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Il diritto costituzionale alla villettopoli
Data di pubblicazione: 03.12.2012

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L’impronta ecologica, come tante altre cose, non è una categoria dello spirito, ma dipende da comportamenti concreti, più o meno imposti o consapevoli, fra cui il modo di abitare. E anche il diritto alla casa dovrebbe essere declinato tenendoli in mente questi aspetti, invece la politica pare ignorarli

Ogni uomo ha diritto a una casa con un pezzo di terra per allevare la propria famiglia. Chiunque legga una frase del genere quasi di sicuro inizia a immaginarsi il contesto in cui può essere stata pronunciata, magari un prato ottocentesco dove uno stuolo di riformisti si era radunato per sancire qualcosa di importante, la fondazione di una comunità, di uno stato, la scintilla fondativa di un grande movimento. L’immagine è forte, chiara, fa pensare ai due contadini dell’Angelus di Millet, che ascoltano il suono delle campane a capo chino sui solchi umidi del loro sudore, ma poi sperano di tornare a riposarsi poco distante, nella casetta che si sono costruita con tanti sacrifici. Oppure a certe immagini successive dei mastodonti industriali che fagocitano generazioni di lavoratori, e alle assemblee in cui sindacalisti, esperti tecnici, qualche filantropo pieno di buona volontà, mettono le basi di un movimento cooperativo per i villaggi operai. Oppure ancora, avvicinandosi nel tempo e giusto per restare dalle nostre parti, all’arringa di un gerarchetto fascista in una zona di bonifica integrale, magari con poca enfasi sulla faccenda dei diritti, ma tanto sventolare di mascella volitiva a proposito della casetta e della terra, in cui affondano le radici famiglia e patria. Amen.

E si sbaglierebbe di grosso il nostro lettore occasionale, immaginandosi questi scenari dietro la frase, che parla letteralmente di “right to a home with a little bit of ground around it to bring your family up in” ma è stata pronunciata da un pimpante giovane sottosegretario al territorio davanti alle telecamere della BBC pochi giorni fa. E non si tratta neppure di qualche cascame reazionario incravattato per l’occasione, ma di quanto dalle nostre parti forse definiremmo un innovatore, un rottamatore, pur se iscritto al partito dei Tories britannici. Gli stessi tories che sono arrivati al governo del paese con un robusto programma dove si parlava, anche in termini piuttosto convincenti, di sviluppo sostenibile, energie da fonti rinnovabili, nuovo modello economico eccetera. E invece guarda un po’, pare di ascoltare il palazzinaro americano William Levitt quando diceva che un uomo con una casa e un giardino intorno non sarà mai un comunista, e quindi bisogna dare a tutti questo bel contenitore di valori capitalistici. Però Levitt, e prima di lui magari con intenti più condivisibili Frank Lloyd Wright, i giovani turchi dell’urbanistica rurale italiana fra le due guerre, o Ebenezer Howard, o l’altro palazzinaro prototipo Alexander Stewart (inventore del sogno immerso nel verde), tutti parlavano molto prima che saltasse fuori la faccenda della sostenibilità. Il giovane ministro conservatore Nick Boles invece no, e non è certo il solo.

Perché risulta ancora oggi chissà perché facilissimo prima lanciare grandi proclami sulla necessità di salvare il suolo, l’aria, l’acqua, l’energia, combattere la catastrofe climatica che si sta abbattendo da un momento all’altro su tutti, e poi fare e far fare tutt’altro. Giusto per scendere a particolari apparentemente insignificanti, tutti magnificano le sorti progressive dell’agricoltura a chilometro zero, proprio per il fatto che promuove tutte queste cose in modo pratico e diretto, e contemporaneamente (forse convinti di parlare a un’altra platea, in un altro pianeta che non si sta riscaldando, chissà) tuonano contro chi boicotta la tale operazione finanziaria tenendo fermi i cantieri del nuovo anello autostradale. Il quale anello autostradale, esattamente come tutti gli altri anelli autostradali che si rispettino, è pianificato ad hoc da tutti i punti di vista per cancellarla, l’agricoltura di prossimità a chilometro zero.

