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Mall International (in English)
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Amministrare i passi perduti
Data di pubblicazione: 16.12.2012

Autore:

La decantata città temporanea degli architetti si rivela una clone town dei loghi internazionali, che banalizza a centri commerciali per consumatori compulsivi i nodi del trasporto. Anche oltre i toni un po’ nazionalisti di questo articolo da Le Monde Diplomatique dicembre 2012

Al di làdelle dichiarazioni di fede sullo sviluppo sostenibile e i vantaggi ecologici della ferrovia, ai grandi amministratori francesi non sembrano piacere né le stazioni né i treni. In ogni caso, non amano affat­to i vantaggi che procura il trasporto ferroviario in termini di semplicità, accessibilità e praticità. Da vent’anni il loro vero modello è l’aereo, con il suo sistema di prenotazione obbligatoria (il celebre «Socrate», acquistato da American Airlines), le tariffe variabili a seconda della domanda e dell’offerta, le cabine e i posti sempre più stretti, l’obbligo di etichettare i bagagli (in attesa di farli pagare ovunque)... Una delle più significative testimonianze di questa mutazione si può ritrovare, per esempio, nella costruzione di nuove stazioni in aperta campagna – gusci di vetro e cemento che rendono orgogliosi gli amministratori locali.

Le stazioni, fino a vent’anni fa, collegavano i centri cittadini, con la loro rete di coincidenze e trasporti pubblici; ormai, invece, sono situate lontano dagli agglomerati, come gli aeroporti. La maggior parte, come Aix Tgv, non è più neanche collegata alla rete ferroviera secondaria (che così poco interessa alla Société nationale des chemins de fer français, Sncf), ma sono circondate da immensi parcheggi. È necessario, per arrivarci o partire, affrontare gli ingorghi e aumentare l’inquinamento: il treno al servizio dell’automobile; non avremmo mai immaginato che i nostri governanti potessero arrivare a risolvere questa equazione!La principale seccatura delle stazioni centrali, riguardo alle nuove leggi del profitto, rimane evidentemente la superficie di terreno che esse occupano: tutto spazio dal valore inestimabile sul mercato immobiliare. La Sncf e la Réseau ferré de France (Rff) hanno risolto una parte del problema mettendo sul mercato migliaia di ettari corrispondenti ai vecchi scali di smistamento, alle officine, ai garage – di cui si scorgono ancora i resti avvicinandosi alla gare de Lyon o di Saint-Lazare, a Parigi.

Questa miniera d’oro per gli urbanisti e gli agenti immobiliari ha già permesso di forgiare il nuovo quartiere di Austerlitz. Quanto alle stazioni stesse, se non le si delocalizza in campagna, la nuova strategia consiste nel trasformarle in centri commerciali e centri d’affari. Riprogettando completamente gli edifici e affidando poi il loro sfruttamento a delle società private, le ferrovie francesi sperano di aumentare i propri profitti. Con il pretesto della convivialità e dell’estetica, esse si ispirano al modello ultraliberista inglese, incarnato dalla stazione St Pancras di Londra. La moltiplicazione delle gallerie commerciali ha definitivamente trasformato le vecchie architetture di ferro in hall di aeroporti che incentivano il consumo, come testimonia la ristrutturazione di Saint-Lazare, riaperta nel 2012 con ottanta boutique e diecimila metri quadrati di spazi commerciali.

Questi lunghi lavori, dissimulati dietro teloni e muri provvisori, avrebbero dovuto suscitare qualche sospetto. Ma una ristrutturazione sembrava necessaria, dopo anni di cantieri provvisori e l’abbandono progressivo dell’immobile. Ogni utente aspettava dunque di scoprire la nuova Saint-Lazare con l’ingenuità dello spettatore che attende l’aprirsi del sipario. Visti i disagi quotidiani che il cantiere comportava, passando per la distruzione dei servizi, dei café e delle edicole, abbiamo tuttavia finito per capire che la Sncf, lungi dall’accontentarsi di una ristrutturazione, stava cercando di concludere un grande affare. Quale tempio della modernità sarebbe dunque succeduto alla vecchia hall metallica risalente alla rivoluzione industriale? Quale scenario avrebbe sostituito quello delle locomotive, scolpite nella memoria collettiva grazie alle tele di Claude Monet? Quale aspetto avrebbe preso questa sala dei passi perduti dove, di generazione in generazione, milioni di pendolari avevano preso il loro treno, bevuto un caffè al bancone, letto il giornale ascoltando gli annunci?

