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Le città nel cambiamento climatico
Data di pubblicazione: 29.11.2012

Autore:

Cos’è successo, cosa succederà, perché dobbiamo iniziare ad agire nelle nostre aree urbane, di fronte allo sconvolgimento del pianeta. È importante cominciare da subito a riflettere e operare, cosa che in Italia non si fa, nonostante disastri come quello di Taranto. Una lunga e contestuale riflessione da Grist, 28 novembre 2012

Questo brano è un capitolo dal libro di Alex Steffen, Zero Carbon, anticipato dal sito ambientalista Grist – Scelto e tradotto da Fabrizio Bottini

Un avvertimento

Lunedì 29 ottobre 2012, un’ondata da oltre quattro metri (il livello più alto che si ricordi) colpiva e sommergeva le sponde di Lower Manhattan, spinta dal grande uragano Sandy. Nel corso della stessa settimana, la tempesta devastava lunghi tratti di costa dal New Jersey a Fire Island, rovesciando piogge torrenziali, forti nevicate, raffiche di vento nell’entroterra di tutti gli Stati Uniti orientali e Canada. Alla fine, aveva ucciso oltre cento cittadini americani, lasciato senza casa migliaia di persone, e milioni senza energia elettrica, con danni complessivi calcolabili in 50 miliardi di dollari. Sandy è stato da qualunque punto di vista il peggior disastro naturale della storia americana.

Attenzione, forse qui la parola “naturale” è proprio da mettere tra virgolette. Perché la cosa davvero sorprendente di Sandy non è il fatto che si sia verificata (erano stati in molti prevedere che coi livelli dell’oceano sempre più alti e le acque più calde una cosa così era in qualche modo inevitabile), ma che sia stata considerata con tanta chiarezza, e immediatamente, per quello che è: un anticipo di quanto ci riserba un pianeta nel caos climatico.
Sandy non è stata certo il primo segnale che il cambiamento sia tra noi: sono decenni che gli scienziati avvertono dei pericoli del pianeta che si riscalda, solo negli ultimi dieci anni si sono verificate una serie di tempeste senza precedenti, e poi siccità, inondazioni, ghiacciai che si sciolgono, grandi incendi, per non parlare delle eccezionali ondate di calore una di seguito all’altra. Ma con Sandy sono finalmente crollate le barriere del negazionismo e della distrazione, quelle che ci avevano impedito di ammettere cosa sta succedendo al mondo.

Perché succede che si stia perdendo la battaglia del clima. Il cambiamento climatico è arrivato, accelera rapidamente, i suoi effetti sono assai più gravi di quanto pensassero in molti, e — almeno se si continua ad andare avanti come se nulla fosse — siamo sulla strada per scatenare su noi stessi una catastrofe inimmaginabile, che coinvolgerà anche i nostri figli e le generazioni future.
“Abbiamo anche imparato [da Sandy] a riconoscere che il cambiamento climatico è una realtà” dichiara il governatore dello stato di New York Andrew Cuomo. “Gli eventi climatici estremi sono una realtà. È una realtà il fatto che noi siamo vulnerabili”. E poi, “Chiunque sostenga che non siamo di fronte a una situazione drammatica dal punto di vista climatico nega la realtà”.

Sta a noi scegliere fra: “molto pericoloso” oppure “catastrofico”

Non è più possibile arrestare il riscaldamento del pianeta. La terra è già pericolosamente più calda di quanto non fosse prima della Rivoluzione Industriale.
Eravamo convinti che un aumento della temperatura attorno ai 2° rientrasse in qualche modo in una “fascia di sicurezza” in cui si potevano prevedere cambiamenti, ma non crisi. Però dopo aver riscaldato il mondo di solo un grado al di sopra dei livelli storici, già ne vediamo gli enormi impatti sul cima di tutto il pianeta. Impatti imprevisti, che insieme alle nuove previsioni da modelli sempre più sofisticati, ci dicono che non che non ci andrà tanto bene come ci piacerebbe. Per usare le parole di Kevin Anderson, del Tyndall Center for Climate Change Research, “oggi 1 grado è quello che erano 2 gradi”. E due gradi sono diventati non solo pericolosi, ma estremamente pericolosi.
Ciò vuol dire che le possibilità di scelta non comprendono più un clima stabile e sicuro. Ma si riducono a due sole possibilità: un mondo in cui il cambiamento climatico è soltanto molto pericoloso, oppure un mondo in cui esso diventa una catastrofe totale.

