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Lo sviluppo delle città in Amazzonia si divora la foresta pluviale
Data di pubblicazione: 27.11.2012

Autore:

Se noialtri con crescita demografica vicina allo zero riusciamo a consumare tutti quegli ettari di suolo agricolo, perché mai non dovrebbe succedere anche di molto peggio nei paesi in cui la popolazione aumenta in modo tumultuoso? Un preoccupante reportage dal New York Times, 25 novembre 2012

Titolo originale: Swallowing Rain Forest, Cities Surge in Amazon – Scelto e tradotto da Fabrizio Bottini

PARAUAPEBAS, Brasile — L’Amazzonia è stata considerata per lungo tempo una ampia distesa di foresta pluviale interrotta solo episodicamente da qualche avamposto umano lungo i fiumi. Ma la continua crescita di popolazione delle città sta completamente ribaltando questa idea naturale, allarmando gli studiosi, perché una serie di iniziative industriali trasforma l’Amazzonia nella regione a più rapido sviluppo del Brasile.
La spietata espansione delle città nella foresta pluviale la si vede in posti come Parauapebas, cambiata nell’arco di una generazione da oscuro avamposto di frontiera abitato da cercatori d’oro e dove si regolavano i conti a colpi d’arma da fuoco, a vasta area urbana con centro commerciale ad aria condizionata, gated communitiese una concessionaria di fuoristrada Chevy.

Gli scienziati studiano casi del genere per capire che tipo di sfruttamento delle risorse comportano per l’Amazzonia, la più ampia area di foresta tropicale al mondo. I governi brasiliani storicamente hanno considerato la colonizzazione qui un problema di sicurezza nazionale – le giunte militari costruivano strade con lo slogan “occupiamola per non cederla” — ma oggi la deforestazione regionale è uno dei principali fattori di emissioni globali di gas serra.
Oggi non si parla più di colonizzazione, ma la scelta di legittimare i diritti di proprietà delle terre occupate continua ad attirare immigrati. Certo il paese ha fatto parecchi progressi nell’arginare la deforestazione, soprattutto con le leggi sul disboscamento da legname e la tutela dei boschi, ma biologi ed esperti del clima temono che l’impennarsi delle migrazioni verso le città amazzoniche, che oggi complessivamente contano quasi 25 milioni di abitanti, possa controbilanciare quei progressi.

“Più popolazione vuol dire più deforestazione” commenta Philip M. Fearnside, ricercatore all’Istituto Nazionale per l’Amazzonia di Manaus, città che registra la crescita più rapida tra le 10 grandi del Brasile fra il 2000 e il 2010. Gli abitanti sono aumentati del 22% fino a 1,7 milioni secondo le statistiche ufficiali.
Fra le 19 città Brasiliane che nell’ultimo censimento risultano raddoppiate in popolazione, 10 sono in Amazzonia. Gli abitanti in tutta la regione sono cresciuti del 23% dal 2000 al 2010, contro un totale nazionale del solo 12%.
Sono vari i fattori che alimentano questa crescita, fra cui le famiglie più numerose e l’elevato livello di povertà rispetto ad altre regioni che attira le gente verso le città in cerca di lavoro. Il tasso di nascita brasiliano è sceso a 1,86 bambini per donna, fra i più bassi dell’America Latina, ma in Amazzonia c’è quello più elevato del paese, 2,42.

E poi c’è il fattore dell’attrazione economica.
Sinop, centro di 111.000 abitanti nello stato del Mato Grosso, nell’ultimo decennio è cresciuta del 50% grazie all’espansione delle colture di soia. Incentivi fiscali per l’industria fanno crescere Manaus e altre città satellite come Manacapuru o Rio Preto da Eva. La linfa che alimenta lo sviluppo di tanti altri centri è ancora il taglio del legname lungo la statale 163, importante arteria che si sta asfaltando.
In altre situazioni le città crescono per via di progetti energetici, o industriali. Si sono realizzate decine di opere idroelettriche, fra cui dighe che hanno innescato proteste, ma che attirano lavoratori da tutto il Brasile verso Pôrto Velho, nello stato di Rondônia, o Altamira, in Pará.