Finalmente, il 21 marzo 2012, il sipario si è alzato. Abbiamo aperto i nostri occhi luccicanti; e abbiamo scoperto ciò che ciascuno ha visto, da quel momento, sotto gli applausi unanimi della stampa: un banalissimo centro commerciale, come ne spuntano dappertutto in Francia e nel mondo, con le scale mobili, le trasparenze e le boutique. Solaris, Esprit, Starbucks Coffee, Swatch e i loro cugini occupano ormai ogni centimetro quadrato dell’edificio, dai cunicoli della metropolitana alle banchine dei treni. Le loro sigle rinviano a quella manciata di marchi planetari che riducono ogni spostamento a un malinconico allineamento di loghi. Le scale mobili sono collocate in modo tale che è impossibile accedere a place du Havre senza passare per le gallerie commerciali. La vecchia uscita rapida è stata sacrificata. La cosa più sconvolgente risiede tuttavia nell’entusiasmo dei commenti, «di destra» come «di sinistra», che hanno salutato come un grande passo in avanti questa metamorfosi di una stazione in un supermercato, invitando i pendolari a trasformare il loro tempo di attesa in tempo di acquisto.

Quanto a me, forse un po’ troppo attaccato alla vecchia idea di stazione, ho cercato invano quei banconi in zinco che davano sull’atrio dove ero abituato a fermarmi; ho cercato quella terrazza dove ci si poteva sedere un attimo con la propria valigia, aspettando l’ordinazione del cameriere; ho cercato le modeste edicole dove prendevo i quotidiani...Di questa vita arcaica non è sopravvissuto alcunché nella nuova stazione scintillante. Per ben marcare la discontinuità, hanno addirittura soppresso i grandi orologi sospesi che avrebbero rischiato di turbare gli acquisti. In compenso, dal momento che non si tratta più soltanto di prendere il treno, ma di attraversare uno spazio«conviviale», ci si è presi la briga di aggiungere, qua e là, qualche opera contemporanea, come la grande palla di sacchetti di plastica multicolori che ci ricorda che la cultura è ovunque, persino al supermerca­to. Il bancone di zinco rivolto verso l’atrio si è trasformato in ristorante dove nessun vagabondo oserebbe mettere piede.

Al buffet della stazione, passato nelle mani della catena Starbucks Coffee, non ci sono più inservienti per servirvi all’aperto. Il viaggiatore affamato deve accettare di unirsi, all’interno, a un’interminabile fila d’attesa. Con la valigia in mano, si serve da solo dei prodotti e delle bibite, prima di pagare il conto con l’unico commesso visibile: un cassiere. Per chi preferisce mangiare in piedi, sono stati posizionati vicino ai binari dei piccoli banconi, dove bisogna ugualmente fare la coda, ma senza che nessuno spazio sia stato previsto per sedersi, mangiare o bere tranquillamente. Certe catene di fast food, come Pains à la ligne, si rifanno allo stile vecchia Francia con i sandwich imburrati al prosciutto, trascurando però le abitudini locali, tanto che in questi bistrot non si trova il vino, mentre sono abbondantemente provvisti di birra, Coca, Redbull – e, per dessert, cookies o muffin; cosa del tutto naturale in un luogo concepito per avvicinarci alle abitudini americane.

Nell’area dove si vendono i biglietti, il numero dei bigliettai umani è sceso ancora rispetto alla foresta degli automi, ed è necessario fare la coda nella serpentina sino alla famosa linea da non oltrepassare. Le edicole, meno numerose, si sono trasformate in distributori automatici... ma si può ugualmente passeggiare in una più lussuosa «libreria» che vende i successi del momento, riviste, dolciumi, ecc., a patto di pazientare alla cassa dove regna, come altrove, il principio del «just in time». Si può anche frequentare il Daily Monop’ del pianterreno, aperto fino a tarda sera, e pratico per fare qualche compera prima di rientrare a casa. Non tutto è negativo nella nuova Saint-Lazare, ma la legge dell’edificio commerciale ha reso ogni metro quadro a pagamento, sorvegliato, redditizio. Soli testimoni della vecchia Parigi: quegli antichi fregi di vetro che rappresentano le vecchie città dell’Ovest, e che gli architetti hanno scrupolosamente restaurato, come dei mobili preziosi in un appartamento moderno.

Dopo la gare de l’Est e la gare Saint-Lazare, verranno presto rinnovate la gare du Nord e la gare Montparnasse. Per quest’ultima, il grandioso progetto prevede una «ricostruzione totale» e la risistemazione di diciottomila metri quadrati. Il cantiere complicherà la vita quotidiana dal 2015 al 2019. Ma i passeggeri si risveglieranno clienti, e Parigi, a quel punto, avrà quasi dimenticato ciò che era una stazione. La nuova Saint-Lazare prolunga, a modo suo, i quartieri urbani rinnovati, anch’essi, per accompagnare l’esplosione del mercato immobiliare. Gli stabili sono tirati a lucido, le strade sono pulite, i piccoli negozi di prossimità hanno lasciato il posto alle agenzie bancarie e all’abbigliamento di marca. Tutto trasuda confort e morte, come se la città non fosse altro che un fondale di città e la stazione un fondale di stazione, lasciando poco spazio alla vita urbana nel suo dispiegarsi, agli incontri casuali, alle imperfezioni e derive. In questa stazione del futuro, non si aspetta più il treno leggendo il giornale, ma si fa fruttare il proprio tempo e quello delle imprese, in modo che non si possa più parlare in alcun modo di «passi perduti»...