Per mantenerlo nei limiti del solo “estremamente pericoloso”, secondo gli scienziati, dobbiamo limitare la crescita della temperatura globale entro i due gradi. Consentire che si superino i due gradi e arrivare a quattro ci porta ben oltre l’estremo pericolo, direttamente nella follia.
Ma è esattamente questa la traiettoria che stiamo seguendo con gli attuali livelli di emissioni: verso un mondo più caldo di circa quattro gradi, forse già nel 2050; e addirittura di 6 gradi alla fine del secolo. Un aumento di 4 gradi delle temperature globali comporta una serie di effetti catastrofici — siccità permanenti, enormi trasformazioni nelle zone agricole, mega tempeste, rapido innalzamento del livello dei mari, collasso degli ecosistemi, e via di questo passo (con tutto che innesca instabilità sociale) — al punto che è impossibile non prevedere gravi rischi per la nostra civiltà in senso lato, e in molti casi la sua totale scomparsa sul lungo periodo. Un mondo più caldo di 4 gradi è, come giudicano in molti, “oltre le nostre possibilità di adattamento” (più caldo di 6 gradi va addirittura oltre la nostra comprensione: immaginiamoci gli alligatori nell’Artico).

Un mondo più caldo di 4 gradi è più vulnerabile agli effetti di contraccolpi non lineari del riscaldamento (come lo scioglimento del permafrost artico) e rapidamente potrebbe anche iniziare a riscaldarsi con maggior velocità (col rilascio di enormi quantità di CO2 e metano oggi intrappolati nel sottosuolo gelato). Alcuni temono che tali contraccolpi possano condurre anche a un “decollo” del cambiamento climatico, in cui si innesca la spirale viziosa di gas serra che provocano altro riscaldamento che produce altri gas serra …. A quel punto anche le più incredibili idee di “geoingegneria”— ad esempio, quella di creare vulcani artificiali e riempire la stratosfera di particelle di solfati, a bloccare parte delle radiazioni solari che raggiungono la terra — si ridurrebbero al meglio a strategie di “preghiera” (senza tra l’altro far nulla per risolvere altri effetti catastrofici dell’impennarsi delle emissioni, come l’acidificazione degli oceani e conseguente estinzione di massa della vita che li popola). Il caos indotto da questa spirale climatica è di tale gravità che produrrebbe un pianeta assai diverso da quello che oggi chiamiamo casa.

È semplicemente impossibile valutare i costi di tutto questo: si tratta di dimensioni che trascendono i calcoli economici, perché gli impatti superano il valore dell’intera economia umana. Quattro gradi di riscaldamento, secondo Anderson e tanti altri, sono qualcosa da evitare, letteralmente ad ogni costo, perché nessun prezzo economico sarà superiore a ciò che rischieremmo di perdere di fronte a una catastrofe climatica di quelle dimensioni.
Tutto questo è un genere di cose che fa davvero saltare sulla sedia, e non c’è nulla di irrazionale: esiste la possibilità che noi si stia distruggendo la nostra civiltà, insieme a gran parte del mondo naturale nei prossimi decenni, e ci sono validissimi motivi per essere piuttosto depressi. Non esiste un lato buono del caos climatico estremo.

Non è troppo tardi per evitare la catastrofe

Se tutto finisse così, potremmo anche cominciare da subito a ubriacarci. Chi paga il primo giro? Però non è finite: abbiamo ancora una possibilità. Abbiamo ancora, appena appena, la possibilità di scegliere se contenere il riscaldamento entro i 2 gradi, e poi una volta stabilito un equilibrio darci da fare per risistemare il clima. Insomma possiamo fermarci al livello “estremamente pericoloso”, e cominciare ad allontanarci dai confini del caos.
Per farlo, dobbiamo limitare il totale delle emissioni di anidride carbonica e altri gas serra nell’atmosfera. Qual’è il limite? A partire da ciò su cui concordano i ricercatori, il principale network climatico mondiale 350.org l’ha calcolato in 565 gigatonnellate aggiunte di CO2 (ovvero 450 parti per milione [ppm] di CO2 nell’atmosfera). È il massimo che può emettere l’umanità, e così forse contenere il riscaldamento entro i 2 gradi.

