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Uscite dall’ILVA: arriva l’onda!
Data di pubblicazione: 04.12.2012

Autore:

I giornali italiani stanno stigmatizzando lo scontro fra magistratura e politica sull’equilibrio fra tutela della salute e del territorio di Taranto, e ruolo economico delle acciaierie sia per i posti di lavoro che il mercato. Non manca qualcosa? Uno studio appena uscito ce lo ricorda

Le città sono dei cittadini, su questo non ci piove, lo dicono tutti. La faccenda inizia a diventare più complicata quando cominciamo a cercare di capire chi sono esattamente, questi cittadini. Sono quelli che nella città ci abitano, ma in senso più allargato sono anche quelli che in un modo o nell’altro ci hanno a che fare, e in senso ancora più allargato ci hanno “diritto di cittadinanza” anche entità varie, dagli animali domestici alle imprese, senza le quali imprese di solito i cittadini in carne e ossa se ne starebbero a girare i pollici, magari senza uno straccio di reddito. Schematico, ma abbastanza plausibile. Così plausibile che lo scontro fra governo e magistratura sull’acciaieria che da decenni ammazza la città a colpi di cancro e altro, si gioca esattamente su questa gerarchia di diritti di cittadinanza: ne ha di più chi l’inquinamento lo subisce direttamente, o chi sta lontano e sarebbe colpito invece dalla chiusura degli impianti? E poi è più giusto pensare la città per abitarci, o per farci barre d’acciaio? Il decreto con cui il governo italiano ha per ora risolto la faccenda propende per l’interpretazione diciamo allargata.

Come osservano i commentatori più attenti, anche se per tutelare la salute degli abitanti la magistratura aveva ritenuto quasi indispensabile fermare la produzione, l’intervento della politica a certe condizioni la fa proseguire, si “respireranno gli stessi inquinanti, forse in dose lentamente calanti, e le polveri e le sostanze nocive che da decenni appestano Taranto continueranno a posarsi sulle loro case e sulle loro famiglie e ad essere inspirate da adulti e bambini” come ha scritto Luciano Gallino. Ma col tempo, ci viene promesso, si aggiusterà tutto: anche per intervenire sull’ambiente ci vogliono soldi, e come si fa a guadagnare soldi se non si produce? Già, vabé, ecco. Ma non è certamente tutto.

Perché se potessimo riassumere la cosiddetta filosofia del decreto governativo, e in particolare l’idea di città che esprime, il primo aggettivo che viene in mente è industrialista, e nel senso più brutale assunto dalla parola da diversi decenni. Ovvero al primo posto il lavoro, non inteso come diritto ma come strumento per la produzione di ricchezza che poi penserà eventualmente il mercato a redistribuire, e via via a scendere cose come la salute dei lavoratori, subordinata a quanto sopra, nonché delle loro famiglie e dei quartieri che vengono considerati appendici della fabbrica, magazzini di manodopera da prelevare alla bisogna, luoghi dove si fa la manutenzione ordinaria delle risorse umane da spremere poi direttamente dentro gli impianti.

Ma, esattamente come succede coi mitici e adorati (da chi ci comanda) mercati, anche l’aspetto della salute a ben vedere non riguarda solo lavoratori, famiglie, città. Dal punto di vista dell’inquinamento c’è di mezzo almeno un territorio di scala regionale, e da quello delle emissioni si salta al volo a una dimensione globale. Per non parlare del modello operativo e delle relazioni commerciali, che conferma e ribadisce l’intangibilità della rete produttiva (di una certa rete produttiva) e dei suoi modi specifici, basta pensare a cosa alimentano le produzioni tarantine. E il cerchio si chiude, su una scelta che trasuda filosofia cosiddetta T.I.N.A. da tutti i pori. Sorge però spontanea una domanda: se appunto per i nostri banchieri dittatorialmente insediati oggi al governo there is no alternative, questa alternativa la troviamo poi nei programmi e nelle narrazioni altrui? Sarebbe auspicabile, e c’è ancora un altro motivo perché lo sia.