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Il sito di Edoardo Salzano
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Bottini, Fabrizio
( 08.10.2013 09:04 )
Per motivi tecnici mi sono provvisoriamente trasferito sul sito Millennio Urbano che (tra l'altro) contribuisco a rilanciare dopo un periodo di transizione -->
Bottini, Fabrizio
( 08.09.2013 10:07 )
Da un paio di secoli l'umanità cerca di misurarsi in con la gigantesca ameba metropolitana scatenata dai cicli di industrializzazione: urbanisti, sociologi, scrittori, ora un regista. Ma la cultura italiana mica ci arriva
-->
Barzi, Michela
( 26.08.2013 09:34 )
Le diffidenze leghiste per le diversità si manifestano naturalmente con maggiore evidenza là dove il partito governa e imperversa. Ma si tratta di una cultura pervasiva, per nulla limitata a quei territori e probabilmente neppure limitata a quell'area politica, pronta a ripresentarsi in diversi contesti -->
( 22.08.2013 19:29 )
Gli spazi simbolo del ceto medio e dei suoi consumi opulenti, diventano sacche di disagio, come dimostra il compendio di ricerche della Brookings Institution sintetizzate in un volume. Il problema è di superare la logica di questo tipo di espansione urbana, e tornare a un modello integrato di città. Dalla rivista universitaria Knowledge Wharton, agosto 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 20.08.2013 18:49 )
La globalizzazione significa soprattutto (che piaccia o meno) essere ineluttabilmente inseriti in un flusso di decisioni interrelate: la tutela delle coste nella nostra bagnarola mediterranea, per esempio -->
Eisenberg, Richard
( 10.08.2013 10:28 )
Recensionee intervista su uno dei tanti libri americani dedicati a una questione che dovrebbe però interessare molto di più anche il resto del mondo: l'immaginario collettivo sull'abitare e i suoi risvolti sociali e ovviamente ambientali. Di fatto ci sono intere generazioni cresciute nel mito antiurbano, che deve essere in qualche modo superato, insieme al tipo di consumi che si porta dietro. Forbes, 9 agosto 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 21.07.2013 09:45 )
C'è sempre qualcosa di affascinante, e al tempo stesso inquietante, nel modo in cui ci adattiamo, o proviamo a adattarci, ai mutamenti ambientali del mondo che ci circonda. Specie quando si tratta di trasformazioni consapevolmente indotte da altri, per motivi affatto umanitari -->
Bottini, Fabrizio
( 16.07.2013 08:35 )
Oltre a dire qualcosa di sinistra, come auspicano e chiedono in tanti da troppo tempo, c'è anche un'altra possibilità: quella di fare concretamente, qualcosa di sinistra, ovvero mettere in pratica e verificare gli alti principi. C'è qualche vago segnale in questo senso, basta guardarlo -->
Bottini, Fabrizio
( 11.07.2013 08:13 )
Che fare quando le migliori (e celebrate) idee si dimostrano carenti? Negare l'evidenza, oppure provare a rifletterci sopra davvero, cercando di capire se e dove esiste qualcosa di sbagliato nel modello, o nella nostra interpretazione? -->
Hetherington, Peter
( 03.07.2013 13:12 )
Un urbanista americano, curiosamente noto soprattutto per essere stato preso a pugni da una contestatrice durante un'assemblea pubblica, ha anche parecchio altro da dire sulla professione, e il ruolo nella città e la società. The Guardian, 2 luglio 2013 (f.b.) -->
Bottini, Fabrizio
( 29.06.2013 10:53 )
C'è qualcosa che non torna nell'entusiasmo da un lato per tutte le possibili tecnologie smaterializzanti dell'universo, dall'altro nel permanere di una cultura degli spazi a dir poco novecentesca, industriale, segregata. Quanto c'è di malafede, e quanto di ignoranza? -->
Bottini, Fabrizio
( 28.04.2013 09:12 )
Il successo dei progetti di trasformazione urbana, come suggerisce il buon senso, dipende dal loro essere urbani, inseriti in un contesto ampio con cui entrano in sinergia. Ma il peggior cieco è chi non vuol vedere ciò che gli sta attorno -->
Walker, Alissa
( 02.04.2013 19:44 )
Vivere e camminare a Los Angeles, senza un'automobile, è compatibile con un'esistenza umana. Figuriamoci qui da noi. Los Angeles Magazine, 29 marzo 2013 -->
Vitullo-Martin, Julia
( 30.03.2013 19:30 )
I problemi insediativi, ambientali, socioeconomici, di qualità della vita, e infine politici, posti dal nuovo ruolo del cibo nella metropoli del terzo millennio. Non è il caso, come intuito in fondo dall'Expo milanese, di porre al centro la questione? Spotlight on the Region, marzo 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 30.03.2013 08:50 )
È passato più di un secolo da quando i futuristi volevano spazzar via tutta l'anticaglia che faceva da zavorra al progresso umano, e nel frattempo si è capito che non tutto è anticaglia e non tutto è zavorra. Però adesso un po' si esagera, in tutto il mondo, con le ideologie antimoderniste su misura -->

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