Ciò significa affrontare qualcosa che a quanto pare nessuno vuole discutere: ovvero arrivare a zero. Dobbiamo, come specie, ricondurre le nostre emissioni globali a quanto l’equilibrio naturale può assorbire in sicurezza (in realtà, dato che dobbiamo iniziare a invertire il processo di concentrazione dei gas serra, dovremo certamente emettere anche meno di quanto la natura può assorbire, per arrivare a livelli sicuri di gas serra nell’atmosfera, 350 ppm o meno: ma cominciamo con una realtà scioccante per volta). Ciò vuol dire che tutte le dichiarazioni di impegno che abbiamo sentito dalla politica, sul ridurre le emissioni del 50% rispetto ai livelli 1990, o dell’80% entro il 2050, o qualunque altra: beh, non hanno alcun senso. L’unico numero che abbia senso è zero, e al più presto possibile.

Bisogna arrivare a zero, a scala mondiale

Una transizione mondiale verso un’economia in grado di stare in equilibrio climatico (un’economia che contribuisca zero CO2 l’anno al total di CO2 nell’atmosfera) è perfettamente possibile. Ma per arrivarci, dobbiamo essere onesti con noi stessi, riguardo alla geopolitica, e alla realtà. Perché dobbiamo prendere decisioni difficili.
Il cambiamento climatico è globale, e ovunque si contribuisce a peggiorare la crisi. Ma le responsabilità non sono ovunque le stesse. Chi vive nei paesi più ricchi trae la propria ricchezza tagliando foreste, bruciando carbone e petrolio per le industrie. Con molta franchezza, siamo ricchi proprio perché cacciamo tanti gas serra nell’atmosfera.
Nell’ultimo secolo, per arricchirsi si sono usate ciminiere, disboscamenti, miniere di carbone. I paesi più poveri — le cui economie si basano su tecnologie arretrate più inquinanti — sostengono di avere il diritto di crescere, per consentire alle proprie popolazioni di uscire dalla povertà a raggiungere il benessere. Sono molto disponibili a discutere coi paesi ricchi un rapido abbassamento delle emissioni, ma hanno bisogno di tempo per arrivare a economie low-carbon: vorrebbero che siano i paesi ricchi a tagliare per primi, per dar loro quel tempo. Sostanzialmente, le nazioni povere rivendicano il diritto alla fetta principale di quella torta da 565 gigatonellate di CO2 restanti.

Anche elaborare programmi ambiziosi di riduzione delle emissioni globali richiede tempo. I paesi poveri oggi emettono poco complessivamente, ma hanno economie inefficienti e molto dipendenti da energie inquinanti. Occorre far molto per tagliarle quelle emissioni, e poi fare ancora molto perché quelle economie diventino carbon neutral, anche attraverso decisi programmi di innovazione, assai più drastici di quanti ne abbiamo mai visti sinora nei paesi in via di sviluppo. Ad esempio , in un recente realistico scenario elaborato da Kevin Anderson e Alice Bows le emissioni dei paesi poveri arrivano a un punto di equilibrio entro il 2025, per decrescere poi del 7% l’anno fino a ripristinare un carbon balance globale. Sette per cento l’anno, si noti, è estremamente ambizioso: ma anche così i paesi ricchi devono guadagnare tempo azzerando prima le proprie, di emissioni. Secondo i paesi poveri ciò significa “equità climatica”.

Dato che abbiamo bisogno del loro consenso, del loro agire, forse la cosa intelligente da fare è ammettere subito che hanno ragione. Sarebbe ingiusto chiedere ai paesi poveri di farsi carico di costi che noi stessi non sosteniamo, per risolvere un problema che abbiamo creato soprattutto noi. Dobbiamo azzerare le emissioni per primi.
Ma, sorpresa: non si tratta affatto di un onere insopportabile, anzi ridurre rapidamente a zero le nostre emissioni ci offre l’opportunità di ricostruire le nostre economie verso un ricco XXI secolo. Per capire come, dobbiamo guardare al tipo di pianeta che siamo diventati, un pianeta urbano.

