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Leggende metropolitane: l’urbanistica e l’approccio non-scientifico
Data di pubblicazione: 09.12.2012

Autore:

Per aumentare di efficacia le discipline urbane devono procedere ad una sistematica verifica dei propri assunti e conclusioni: sarà vero? Il problema in realtà di pone da decenni, e non pare proprio in via di soluzione, ma ogni tanto rispunta.Scientific American, 7 dicembre 2012

Titolo originale: Urban Legend: Can City Planning Shed Its Pseudoscientific Stigma? Scelto e tradotto da Fabrizio Bottini

Nel 1961 la studiosa di problemi urbani Jane Jacobs non si tirava certo indietro nel definire l’urbanistica una pseudoscienza. “anni di studi insieme a una pletora di complicati sottili dogmi si sono trasformati nel fondamento di qualcosa che non ha senso” scriveva nel suo La vita e la morte delle grandi città. Cinquant’anni dopo si tratta ancora di un ambito infestato da un pensiero non scientifico, secondo il teorico dell’urbanistica Stephen Marshall dell’University College London. In un articolo su Urban Design International, Marshall ribadisce le osservazioni della Jacobs secondo cui la teoria della progettazione urbana è pseudoscientifica auspicando fondamenti più sistematici per il settore.

Certo la teoria della progettazione urbana non è scientifica, scrive Marshall, ma non perché le sue idee non abbiano fondamento: molte delle classiche riflessioni urbanistiche derivano da osservazioni e studi puntuali di verifica su come funzionano le città. Jane Jacobs, ad esempio, propone quattro ingredienti per la vitalità urbana: funzioni composite, isolati di piccole dimensioni, edifici di varie epoche e condizioni, concentrazione di abitanti. “Il suo lavoro ha queste quattro ipotesi, che dovrebbero essere verificate” ragiona Marshall. “ma quando controllo se è stato fatto praticamente non trovo nulla”. Quindi il problema della progettazione urbana sarebbe quello di teorie non verificate, ma accettate come fatti. Marshall propone una revisione del modo in cui l’urbanistica assorbe il contributo scientifico, auspicando sempre più basi verificate, che le teorie vengano sempre messe alla prova da ipotesi alternative, e rigorosamente testate.

Esistono già valide ricerche di tipo scientifico sulle città, ma si tratta del lavoro di fisici o matematici che poco c’entrano con le teorie della trasformazione urbana. “In urbanistica si lavora come dei fisici senza teoria delle particelle, o medici senza quella dei germi” riconosce Michael Mehaffy, urbanista a Portland, Oregon della Structura Naturalis. “Non abbiamo un’idea unificante di quanto studiamo. Ci proponiamo come artisti, ma in realtà è come se fossimo dei medici medievali, con le nostre pozioni …. Dobbiamo riconoscere la responsabilità a utilizzare modelli in grado di produrre risultati migliori”. Chi opera sulla città tradizionalmente dubita del ruolo che può svolgere la scienza nel descrivere o prevedere o trasformare una città. Si afferma che le città possiedano una intrinseca complessità che nasce dall’interazione fra abitanti, fra questi e l’ambiente, che esiste la componente dei comportamenti umani impossibile da riassumere con un’equazione. “Non sono certo che una città possa essere studiata e prevista meglio di quanto si possa fare col tempo atmosferico” giudica Peter Laurence, architetto alla Clemson University. “E di sicuro le città sono più complesse del tempo”.

Geoffrey West, medico al Santa Fe Institute e studioso di sviluppo urbano, concorda. Chi fa ricerca sulle città “opera nei sistemi più complessi dell’universo. L’idea di poterle ridurre a un’equazione mi pare incredibilmente arrogante”. Ma sia lui che altri utilizzano simulazioni al computer, o modelli matematici, solo per schematizzare alcune regole da cui poi nascono complessità e diversificazione. Ad esempio, West ha individuato alcune formule con cui dalla popolazione di una città si può ipotizzare il numero dei malati di AIDs o l’entità delle emissioni di anidride carbonica. Con previsioni precise all’85%. Una precisione che deriva dal fatto che esistono dinamiche sociali universali, a governare il modo in cui si interagisce gli uni con gli altri e con l’ambiente circostante, spiega West. Il 15% residuo dipende da città a città.

West vorrebbe certo vedere le classiche teorie urbanistiche messe alla prova e integrate entro un quadro scientifico, ma considera comunque il proprio lavoro complementare agli studi urbani correnti. “La cosa che rende questi studi tanto difficili è l’idea di ipotizzare trasformazioni. Elemento essenziale, che mette in campo aspetti al di fuori del campo scientifico così come lo si intende tradizionalmente”.
Come si possono riconciliare i due aspetti, della scienza e del progetto? Mehaffy vorrebbe che teoria e pratica urbana arrivassero a un tipo di rapporto simile a quello che hanno scienze della vita e medicina. Un dottore non passa certo tutto il proprio tempo a fare ricerca in laboratorio, ma si basa su conoscenze scientifiche per le proprie decisioni caso per caso. L’arte qui è di produrre una diagnosi su misura, e una terapia per ciascun paziente.

