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Acqua: Bene Comune Urbano
Data di pubblicazione: 10.12.2012

Autore:

La discussione sul ruolo ecologico e sociale dell’acqua mette un po’ in secondo piano aspetti che andrebbero invece sempre tenuti ben in vista, e che sono la base su cui si fonda qualunque azione futura. Le infrastrutture verdi metropolitane

Quando si pensa al termine Infrastrutture Verdi vengono in mente una montagna di cose. Che partendo dall’immagine quotidiana di un fazzolettino di terra sotto la finestra della cucina, si espande sino ai magari lontanissimi crinali di alture che si intravedono all’orizzonte. Una visione tra l’altro anche scientificamente confermata da quelle di organismi internazionali riconosciuti, come il consiglio per le iniziative ambientali locali (ICLEI) che parla di “rete composta da superfici naturali, paesaggi trasformati, spazi aperti e urbanizzati che conservino funzioni e valori di ecosistema, offrendo vantaggi alla popolazione umana”. Quel genere di definizione che forse fa arrabbiare moltissimo per esempio l’ambientalista britannico George Monbiot, il quale sul Guardian e sul suo frequentatissimo blog si è abbastanza dilungato sul perché: ridurre a questo ruolo utilitario la natura, parlare come si fa sempre più spesso di “servizi degli ecosistemi”, vuol dire inserirli volenti o nolenti nella mainstream tecno-economica, a ben vedere la stessa che ha prodotto i medesimi guai industrialisti e finanziari in cui siamo immersi fino al collo.

Con buona pace di questa pur comprensibile e a modo suo azzeccata obiezione, resta il fatto che a chi ragiona in una prospettiva di azione pratica tocca per forza partire dallo stato delle cose: se non vogliamo ricadere nell’errore comune di pensare a mondi ideali mentre il nostro se ne sta andando in malora. Una buona immagine di questo punto di vista è quella offerta dal citatissimo (almeno, citatissimo da me) documento scientifico di orientamento sulle infrastrutture verdi della Town and Country Planning Association, dove molto correttamente usando alcuni principi storici della pianificazione territoriale si ipotizza un percorso logico ribaltato rispetto a quanto teme Monbiot: la città moderna non intesa in quanto avamposto della tecnica e del capitale per soggiogare e mungere la natura ai propri fini, ma per quanto possibile terminale delle reti naturali e ambientali, sostenibilmente inserita in un contesto territoriale regionale equilibrato, più o meno secondo i criteri introdotti da PatricK Geddes a cavalo fra i due secoli scorsi, naturalmente aggiornati al terzo millennio.

Entro questo quadro necessariamente molto complesso, e pure contraddittorio se mettiamo – come pare indispensabile - nel conto certe variabili politico-sociali, isolare alcuni ben definiti aspetti senza perdere di vista il resto aiuta molto a chiarire. Pensiamo all’acqua, di cui tanto si è parlato in Italia prima e dopo il referendum sulla sua mercificazione: che ruolo ha nella metropoli contemporanea, e quale ruolo potrebbe assumere invece? Non è una domanda da poco, di fronte alle sfide ambientali e politiche poste da varie urgenze, sfide che pur partendo da grandi principi devono prima o poi scendere sul terreno del confronto pratico e quotidiano, sul territorio come si dice. E questo territorio è (statisticamente, mica un’opinione) quello urbano in senso lato.

Qui ci arriva strumentalmente in soccorso la definizione assai empirica e tranchant dell’Agenzia Ambientale americana (EPA), sul regime urbano delle acque, che ne parla come di qualcosa fortemente dipendente sia dalla presenza e conservazione dei sistemi di drenaggio naturale, sia con l’apporto delle reti tecniche hard ingegneristiche di vario genere. All’interno di tale regime composito l’infrastruttura verde sarebbe “un insieme di prodotti, tecnologie, pratiche, o anche impianti, che sfruttano i sistemi naturali imitandone il funzionamento, per aumentare la qualità ambientale ed erogare servizi”. Una schematicità che fa ben comprendere, in qualche modo, i sospetti di Monbiot, ma al tempo stesso aiuta a isolare molto bene un singolo aspetto, e iniziare e delineare una specie di cortocircuito fra acqua bene comune, contesto metropolitano, vita quotidiana della città e dei cittadini. E ovviamente anche le strategie per provare a immaginarlo, questo ipotetico cortocircuito.