Il nostro futuro urbano

L’umanità già oggi è una specie urbana, nelle città abita più gente che nelle campagne. Entro la metà del secolo, la popolazione del pianeta sarà di 9,5 miliardi di persone, di cui il 70-75% (circa 7 miliardi), stimano i demografi, abitanti nelle città vere e proprie, e il 95% o più entro un raggio di un giorno di spostamento. Nel 2050s la stragrande maggioranza parteciperà ai sistemi urbani di servizi sanitari, per l’istruzione, la comunicazione, gli scambi, la pubblica amministrazione, di cui solo pochi decenni fa potevano godere esclusivamente gli abitanti del mondo “sviluppato”.
La crescita cambia la natura stesse delle città. Ogni giorno ci nascono o ci si trasferiscono almeno altre 200.000 persone. Vuol in quattro giorni costruire dal nulla una nuova San Francisco. E farne un’altra ancora quattro giorni dopo, e continuare altre migliaia di volte per i prossimi 40 anni. Nel 2050, avremo 3,5 miliardi di cittadini in più, e per alloggiarli dovremo realizzare una costellazione di nuove grandi città, fra cui alcune mega-città, ciascuna di decine di milioni di abitanti. Il più gigantesco boom edilizio della storia dell’umanità, nei prossimi quarant’anni, con un ritmo di cambiamento sempre più rapido.

Un’esplosione urbana certo non meravigliosa per tutti, per qualcuno persino tragica. Se non cambiamo in fretta le nostre priorità, ci sarà fino a un miliardo di persone — profughi climatici, poveri dalle campagne e disperati, vittime dei conflitti e della profonda povertà strutturale — ridotte a un’esistenza marginale. Potrebbero essere fino a 3 miliardi coloro che abitano gli insediamenti informali, l’enorme slum che sorge attorno a tante città dei paesi in via di sviluppo. Centinaia di milioni di questi cittadini dello slum vivranno nella povertà più abietta. Le diseguaglianze innescheranno tensioni sociali. In questo conteso di diffusa povertà, 3 o 4 miliardi potrebbero uscire da tale condizione entrando nel ceto medio globale, verso un’esistenza che oggi noi consideriamo “moderna”, per quanto modesta. Un miliardo potrebbe vivere in una condizione di ricchezza anche maggiore di quella che abbiamo oggi. La cosa che tutti avranno in comune sono le loro città, e i modi in cui si relazionano.
Sarà il modo in cui la costruiamo, questa nuova ondata di città, a decidere non solo la qualità della vita di chi ci abita, ma anche il futuro del pianeta. Perché sarà questo a determinare più di ogni altra cosa quanto lo scaldiamo, il pianeta.

La nostra occasione urbana

Le emissioni che cambiano il clima sono un prodotto collaterale dell’economia globale; ma i collegamenti che legano l’economia sono le nostre grandi città. Proveremo a verificare come le scelte delle città in quanto ai modi della crescita determinano sino a che punto le economie possano essere sostenibili oppure no; e sino a che punto le scelte delle città prese nel loro insieme possano far sì che l’economia globale produca una catastrofe, oppure apra nuove possibilità.
Entro 40 anni, l’uomo abiterà dentro a migliaia di queste grandi città, e ciascuna caratterizzerà l’economia globale— caricando il pianeta dei propri consumi, del proprio inquinamento, un po’ di più o un po’ di meno. Ma al momento attuale, l’economia globale è definita da solo 200 città. Queste città e le regioni circostanti determinano le economie dei rispettivi stati, e le loro emissioni di gas serra.

La maggior parte ancora si trova nei paesi più ricchi. Se le nostre città si reinventano, individuando percorsi verso un futuro senza emissioni, anche le nazioni riusciranno rapidamente a tagliarle, nonostante tanti nostri compatrioti siano tanto lenti a farlo. Costruire città senza emissioni — che le riducano al punto tale da poter ribilanciare i gas serra attraverso altre azioni per togliere CO2 dall’atmosfera (quelle che io definisco città “ carbon zero”) — è il modo più rapido e intelligente di agire anche sui contesti nazionali.
C’è di più, perché le opzioni che si presenteranno alle migliaia di nuove città emergenti nei prossimi 40 anni dipendono in gran parte dalle scelte che si compiono oggi nelle città più ricche del mondo. Il problema è che innovazione e progresso avanzano lentamente, ma sono essenziali. Una volta trovata una buona soluzione a un dato problema, la si deve diffondere velocemente, anche se questo pure richiede del tempo. Man mano le città ricche trovano un proprio percorso per tagliare emissioni, emergono tantissimi ottime soluzioni, che poi potranno essere seguite anche dalle città meno ricche man mano saranno in grado di applicarle.