Ma provate a porre una questione del genere allo stratega di turno, e vi guarderà con l’occhietto di compatimento, classico di chi dentro di sé scuote il capo sconsolato davanti ai suoi simili minus habens. Avanti a tutta forza e chi vivrà vedrà, sono le conclusioni immancabili del monologo, ovvio e anche prevedibile se si tratta di vecchio arnese politicante, ma quando abbiamo di fronte un giovane di belle speranze, uno cresciuto da sempre sventolando (da destra o da sinistra, ormai non c’è più almeno questa distinzione netta) prati verdi e cieli blu, la cosa lascia proprio esterrefatti. Restiamo dalle parti della sinistra, e della buona fede di chi ci sta chiedendo o ri-chiedendo il suo consenso a governare qualcosa e il suo sviluppo territoriale. Che dice a proposito delle autostrade e del diritto costituzionale alla casa col pezzo di terra attorno? Il rapporto fra le due cose è diretto e storicamente consolidato, su questo non ci piove: si cominciano a fare le autostrade proprio perché lungo il loro tracciato (il punto A di partenza e il punto B di arrivo qui sono ininfluenti) si aggrega una serie di interessi di cosiddetto sviluppo locale, ovvero dare casa e lavoro ai cittadini, alle giovani coppie, ai nuovi immigrati eccetera eccetera. L’autostrada estrude uno svincolo, col casello se è a pedaggio, o senza se è ad accesso libero, e da quello svincolo si dipartono le cosiddette bretelle di raccordo: è lì che cominciano a nascere quasi contemporaneamente i contenitori produttivi e quelli commerciali, così dice il mitico mercato da tre generazioni. Lì vicino, non troppo vicino per non infastidirsi a vicenda, le famose case col pezzo di terra attorno, in quantità relativa proporzionata a specifiche scelte urbanistiche, e/o proprietà dei terreni, o caratteristiche geografiche.

Così si sono sistemate le famose questioni casa e lavoro, magari pure il famoso sviluppo, almeno su quell’orizzonte di eternità e lungo periodo che per i nostri sindaci e dintorni coincide col proprio mandato. Ma la famosa sostenibilità, o per scendere dal pero delle eteree questioni planetarie, anche solo il chilometro zero? Tutto sparito per incanto, salvo che magari da qualche iniziativa molto progressista e di sinistra, dove in piazza ci sono i produttori solidali, giusti, progressisti, che ci portano qui dal Sud America i loro legumi fatti cresce re biologicamente. Una bella pacca sulla spalla e avanti così. Il chilometro zero naturalmente se n’è andato a farsi benedire insieme ai campi su cui si poteva coltivarci i relativi prodotti, magari facendo lavorare qualche sudamericano immigrato intraprendente, che tentava di produrli e commercializzarli qui, i legumi, invece che fargli consumare qualche ettolitro di carburante per l’aereo da trasporto. Che riscalda il pianeta e avvicina la catastrofe, quel carburante d’aereo bruciato, insieme alla benzina indispensabile perché i progressisti lavoratori democratici che stanno nelle villette costituzionalmente garantite, si spostino anche quando piove fino alla fabbrica o al centro commerciale, dove rispettivamente fruiscono di reddito e consumi.

Le loro signore, che magari pure democraticamente e progressivamente hanno un lavoro gratificante, e part-time per stare vicino alla famiglia, possiedono la seconda auto, con cui scarrozzano i pupi dalla scuola (dotata di ampio parcheggio asfaltato per gli insegnanti) alla scuola di nuoto un paio di svincoli più in là, o a quella di banjo degli Appalachi rivolta ai giovani valligiani lombardi, che da lì poi li va a ritirare il nonno prima di cena. Oltre a consumare benzina, tutti questi spostamenti richiedono altre superfici in strade secondarie, standard a parcheggio, vialetti lastricati per gli ingressi, e ovviamente edifici per entrare uscire fruire di servizi, tutta roba nuova perché da quelle parti prima non c’era niente. E la sostenibilità, la strenua lotta per la salvezza del genere umano di fronte alla catastrofe climatica denunciata unanimemente dagli scienziati, e che ora è altrettanto importante della giustizia sociale? Evaporata, salvo che nelle dichiarazioni di impegno futuro. Ma senza dimenticare i diritti.

Fra cui, e il cerchio si chiude, naturalmente quello alla casa, auspicabilmente con un bel pezzo di terra … La domanda, per farla breve, suona: qualcuno in campo progressista ha delle risposte un po’ più convincenti della media? Oppure al momento buono si verrà insultati in nome, che so, dei valori della Resistenza, o del sacro principio della solidarietà, o delle pari opportunità? Mi pare, prima che si scaldino gli animi (ma sempre meno del pianeta), una domanda legittima, specie in campagna elettorale. Per i veri appassionati di dichiarazioni surreali ben confezionate, qui l’articolo di Patrick Wintour, dal Guardian dello scorso 27 novembre, in cui si citano vari passaggi del discorso alla BBC del citato ministro per il territorio Nick Boles, col suo costituzionalmente rivendicato Diritto alla casa e a un pezzo di terra. E un pezzettino qui, un pezzettino là, poi magari le porzioni si esauriscono … ma chi pensa queste cose è un disfattista!