A Parauapebas, sempre in Pará, c’è una miniera di ferro a cielo aperto a dar lavoro a migliaia di persone. E progetti per aprirne delle altre, soprattutto in previsione di una forte domanda dalla Cina, e altre persone arrivano qui a cercar lavoro. Dalle rilevazioni censuarie del 2010 la popolazione della città si è gonfiata da 154.000 a 220.000 persone.
“Tutta l’area era una giungla fitta e quasi impenetrabile” racconta Oriovaldo Mateus, ingegnere arrivato qui nel 1981 per il gigante minerario brasiliano Vale. Era l’epoca in cui le autorità realizzavano la strada attraverso la foresta, rendendo possibile l’insediamento di Parauapebas. Nei primi anni ’90, ricorda, c’erano strade fangose, bordello, e più di 25.000 abitanti.

“Oggi il futuro del Brasile sta proprio a Parauapebas e nelle altre città dell’Amazzonia” continua Mateus, 62 anni, presidente dell’associazione imprenditori e titolare di una ditta che affitta attrezzature da scavo. Pare orgoglioso di raccontare che in qualche giornata particolarmente frenetica si costruiscono anche due case l’ora, per rispondere alla crescente domanda della città.
Le vie di Parauapebas pulsano davvero di vitalità. La gente grida per farsi sentire lungo la Rua 24 de Março, arteria intasata dal traffico, che risuona del ronzio di mototaxi, dei predicatori pentecostali che tuonano contro il peccato, degli stereo dalle macchine che sparano elettromelodico, tipo di musica molto popolare in questa parte dell’Amazzonia.
Avventurandosi nelle periferie di Parauapebas si vede la baraccopoli che si estende sino all’orizzonte. Un’area di recentissimo insediamento informale è quella di Nova Vitória. Ci sono 1.200 abitazioni del genere, ed è una vera calamita per migranti.

“Sono arrivato qui perché c’è una solida crescita economica” spiega Francisco Amorim da Silva, 20 anni, venuto in agosto da Marabá, altra città dell’Amazzonia. Gestisce un piccolo negozio che offre cibi essenziali come riso e fagioli, e articoli per la casa come detersivi.
Alla domanda su quanto ha dovuto investire per la sua attività, Amorim da Silva estrae un iPhone per fare i conti, calcolando il costo del lotto, materiali da costruzione, e il piccolo capitale di partenza, ricavato vendendo una moto Honda usata. “Quattromila reais” è il risultato finale, circa 2.000 dollari.
Secondo alcuni ricercatori la migrazione verso le città dei paesi tropicali, oltre ad elevare il livello di vita potrebbe anche arginare la distruzione delle foreste spopolando aree rurali, e consentendo ai boschi di ricrescere. Secondo altri invece così si incrementa la deforestazione, consentendo allevamenti di bestiame, che già hanno fatto disboscare ampi tratti di foresta.

La crescita demografica delle città amazzoniche— definita “l’ultima grande frontiera insediativa mondiale” dal geografo Brian J. Godfrey, professore al Vassar College e coautore di Rainforest Cities — intensifica un processo di urbanizzazione che prosegue da decenni. Sono oltre vent’anni che la maggioranza dei brasiliani amazzonici abita in zone urbane.
“È un’ottima cosa, che si esca dalla povertà, ma dobbiamo capire che ciò comporta anche una maggiore domanda sulle risorse disponibili” commenta Mitchell Aide, professore di biologia all’Università di Puerto Rico, le cui ricerche hanno mostrato come la deforestazione abbia di gran lunga superato la riforestazione nell’ultimo decennio.
Timori per l’ambiente che paiono piuttosto lontani dalle menti di chi arriva qui a Parauapebas. C’è un treno che arriva tre volte la settimana da Maranhão nel nord-est del paese, scaricando ogni volta centinaia di persone. In una serata umida arriva anche Maria Antonia Santos, 34 anni, coi suoi sei figli proveniente da Zé Doca, a oltre 16ore di viaggio.
Mentre sistema tutti i possedimenti della famiglia in borse di plastica, spiega le sue ragioni: “Mi hanno detto che questo è il posto migliore del Brasile per ricominciare tutto daccapo”.

All’articolo ha contribuito anche Taylor Barnes da Rio de Janeiro.