Non c’è tempo da perdere. Il costo dell’azione aumenterà col tempo, invece di diminuire. Ci sono grandi investimenti con un respiro che copre un’intera esistenza: durano decenni, e devono ripagare i propri costi. Ciò rende politicamente molto difficile (talvolta anche economicamente costoso) interrompere attività industriali ed eliminare impianti, nonostante producano risultati indesiderati. Ciò che realizzeremo nei prossimi vent’anni sarà attivo poi per altri decenni. Investire in soluzioni vecchie e inquinanti (come le centrali a carbone, le autostrade, la città dispersa) ritarda il cambiamento, e ci condanna vuoi a continuare a inquinare, vuoi a costosissimi interventi di sostituzione nel futuro prossimo. Ma più si aspetta, più le conseguenze sul cambiamento climatico già in atto rallenteranno i nostri progressi rendendo più complicata l’azione. Ogni impatto del cambiamento climatico ha costi umani, talvolta importanti. Pochissimi i vantaggi. Più aspettiamo, più si reduce la nostra capacità economica di intervenire, per via di siccità e inondazioni, livello degli oceani che sale, dilagare delle malattie, profughi climatici, instabilità politica. Per non parlare dei devastanti costi umani, o del trauma psicologico indotto. Sandy è stata solo un assaggio di cosa possa costarci il cambiamento climatico.

Le nostre città possono essere una soluzione

Dunque cambiare le città è un compito vitale. E per fortuna nostra siamo relativamente ricchi a sufficienza per esprimere cose che il resto del mondo non ha: la gran maggioranza delle università, centri studi, imprese e organizzazioni di ingegneria e progettazione, associazioni di cittadini, fondi di investimento, venture capital, e via dicendo, stanno concentrati nelle città ricche. Anche con Cina, India, e Brasile che crescono a grandi balzi, non cambierà certo da un giorno all’altro, questa concentrazione di capacità innovativa in pochi poli di ricchezza.
Essere all’avanguardia nel futuro a zero emissioni è un ottimo affare. Chi innova nella progettazione urbana, nelle politiche, nei prodotti, mette a disposizione dei propri cittadini capacità ed esperienze esportabili, prima ancora che nelle città non all’avanguardia qualcuno si possa accorgere della loro esistenza. Ci sono migliaia di città grandi e piccolo sul punto di esplodere, un mercato dell’innovazione urbana inconcepibilmente vasto. Un boom di quarant’anni in arrivo; le città che indicano la via verso il futuro carbon zero sono destinate a grandi successi.

Molte delle più importanti innovazioni, politiche, programmi, necessarie per costruire questi successi, sono di tipo locale, o per lo meno del genere che non richiede audaci interventi a scala nazionale per funzionare. In paesi come gli Stati Uniti, dove le imprese energetiche inquinanti hanno fatto di tutto per ostacolare l’azione governativa, rappresenta un enorme vantaggio la capacità di innovare radicalmente a scala locale. Le nostre grandi città sono comunque abbastanza piccole da essere cambiate se lo si vuole, ma grandi abbastanza perché cambiandole si possano ottenere effetti enormi.
In particolare americani, canadesi e australiani, oggi si trovano su una rotta di collisione con la realtà planetaria. Il nostro suburbio disperso, le città poco dense, dipendono da un consumo abbondante di risorse, dal petrolio a basso costo, dalla possibilità di inquinare, ma niente di tutto questo è possibile in futuro. E nessuna ostentazione politica può cambiare questa realtà. Lo sprawl, il suburbio auto-dipendente, sono insostenibili, e ciò che non si può sostenere non è destinato a durare. Relativamente alla quantità di popolazione, le nostre città per il clima sono le più dannose del mondo.

