o squilibrata, che muovendosi allarga il raggio dell’effetto, con altre implicazioni sociali. Sappiamo tutti più o meno cosa succede quando funzioni urbane e rurali si scontrano nelle aree di espansione: cosa può succedere in un contesto metropolitano consolidato? E soprattutto come si può sfruttare al meglio la differenza facendola diventare magari resilienza?

Ciò che di sicuro non ha senso, almeno se si vuol restare coi piedi per terra, è per esempio immaginare l’agricoltura urbana esclusivamente nelle forme semplificate e artificializzate delle vertical farm meccaniche di Despommier, oppure ribaltando la prospettiva sognare una specie di percorso a ritroso, in cui posti come Detroit (o tanti altri) diventano distese di campi popolati da bifolchi felici e ingenui, con le classiche gote rosse e mani callose d’ordinanza. Del resto anche la sola evidenza delle esperienze reali di colture urbane affatto sperimentali, come quelle praticate a Cuba o in alcune megacittà africane, dimostra quanto il ciclo sociale, ecologico, produttivo sia ad anni luce di distanza da quanto accade magari solo ai parenti prossimi degli orticoltori urbani, parenti rimasti in campagna solo a un centinaio di chilometri di distanza. E poi c’è il rapporto con gli scarichi dei motori, come la natura possa aiutare in un modo o nell’altro (l’idea del km zero insegna) ad abbattere i veleni, ma sono se si conoscono i meccanismi di funzionamento di tutto il sistema. Come nella pianura padana, dove appunto nessuno dà veramente importanza al rapporto fra natura (la geografia innanzitutto), dinamiche come quelle insediative, i venti, il clima, e le emissioni inquinanti da traffico riscaldamento e produzioni industriali. Un approccio corretto di ecologia urbana sarebbe il presupposto a decisioni meno incoerenti, e ridicole di quelle attuali, buone al massimo a mettere in pace un paio di coscienze.

Per la rassegna dei progetti di ricerca in ecologia urbana faccio naturalmente riferimento all’articolo citato di Courtney Humphries, The science of cities: Life in the concrete jungle









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Il sito di Edoardo Salzano
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Bottini, Fabrizio
( 08.10.2013 09:04 )
Per motivi tecnici mi sono provvisoriamente trasferito sul sito Millennio Urbano che (tra l'altro) contribuisco a rilanciare dopo un periodo di transizione -->
Bottini, Fabrizio
( 08.09.2013 10:07 )
Da un paio di secoli l'umanità cerca di misurarsi in con la gigantesca ameba metropolitana scatenata dai cicli di industrializzazione: urbanisti, sociologi, scrittori, ora un regista. Ma la cultura italiana mica ci arriva
-->
Barzi, Michela
( 26.08.2013 09:34 )
Le diffidenze leghiste per le diversità si manifestano naturalmente con maggiore evidenza là dove il partito governa e imperversa. Ma si tratta di una cultura pervasiva, per nulla limitata a quei territori e probabilmente neppure limitata a quell'area politica, pronta a ripresentarsi in diversi contesti -->
( 22.08.2013 19:29 )
Gli spazi simbolo del ceto medio e dei suoi consumi opulenti, diventano sacche di disagio, come dimostra il compendio di ricerche della Brookings Institution sintetizzate in un volume. Il problema è di superare la logica di questo tipo di espansione urbana, e tornare a un modello integrato di città. Dalla rivista universitaria Knowledge Wharton, agosto 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 20.08.2013 18:49 )
La globalizzazione significa soprattutto (che piaccia o meno) essere ineluttabilmente inseriti in un flusso di decisioni interrelate: la tutela delle coste nella nostra bagnarola mediterranea, per esempio -->
Eisenberg, Richard
( 10.08.2013 10:28 )
Recensionee intervista su uno dei tanti libri americani dedicati a una questione che dovrebbe però interessare molto di più anche il resto del mondo: l'immaginario collettivo sull'abitare e i suoi risvolti sociali e ovviamente ambientali. Di fatto ci sono intere generazioni cresciute nel mito antiurbano, che deve essere in qualche modo superato, insieme al tipo di consumi che si porta dietro. Forbes, 9 agosto 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 21.07.2013 09:45 )
C'è sempre qualcosa di affascinante, e al tempo stesso inquietante, nel modo in cui ci adattiamo, o proviamo a adattarci, ai mutamenti ambientali del mondo che ci circonda. Specie quando si tratta di trasformazioni consapevolmente indotte da altri, per motivi affatto umanitari -->
Bottini, Fabrizio
( 16.07.2013 08:35 )
Oltre a dire qualcosa di sinistra, come auspicano e chiedono in tanti da troppo tempo, c'è anche un'altra possibilità: quella di fare concretamente, qualcosa di sinistra, ovvero mettere in pratica e verificare gli alti principi. C'è qualche vago segnale in questo senso, basta guardarlo -->
Bottini, Fabrizio
( 11.07.2013 08:13 )
Che fare quando le migliori (e celebrate) idee si dimostrano carenti? Negare l'evidenza, oppure provare a rifletterci sopra davvero, cercando di capire se e dove esiste qualcosa di sbagliato nel modello, o nella nostra interpretazione? -->
Hetherington, Peter
( 03.07.2013 13:12 )
Un urbanista americano, curiosamente noto soprattutto per essere stato preso a pugni da una contestatrice durante un'assemblea pubblica, ha anche parecchio altro da dire sulla professione, e il ruolo nella città e la società. The Guardian, 2 luglio 2013 (f.b.) -->
Bottini, Fabrizio
( 29.06.2013 10:53 )
C'è qualcosa che non torna nell'entusiasmo da un lato per tutte le possibili tecnologie smaterializzanti dell'universo, dall'altro nel permanere di una cultura degli spazi a dir poco novecentesca, industriale, segregata. Quanto c'è di malafede, e quanto di ignoranza? -->
Bottini, Fabrizio
( 28.04.2013 09:12 )
Il successo dei progetti di trasformazione urbana, come suggerisce il buon senso, dipende dal loro essere urbani, inseriti in un contesto ampio con cui entrano in sinergia. Ma il peggior cieco è chi non vuol vedere ciò che gli sta attorno -->
Walker, Alissa
( 02.04.2013 19:44 )
Vivere e camminare a Los Angeles, senza un'automobile, è compatibile con un'esistenza umana. Figuriamoci qui da noi. Los Angeles Magazine, 29 marzo 2013 -->
Vitullo-Martin, Julia
( 30.03.2013 19:30 )
I problemi insediativi, ambientali, socioeconomici, di qualità della vita, e infine politici, posti dal nuovo ruolo del cibo nella metropoli del terzo millennio. Non è il caso, come intuito in fondo dall'Expo milanese, di porre al centro la questione? Spotlight on the Region, marzo 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 30.03.2013 08:50 )
È passato più di un secolo da quando i futuristi volevano spazzar via tutta l'anticaglia che faceva da zavorra al progresso umano, e nel frattempo si è capito che non tutto è anticaglia e non tutto è zavorra. Però adesso un po' si esagera, in tutto il mondo, con le ideologie antimoderniste su misura -->

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