Un motivo che si riassume abbastanza bene accostando l’intenzione dichiarata del governo dei professori, a una documentata tesi di altri professori. Gli scienziati del governo italiano ci dicono di aspettare, che ci vuol tempo per far incontrare la curva dell’economia con quella della sostenibilità: quanto tempo? Boh. E passiamo agli altri scienziati, si chiamano Stefan Rahmstorf, Grant Foster, Anny Cazenave, e sulla rivista Environmental Research Letters hanno pubblicato un paio di giorni fa uno studio intitolato “Comparing climate projections to observations up to 2011” in cui si analizzano dagli ultimi decenni e sino a quella data temperature globali e innalzamento dei mari, comparandoli con le previsioni ufficiali dell’organismo intergovernativo sul cambiamento climatico (IPCC). E scoprendo, da questa comparazione, che le temperature grosso modo aumentano come dice l’IPCC, ma il livello degli oceani cresce molto di più: non è che le previsioni sui livelli degli anni prossimi siano fortemente sbagliate per difetto?

Non è ancora finita, perché nelle conclusioni Rahmstorf Foster e Cazenave citano la velocissima perdita di massa dei ghiacci dalla Groenlandia all’Antartide, spingendo ulteriormente verso l’alto l’onda del mar. Val la pena qui, già che ci siamo, ricordare anche un altro paio di cose. Primo, che sono in molti a sospettare che lo scioglimento dei ghiacci polari provocherà un rilascio di metano (gas serra) dal sottosuolo, in grado di accelerare ulteriormente il riscaldamento planetario. Secondo, che anche la Banca Mondiale nel suo articolato rapporto pubblicato qualche giorno fa (in Italia non mi pare proprio di aver visto paginoni a proposito, magari oscurati da una battuta di Renzi) avverte che temperature e livelli dei mari stanno crescendo più velocemente del previsto, e il sistema socioeconomico mondiale ne deve alla svelta prendere atto. L’altro ieri su Taranto si è abbattuto un tornado: su Taranto, non sulle coste del Mare della Cina, o della Louisiana. C’è qualcuno che ha fatto il collegamento? Se si, non scrive sui giornali, forse è analfabeta, chissà.

Ci vuole tempo, ma di tempo ce n’è poco: quanto ci vuole? Cittadini di Taranto, di Genova che rischia di fermare gli impianti se chiude Taranto, o di Venezia dove per fare il Mose si spende quasi tutto, ma le barriere non reggerebbero all’innalzamento del livello del mare. E non parliamo di tante altre città, magari pure Roma, o Pisa, tante altri centri delle pianure costiere direttamente o quasi direttamente interessati dalla faccenda. Qualcuno sta dicendo, o facendo, qualcosa a proposito? O si spera nella divina provvidenza? Non c’è un politicante magari pure un po’ in malafede, che minacciando sfracelli come hanno fatto per anni usando la scusa degli immigrati, evochi paure millenarie, ma pure investimenti e programmi di adattamento territoriale, ambientale, produttivo? Il governo chiede tempo, ma non sappiamo quanto ne resta a noi. Viene addirittura il sospetto che sappiano tutto, e molto più di tutto, ma non vogliano dirlo a nessuno. Il sospetto più forte però è che siano dei mediocri cooptati, per meriti di mediocrità, senza nulla da dire. E torna la domanda: c’è un’alternativa allo stato delle cose? Basta un’alternativa urbana, tanto per non iniziare subito a scappare verso le montagne, che non è mai una bella cosa.

Di seguito per chi ama ijn mood irresistibile tabelline e bibliografie, scaricabili le sei pagine di Stefan Rahmstorf, Grant Foster, Anny Cazenave, “Comparing climate projections to observations up to 2011”, Environmental Research Letters, ottobre-dicembre 2012


File allegati

comparing_climate_projections ( comparing_climate_projections.pdf 266.67 KB )
Il mare si sta sollevando più in fretta del previsto







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Il sito di Edoardo Salzano
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Bottini, Fabrizio
( 08.10.2013 09:04 )
Per motivi tecnici mi sono provvisoriamente trasferito sul sito Millennio Urbano che (tra l'altro) contribuisco a rilanciare dopo un periodo di transizione -->
Bottini, Fabrizio
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Da un paio di secoli l'umanità cerca di misurarsi in con la gigantesca ameba metropolitana scatenata dai cicli di industrializzazione: urbanisti, sociologi, scrittori, ora un regista. Ma la cultura italiana mica ci arriva
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Bottini, Fabrizio
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