In soldoni l’obiettivo è di trasformare a scala locale la famosa idea dell’acqua diritto di tutti in accesso concreto, ambientalmente ed economicamente sostenibile, armonicamente coordinata con l’idea di spazio urbano. A partire dal promuovere forme insediative tali da consentirle, le famose infrastrutture verdi che affiancano o sostituiscono quelle classiche “grigie” ingegneristiche, con norme urbanistiche e tecniche costruttive adeguate, per esempio lasciando un sistema continuo e coerente di spazi aperti, e promuovendolo anche attraverso mix di superfici pubbliche e private. C’è poi l’aspetto delle tecniche verdi, da promuovere in modo concorrenziale a quelle classiche perché risulti più conveniente applicarle. Infine (con la lettura allargata del concetto di infrastrutture) fare in modo da garantire che la rete, oltre a svolgere il proprio ruolo di gestione sostenibile del ciclo delle acque, sia utilizzata e percepita dai cittadini come servizio per il tempo libero e l’abitabilità dei quartieri, rafforzandone così la funzione urbana.

Ciò che va superato, in questo come in altri aspetti, è il concetto di città-macchina sovrapposto ed estraneo ai processi naturali, in cui per esempio si impermeabilizzano troppe superfici e si sconvolge anche il sottosuolo, affidando tutto il ciclo locale delle acque a sistemi di condotte, depuratori, scarichi, con enormi costi di realizzazione e gestione, e risultati di medio-bassa qualità. Appare evidente come anche qui l’idea relativamente puntuale di partenza comincia quasi subito ad allargare la propria logica ad altri ambiti: l’urbanistica propriamente detta, con la regolamentazione delle funzioni insediate; la gestione dei grandi sistemi urbani con il coordinamento fra eventuali interventi tradizionali (perché già esistenti, o perché oggettivamente inevitabili, almeno nel medio periodo) e infrastruttura verde; riorganizzazione dei servizi e dei sistemi di bilancio e controllo, a verificare sempre se e quando esistano alternative sostenibili e praticabili alla artificializzazione.

La Regional Plan Association di New York ha pubblicato a fine novembre un breve documento (una trentina di pagine in tutto) dove si espongono schematicamente le esperienze di nove città americane in questo campo, 9 ways to make green infrastructure work for towns and cities, da vari punti vista e fasi. Lo allego scaricabile di seguito: l’approccio molto empirico e per certi versi minimalista non deve far dimenticare che i grandi principi, come appunto quello dell’acqua bene comune, trovano conferma e fondamento proprio nell’esperienza quotidiana, e che la sede e dimensione urbana rappresentano un contesto in cui evidentemente i problemi ambientali e sociali si mescolano a quelli della democrazia partecipata.


File allegati

RPA_Green-Infrastructure_Water ( RPA_Green-Infrastructure_Water.pdf 2.61 MB )
Documento 27 novembre 2012 sulla gestione naturale del ciclo acqua urbano nelle città americane