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Il sito di Edoardo Salzano
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Bottini, Fabrizio
( 08.10.2013 09:04 )
Per motivi tecnici mi sono provvisoriamente trasferito sul sito Millennio Urbano che (tra l'altro) contribuisco a rilanciare dopo un periodo di transizione -->
Bottini, Fabrizio
( 08.09.2013 10:07 )
Da un paio di secoli l'umanità cerca di misurarsi in con la gigantesca ameba metropolitana scatenata dai cicli di industrializzazione: urbanisti, sociologi, scrittori, ora un regista. Ma la cultura italiana mica ci arriva
-->
Barzi, Michela
( 26.08.2013 09:34 )
Le diffidenze leghiste per le diversità si manifestano naturalmente con maggiore evidenza là dove il partito governa e imperversa. Ma si tratta di una cultura pervasiva, per nulla limitata a quei territori e probabilmente neppure limitata a quell'area politica, pronta a ripresentarsi in diversi contesti -->
( 22.08.2013 19:29 )
Gli spazi simbolo del ceto medio e dei suoi consumi opulenti, diventano sacche di disagio, come dimostra il compendio di ricerche della Brookings Institution sintetizzate in un volume. Il problema è di superare la logica di questo tipo di espansione urbana, e tornare a un modello integrato di città. Dalla rivista universitaria Knowledge Wharton, agosto 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 20.08.2013 18:49 )
La globalizzazione significa soprattutto (che piaccia o meno) essere ineluttabilmente inseriti in un flusso di decisioni interrelate: la tutela delle coste nella nostra bagnarola mediterranea, per esempio -->
Eisenberg, Richard
( 10.08.2013 10:28 )
Recensionee intervista su uno dei tanti libri americani dedicati a una questione che dovrebbe però interessare molto di più anche il resto del mondo: l'immaginario collettivo sull'abitare e i suoi risvolti sociali e ovviamente ambientali. Di fatto ci sono intere generazioni cresciute nel mito antiurbano, che deve essere in qualche modo superato, insieme al tipo di consumi che si porta dietro. Forbes, 9 agosto 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 21.07.2013 09:45 )
C'è sempre qualcosa di affascinante, e al tempo stesso inquietante, nel modo in cui ci adattiamo, o proviamo a adattarci, ai mutamenti ambientali del mondo che ci circonda. Specie quando si tratta di trasformazioni consapevolmente indotte da altri, per motivi affatto umanitari -->
Bottini, Fabrizio
( 16.07.2013 08:35 )
Oltre a dire qualcosa di sinistra, come auspicano e chiedono in tanti da troppo tempo, c'è anche un'altra possibilità: quella di fare concretamente, qualcosa di sinistra, ovvero mettere in pratica e verificare gli alti principi. C'è qualche vago segnale in questo senso, basta guardarlo -->
Bottini, Fabrizio
( 11.07.2013 08:13 )
Che fare quando le migliori (e celebrate) idee si dimostrano carenti? Negare l'evidenza, oppure provare a rifletterci sopra davvero, cercando di capire se e dove esiste qualcosa di sbagliato nel modello, o nella nostra interpretazione? -->
Hetherington, Peter
( 03.07.2013 13:12 )
Un urbanista americano, curiosamente noto soprattutto per essere stato preso a pugni da una contestatrice durante un'assemblea pubblica, ha anche parecchio altro da dire sulla professione, e il ruolo nella città e la società. The Guardian, 2 luglio 2013 (f.b.) -->
Bottini, Fabrizio
( 29.06.2013 10:53 )
C'è qualcosa che non torna nell'entusiasmo da un lato per tutte le possibili tecnologie smaterializzanti dell'universo, dall'altro nel permanere di una cultura degli spazi a dir poco novecentesca, industriale, segregata. Quanto c'è di malafede, e quanto di ignoranza? -->
Bottini, Fabrizio
( 28.04.2013 09:12 )
Il successo dei progetti di trasformazione urbana, come suggerisce il buon senso, dipende dal loro essere urbani, inseriti in un contesto ampio con cui entrano in sinergia. Ma il peggior cieco è chi non vuol vedere ciò che gli sta attorno -->
Walker, Alissa
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Vivere e camminare a Los Angeles, senza un'automobile, è compatibile con un'esistenza umana. Figuriamoci qui da noi. Los Angeles Magazine, 29 marzo 2013 -->
Vitullo-Martin, Julia
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I problemi insediativi, ambientali, socioeconomici, di qualità della vita, e infine politici, posti dal nuovo ruolo del cibo nella metropoli del terzo millennio. Non è il caso, come intuito in fondo dall'Expo milanese, di porre al centro la questione? Spotlight on the Region, marzo 2013 -->
Bottini, Fabrizio
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