Anche le città del Nord Europa, con le loro forme più compatte e tradizionali, migliori trasporti pubblici, e una certa fama di avanguardia per le questioni climatiche, sono ben lontane dall’essere sostenibili — insomma anche lì c’è tantissimo da cambiare — ma ho scelto di concentrarmi sul Nord America esattamente perché è qui, che occorre agire di più e nel più breve tempo possibile. I lettori nel resto del mondo troveranno alcune idee sulle quali forse val la pena di soffermarsi, molto di quanto vale per l’America settentrionale poi si applica senza troppe differenze a Australia o Nuova Zelanda, oltre che a tanta parte dell’Europa e nelle zone più ricche dell’Asia, specie Giappone e Corea. Nel resto del mondo, l’azione prenderà forme diverse: ma l’imperativo resta identico.

Mi rivolgo molto direttamente ai miei concittadini. Lo faccio perché tengo molto al mio paese, come gran parte degli americani. Sono convinto che se amiamo davvero la nostra terra dobbiamo preoccuparci per il suo futuro; e non possiamo farlo senza mettere nel conto che sono le nostre azioni di oggi a dar forma a questo futuro; senza cercare di orientare il corso delle cose per ché i nostri connazionali del futuro stiano meglio. Amare il proprio paese oggi significa volerlo prospero e sicuro anche domani. Dunque per essere patrioti dobbiamo anche essere buoni antenati di chi verrà dopo di noi. Esserlo oggi significa probabilmente, soprattutto, lottare contro il cambiamento climatico. Non c’è minaccia più grave per l’America dei prossimi anni, del caos climatico. L’abbiamo imparato con Katrina; l’abbiamo imparato con le siccità e le alluvioni e gli incendi; adesso lo stiamo imparando di nuovo col paese che si riprende dall’aggressione di una super-tempesta di dimensioni senza precedenti. E quelle davvero grosse devono ancora arrivare.

Costruire città a zero emissioni non significa solo maggiore ricchezza, ma anche più sicurezza. Tutto quanto serve ad abbassare le emissioni ci fa anche più reattivi alle catastrofi e all’instabilità globale. Città carbon zero vuol dire città solide, il più vicino possible all’affidabilità completa.
Secondo me si tratta di una scelta chiarissima: fare delle città il nodo fondamentale dell’economia globale senza emissioni vuol dire progredire (e prepararsi ai tempi duri che arriveranno), il contrario che sfuggire alle responsabilità diventando più vulnerabili al caos incombente. Da patriota, la scelta giusta per l’America mi pare evidente.

Dobbiamo pensare a città a emissioni zero

Come cominciare? Beh, non si può costruire ciò che non si è prima immaginato, e quindi la prima cosa per realizzare città a zero emissioni e di ripensare quelle che già esistono.
Compito arduo. Richiede sia un solido dibattito su come possano essere, e un approccio molto più innovativo ai tipi di interventi e soluzioni. Questo mio piccolo lavoro può solo cercare di tratteggiare un modello di città carbon-neutral;far partire la discussione su cosa possa voler dire tagliare il 90% delle emissioni; indicare alcune delle aree principali di possibile intervento.
Val la pena ribadire che si tratta solo di un abbozzo, non di un progetto. Non ci proverei neppure, a delineare un vero modello di insediamento a zero emissioni da adottarsi in modo diffuso. Ciascuna città è un caso a sé, con proprie caratteristiche, geografia, cultura civile, storia. Economia e politiche regionali hanno prodotto aree metropolitane ciascuna con particolari composizioni del mercato del lavoro, istituzioni, culture d’impresa. Introdurre politiche nazionali e sfruttare potenzialità locali è cosa che può variare molto. Non esiste una serie di innovazioni che applicata in un certo modo valga per tutti i casi. Ma ampi gruppi di cittadini tecnici e studiosi possono (spero che lo faranno) svolgere un compito di innovazione e miglioramento. Non mi interessa fare prescrizioni a nessuno.