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Il sito di Edoardo Salzano
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Bottini, Fabrizio
( 08.10.2013 09:04 )
Per motivi tecnici mi sono provvisoriamente trasferito sul sito Millennio Urbano che (tra l'altro) contribuisco a rilanciare dopo un periodo di transizione -->
Bottini, Fabrizio
( 08.09.2013 10:07 )
Da un paio di secoli l'umanità cerca di misurarsi in con la gigantesca ameba metropolitana scatenata dai cicli di industrializzazione: urbanisti, sociologi, scrittori, ora un regista. Ma la cultura italiana mica ci arriva
-->
Barzi, Michela
( 26.08.2013 09:34 )
Le diffidenze leghiste per le diversità si manifestano naturalmente con maggiore evidenza là dove il partito governa e imperversa. Ma si tratta di una cultura pervasiva, per nulla limitata a quei territori e probabilmente neppure limitata a quell'area politica, pronta a ripresentarsi in diversi contesti -->
( 22.08.2013 19:29 )
Gli spazi simbolo del ceto medio e dei suoi consumi opulenti, diventano sacche di disagio, come dimostra il compendio di ricerche della Brookings Institution sintetizzate in un volume. Il problema è di superare la logica di questo tipo di espansione urbana, e tornare a un modello integrato di città. Dalla rivista universitaria Knowledge Wharton, agosto 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 20.08.2013 18:49 )
La globalizzazione significa soprattutto (che piaccia o meno) essere ineluttabilmente inseriti in un flusso di decisioni interrelate: la tutela delle coste nella nostra bagnarola mediterranea, per esempio -->
Eisenberg, Richard
( 10.08.2013 10:28 )
Recensionee intervista su uno dei tanti libri americani dedicati a una questione che dovrebbe però interessare molto di più anche il resto del mondo: l'immaginario collettivo sull'abitare e i suoi risvolti sociali e ovviamente ambientali. Di fatto ci sono intere generazioni cresciute nel mito antiurbano, che deve essere in qualche modo superato, insieme al tipo di consumi che si porta dietro. Forbes, 9 agosto 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 21.07.2013 09:45 )
C'è sempre qualcosa di affascinante, e al tempo stesso inquietante, nel modo in cui ci adattiamo, o proviamo a adattarci, ai mutamenti ambientali del mondo che ci circonda. Specie quando si tratta di trasformazioni consapevolmente indotte da altri, per motivi affatto umanitari -->
Bottini, Fabrizio
( 16.07.2013 08:35 )
Oltre a dire qualcosa di sinistra, come auspicano e chiedono in tanti da troppo tempo, c'è anche un'altra possibilità: quella di fare concretamente, qualcosa di sinistra, ovvero mettere in pratica e verificare gli alti principi. C'è qualche vago segnale in questo senso, basta guardarlo -->
Bottini, Fabrizio
( 11.07.2013 08:13 )
Che fare quando le migliori (e celebrate) idee si dimostrano carenti? Negare l'evidenza, oppure provare a rifletterci sopra davvero, cercando di capire se e dove esiste qualcosa di sbagliato nel modello, o nella nostra interpretazione? -->
Hetherington, Peter
( 03.07.2013 13:12 )
Un urbanista americano, curiosamente noto soprattutto per essere stato preso a pugni da una contestatrice durante un'assemblea pubblica, ha anche parecchio altro da dire sulla professione, e il ruolo nella città e la società. The Guardian, 2 luglio 2013 (f.b.) -->
Bottini, Fabrizio
( 29.06.2013 10:53 )
C'è qualcosa che non torna nell'entusiasmo da un lato per tutte le possibili tecnologie smaterializzanti dell'universo, dall'altro nel permanere di una cultura degli spazi a dir poco novecentesca, industriale, segregata. Quanto c'è di malafede, e quanto di ignoranza? -->
Bottini, Fabrizio
( 28.04.2013 09:12 )
Il successo dei progetti di trasformazione urbana, come suggerisce il buon senso, dipende dal loro essere urbani, inseriti in un contesto ampio con cui entrano in sinergia. Ma il peggior cieco è chi non vuol vedere ciò che gli sta attorno -->
Walker, Alissa
( 02.04.2013 19:44 )
Vivere e camminare a Los Angeles, senza un'automobile, è compatibile con un'esistenza umana. Figuriamoci qui da noi. Los Angeles Magazine, 29 marzo 2013 -->
Vitullo-Martin, Julia
( 30.03.2013 19:30 )
I problemi insediativi, ambientali, socioeconomici, di qualità della vita, e infine politici, posti dal nuovo ruolo del cibo nella metropoli del terzo millennio. Non è il caso, come intuito in fondo dall'Expo milanese, di porre al centro la questione? Spotlight on the Region, marzo 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 30.03.2013 08:50 )
È passato più di un secolo da quando i futuristi volevano spazzar via tutta l'anticaglia che faceva da zavorra al progresso umano, e nel frattempo si è capito che non tutto è anticaglia e non tutto è zavorra. Però adesso un po' si esagera, in tutto il mondo, con le ideologie antimoderniste su misura -->

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