Marshall pensa che se gli urbanisti non si dotano di fondamenti più scientifici, lo faranno comunque altri al di fuori della disciplina. Per sopravvivere, questo ambito di studi deve adottare anche una formazione scientifica nei curricula, e una propensione a valutare e verificare, ad assorbire le conclusioni scientifiche di varia origine, oltre ai dati affidabili di fonti disparate. “I prossimi cinquant’anni saranno diversi dall’epoca trascorsa da quando Jane Jacobs collocava l’urbanistica in un limbo pseudoscientifico?”. West è convinto che man mano le città crescono, e che le ricerche proseguono nell’evidenziare l’influenza delle forme urbane su aspetti come le emissioni di gas serra, o l’attività fisica, o la qualità della vita, ci si sposterà inevitabilmente verso un approccio scientifico. “La città è il principale problema che dobbiamo affrontare. Ma quali sono I principi alla base dell’urbanizzazione, e cosa comporterà l’urbanizzazione per il pianeta?”









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Il sito di Edoardo Salzano
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Bottini, Fabrizio
( 08.10.2013 09:04 )
Per motivi tecnici mi sono provvisoriamente trasferito sul sito Millennio Urbano che (tra l'altro) contribuisco a rilanciare dopo un periodo di transizione -->
Bottini, Fabrizio
( 08.09.2013 10:07 )
Da un paio di secoli l'umanità cerca di misurarsi in con la gigantesca ameba metropolitana scatenata dai cicli di industrializzazione: urbanisti, sociologi, scrittori, ora un regista. Ma la cultura italiana mica ci arriva
-->
Barzi, Michela
( 26.08.2013 09:34 )
Le diffidenze leghiste per le diversità si manifestano naturalmente con maggiore evidenza là dove il partito governa e imperversa. Ma si tratta di una cultura pervasiva, per nulla limitata a quei territori e probabilmente neppure limitata a quell'area politica, pronta a ripresentarsi in diversi contesti -->
( 22.08.2013 19:29 )
Gli spazi simbolo del ceto medio e dei suoi consumi opulenti, diventano sacche di disagio, come dimostra il compendio di ricerche della Brookings Institution sintetizzate in un volume. Il problema è di superare la logica di questo tipo di espansione urbana, e tornare a un modello integrato di città. Dalla rivista universitaria Knowledge Wharton, agosto 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 20.08.2013 18:49 )
La globalizzazione significa soprattutto (che piaccia o meno) essere ineluttabilmente inseriti in un flusso di decisioni interrelate: la tutela delle coste nella nostra bagnarola mediterranea, per esempio -->
Eisenberg, Richard
( 10.08.2013 10:28 )
Recensionee intervista su uno dei tanti libri americani dedicati a una questione che dovrebbe però interessare molto di più anche il resto del mondo: l'immaginario collettivo sull'abitare e i suoi risvolti sociali e ovviamente ambientali. Di fatto ci sono intere generazioni cresciute nel mito antiurbano, che deve essere in qualche modo superato, insieme al tipo di consumi che si porta dietro. Forbes, 9 agosto 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 21.07.2013 09:45 )
C'è sempre qualcosa di affascinante, e al tempo stesso inquietante, nel modo in cui ci adattiamo, o proviamo a adattarci, ai mutamenti ambientali del mondo che ci circonda. Specie quando si tratta di trasformazioni consapevolmente indotte da altri, per motivi affatto umanitari -->
Bottini, Fabrizio
( 16.07.2013 08:35 )
Oltre a dire qualcosa di sinistra, come auspicano e chiedono in tanti da troppo tempo, c'è anche un'altra possibilità: quella di fare concretamente, qualcosa di sinistra, ovvero mettere in pratica e verificare gli alti principi. C'è qualche vago segnale in questo senso, basta guardarlo -->
Bottini, Fabrizio
( 11.07.2013 08:13 )
Che fare quando le migliori (e celebrate) idee si dimostrano carenti? Negare l'evidenza, oppure provare a rifletterci sopra davvero, cercando di capire se e dove esiste qualcosa di sbagliato nel modello, o nella nostra interpretazione? -->
Hetherington, Peter
( 03.07.2013 13:12 )
Un urbanista americano, curiosamente noto soprattutto per essere stato preso a pugni da una contestatrice durante un'assemblea pubblica, ha anche parecchio altro da dire sulla professione, e il ruolo nella città e la società. The Guardian, 2 luglio 2013 (f.b.) -->
Bottini, Fabrizio
( 29.06.2013 10:53 )
C'è qualcosa che non torna nell'entusiasmo da un lato per tutte le possibili tecnologie smaterializzanti dell'universo, dall'altro nel permanere di una cultura degli spazi a dir poco novecentesca, industriale, segregata. Quanto c'è di malafede, e quanto di ignoranza? -->
Bottini, Fabrizio
( 28.04.2013 09:12 )
Il successo dei progetti di trasformazione urbana, come suggerisce il buon senso, dipende dal loro essere urbani, inseriti in un contesto ampio con cui entrano in sinergia. Ma il peggior cieco è chi non vuol vedere ciò che gli sta attorno -->
Walker, Alissa
( 02.04.2013 19:44 )
Vivere e camminare a Los Angeles, senza un'automobile, è compatibile con un'esistenza umana. Figuriamoci qui da noi. Los Angeles Magazine, 29 marzo 2013 -->
Vitullo-Martin, Julia
( 30.03.2013 19:30 )
I problemi insediativi, ambientali, socioeconomici, di qualità della vita, e infine politici, posti dal nuovo ruolo del cibo nella metropoli del terzo millennio. Non è il caso, come intuito in fondo dall'Expo milanese, di porre al centro la questione? Spotlight on the Region, marzo 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 30.03.2013 08:50 )
È passato più di un secolo da quando i futuristi volevano spazzar via tutta l'anticaglia che faceva da zavorra al progresso umano, e nel frattempo si è capito che non tutto è anticaglia e non tutto è zavorra. Però adesso un po' si esagera, in tutto il mondo, con le ideologie antimoderniste su misura -->

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