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Il sito di Edoardo Salzano
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Bottini, Fabrizio
( 08.10.2013 09:04 )
Per motivi tecnici mi sono provvisoriamente trasferito sul sito Millennio Urbano che (tra l'altro) contribuisco a rilanciare dopo un periodo di transizione -->
Bottini, Fabrizio
( 08.09.2013 10:07 )
Da un paio di secoli l'umanità cerca di misurarsi in con la gigantesca ameba metropolitana scatenata dai cicli di industrializzazione: urbanisti, sociologi, scrittori, ora un regista. Ma la cultura italiana mica ci arriva
-->
Barzi, Michela
( 26.08.2013 09:34 )
Le diffidenze leghiste per le diversità si manifestano naturalmente con maggiore evidenza là dove il partito governa e imperversa. Ma si tratta di una cultura pervasiva, per nulla limitata a quei territori e probabilmente neppure limitata a quell'area politica, pronta a ripresentarsi in diversi contesti -->
( 22.08.2013 19:29 )
Gli spazi simbolo del ceto medio e dei suoi consumi opulenti, diventano sacche di disagio, come dimostra il compendio di ricerche della Brookings Institution sintetizzate in un volume. Il problema è di superare la logica di questo tipo di espansione urbana, e tornare a un modello integrato di città. Dalla rivista universitaria Knowledge Wharton, agosto 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 20.08.2013 18:49 )
La globalizzazione significa soprattutto (che piaccia o meno) essere ineluttabilmente inseriti in un flusso di decisioni interrelate: la tutela delle coste nella nostra bagnarola mediterranea, per esempio -->
Eisenberg, Richard
( 10.08.2013 10:28 )
Recensionee intervista su uno dei tanti libri americani dedicati a una questione che dovrebbe però interessare molto di più anche il resto del mondo: l'immaginario collettivo sull'abitare e i suoi risvolti sociali e ovviamente ambientali. Di fatto ci sono intere generazioni cresciute nel mito antiurbano, che deve essere in qualche modo superato, insieme al tipo di consumi che si porta dietro. Forbes, 9 agosto 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 21.07.2013 09:45 )
C'è sempre qualcosa di affascinante, e al tempo stesso inquietante, nel modo in cui ci adattiamo, o proviamo a adattarci, ai mutamenti ambientali del mondo che ci circonda. Specie quando si tratta di trasformazioni consapevolmente indotte da altri, per motivi affatto umanitari -->
Bottini, Fabrizio
( 16.07.2013 08:35 )
Oltre a dire qualcosa di sinistra, come auspicano e chiedono in tanti da troppo tempo, c'è anche un'altra possibilità: quella di fare concretamente, qualcosa di sinistra, ovvero mettere in pratica e verificare gli alti principi. C'è qualche vago segnale in questo senso, basta guardarlo -->
Bottini, Fabrizio
( 11.07.2013 08:13 )
Che fare quando le migliori (e celebrate) idee si dimostrano carenti? Negare l'evidenza, oppure provare a rifletterci sopra davvero, cercando di capire se e dove esiste qualcosa di sbagliato nel modello, o nella nostra interpretazione? -->
Hetherington, Peter
( 03.07.2013 13:12 )
Un urbanista americano, curiosamente noto soprattutto per essere stato preso a pugni da una contestatrice durante un'assemblea pubblica, ha anche parecchio altro da dire sulla professione, e il ruolo nella città e la società. The Guardian, 2 luglio 2013 (f.b.) -->
Bottini, Fabrizio
( 29.06.2013 10:53 )
C'è qualcosa che non torna nell'entusiasmo da un lato per tutte le possibili tecnologie smaterializzanti dell'universo, dall'altro nel permanere di una cultura degli spazi a dir poco novecentesca, industriale, segregata. Quanto c'è di malafede, e quanto di ignoranza? -->
Bottini, Fabrizio
( 28.04.2013 09:12 )
Il successo dei progetti di trasformazione urbana, come suggerisce il buon senso, dipende dal loro essere urbani, inseriti in un contesto ampio con cui entrano in sinergia. Ma il peggior cieco è chi non vuol vedere ciò che gli sta attorno -->
Walker, Alissa
( 02.04.2013 19:44 )
Vivere e camminare a Los Angeles, senza un'automobile, è compatibile con un'esistenza umana. Figuriamoci qui da noi. Los Angeles Magazine, 29 marzo 2013 -->
Vitullo-Martin, Julia
( 30.03.2013 19:30 )
I problemi insediativi, ambientali, socioeconomici, di qualità della vita, e infine politici, posti dal nuovo ruolo del cibo nella metropoli del terzo millennio. Non è il caso, come intuito in fondo dall'Expo milanese, di porre al centro la questione? Spotlight on the Region, marzo 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 30.03.2013 08:50 )
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