Mi pare che la cosa più necessaria non sia arrivare a rispose definitive, ma a buone ipotesi da mettere immediatamente alla prova; e queste buone ipotesi scaturiscono in primo luogo dalla comprensione delle sfide che ci stanno di fronte. Spero che in questo senso le mie indicazioni possano influenzare il lettore e fargli osservare i problemi della propria città in una luce diversa.
Però non pensate che le cose siano normali, rese più chiare dalle esigenze del futuro. Abbiamo continuato a scambiare ciò che riteniamo “normale” per ciò che sarebbe anche “migliore” e soprattutto “permanente”. La normalità così come l’abbiamo conosciuta per tutta la seconda metà del XX secolo è una cosa del passato. Ci sono già tante cose del passato che crollano in mille pezzi rivelandosi insostenibilmente costose, o indifferibilmente pericolose. Anche i tempi del XX secolo sono oggi superati. Trasformazioni che richiedevano decenni oggi esplodono nel giro di pochissimi anni.

Il ritmo del cambiamento non rallenterà. Trascinato dal bisogno urgente di agire in fretta— perché come ha scritto Donella Meadows, in un pianeta pieno di limiti, “l’ultimo limite è il tempo” — e spinto dallo scatenarsi dell’innovazione, della collaborazione, della concorrenza su scala planetaria, in grado di surclassare qualunque cosa i nostri nonni avrebbero potuto concepire. Se l’ultimo limite è davvero il tempo, la risorsa infinita deve essere la creatività.
Credo che limiti planetari e creatività umana siano oggi inestricabilmente legati. Dubito si possano ridefinire i limiti fisici di questo mondo, almeno per i prossimi secoli. Scommetterei contro, la possibilità che emergano tecnologie in grado di farci superare i confini del pianeta, almeno a scala globale e su una base di sostenibilità. Ma scommetterei anche a favore di una civiltà che sappia operare all’interno, di questi limiti, e anche che le possibilità di esperienze umane, dentro questi limiti ecologici, siano praticamente infinite.

Mentre cerchiamo di aumentare al massimo il volume della crescita material e cominciamo a parlare di ricchezza sostenibile, credo scopriremo di essere in grado di fare cose sempre più straordinarie con l’energia e le materie prime. I vincoli alla progettazione a volte portano a risultati migliori di quanto accade operando in completa libertà. Invece di imporre ristrettezze, gli obiettivi di emissioni zero possono stimolare un vero rinascimento di creatività urbana.
Le costrizioni che ci obbligano a ripensare le nostre città sapranno produrre un rigoglio senza precedenti nelle tecniche e nella creatività diffusa. Ritengo assai probabile che i vincoli della neutralità climatica e della sostenibilità ecologica, affrontati decisamente, possano farci concepire le città più ricche, resilienti e abitabili che il mondo abbia mai conosciuto.

In questo mio scritto non c’è nulla di utopico: gran parte di ciò che scrivo già succede o si sperimenta da qualche parte, anche se nessuna città che conosca ha sinora saputo unire i vari pezzi in un’azione locale. Alcune cose di cui parlo esistono ancora solo in quanto ipotesi, ma non si tratta più di ipotesi tanto remote come un tempo.
Spero che considererete questo abbozzo, usandolo per quanto vi pare sensato, eliminando ciò che non lo è, e iniziando a delineare un vostro abbozzo delle possibilità future: saranno di sicuro migliori delle mie, il mondo ha un gran bisogno di prospettive ben concepite e salde. Per favore, non limitatevi a leggere: provate a ripensarlo.









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Il sito di Edoardo Salzano
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Bottini, Fabrizio
( 08.10.2013 09:04 )
Per motivi tecnici mi sono provvisoriamente trasferito sul sito Millennio Urbano che (tra l'altro) contribuisco a rilanciare dopo un periodo di transizione -->
Bottini, Fabrizio
( 08.09.2013 10:07 )
Da un paio di secoli l'umanità cerca di misurarsi in con la gigantesca ameba metropolitana scatenata dai cicli di industrializzazione: urbanisti, sociologi, scrittori, ora un regista. Ma la cultura italiana mica ci arriva
-->
Barzi, Michela
( 26.08.2013 09:34 )
Le diffidenze leghiste per le diversità si manifestano naturalmente con maggiore evidenza là dove il partito governa e imperversa. Ma si tratta di una cultura pervasiva, per nulla limitata a quei territori e probabilmente neppure limitata a quell'area politica, pronta a ripresentarsi in diversi contesti -->
( 22.08.2013 19:29 )
Gli spazi simbolo del ceto medio e dei suoi consumi opulenti, diventano sacche di disagio, come dimostra il compendio di ricerche della Brookings Institution sintetizzate in un volume. Il problema è di superare la logica di questo tipo di espansione urbana, e tornare a un modello integrato di città. Dalla rivista universitaria Knowledge Wharton, agosto 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 20.08.2013 18:49 )
La globalizzazione significa soprattutto (che piaccia o meno) essere ineluttabilmente inseriti in un flusso di decisioni interrelate: la tutela delle coste nella nostra bagnarola mediterranea, per esempio -->
Eisenberg, Richard
( 10.08.2013 10:28 )
Recensionee intervista su uno dei tanti libri americani dedicati a una questione che dovrebbe però interessare molto di più anche il resto del mondo: l'immaginario collettivo sull'abitare e i suoi risvolti sociali e ovviamente ambientali. Di fatto ci sono intere generazioni cresciute nel mito antiurbano, che deve essere in qualche modo superato, insieme al tipo di consumi che si porta dietro. Forbes, 9 agosto 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 21.07.2013 09:45 )
C'è sempre qualcosa di affascinante, e al tempo stesso inquietante, nel modo in cui ci adattiamo, o proviamo a adattarci, ai mutamenti ambientali del mondo che ci circonda. Specie quando si tratta di trasformazioni consapevolmente indotte da altri, per motivi affatto umanitari -->
Bottini, Fabrizio
( 16.07.2013 08:35 )
Oltre a dire qualcosa di sinistra, come auspicano e chiedono in tanti da troppo tempo, c'è anche un'altra possibilità: quella di fare concretamente, qualcosa di sinistra, ovvero mettere in pratica e verificare gli alti principi. C'è qualche vago segnale in questo senso, basta guardarlo -->
Bottini, Fabrizio
( 11.07.2013 08:13 )
Che fare quando le migliori (e celebrate) idee si dimostrano carenti? Negare l'evidenza, oppure provare a rifletterci sopra davvero, cercando di capire se e dove esiste qualcosa di sbagliato nel modello, o nella nostra interpretazione? -->
Hetherington, Peter
( 03.07.2013 13:12 )
Un urbanista americano, curiosamente noto soprattutto per essere stato preso a pugni da una contestatrice durante un'assemblea pubblica, ha anche parecchio altro da dire sulla professione, e il ruolo nella città e la società. The Guardian, 2 luglio 2013 (f.b.) -->
Bottini, Fabrizio
( 29.06.2013 10:53 )
C'è qualcosa che non torna nell'entusiasmo da un lato per tutte le possibili tecnologie smaterializzanti dell'universo, dall'altro nel permanere di una cultura degli spazi a dir poco novecentesca, industriale, segregata. Quanto c'è di malafede, e quanto di ignoranza? -->
Bottini, Fabrizio
( 28.04.2013 09:12 )
Il successo dei progetti di trasformazione urbana, come suggerisce il buon senso, dipende dal loro essere urbani, inseriti in un contesto ampio con cui entrano in sinergia. Ma il peggior cieco è chi non vuol vedere ciò che gli sta attorno -->
Walker, Alissa
( 02.04.2013 19:44 )
Vivere e camminare a Los Angeles, senza un'automobile, è compatibile con un'esistenza umana. Figuriamoci qui da noi. Los Angeles Magazine, 29 marzo 2013 -->
Vitullo-Martin, Julia
( 30.03.2013 19:30 )
I problemi insediativi, ambientali, socioeconomici, di qualità della vita, e infine politici, posti dal nuovo ruolo del cibo nella metropoli del terzo millennio. Non è il caso, come intuito in fondo dall'Expo milanese, di porre al centro la questione? Spotlight on the Region, marzo 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 30.03.2013 08:50 )
È passato più di un secolo da quando i futuristi volevano spazzar via tutta l'anticaglia che faceva da zavorra al progresso umano, e nel frattempo si è capito che non tutto è anticaglia e non tutto è zavorra. Però adesso un po' si esagera, in tutto il mondo, con le ideologie antimoderniste su misura -->

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