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Anche l’uomo idiota è ciò che mangia
Data di pubblicazione: 06.01.2013

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Spesso qualcuno prova a legare qualche bandolo della matassa che chiamiamo modello di sviluppo, e a cercarne il senso: onestamente pare difficile andare oltre un vago istinto scimmiesco ad arraffare e spilluzzicare. L’esempio del ciclo alimentazione-ambiente-territorio

Ci ricordiamo in tanti, non tutti per motivi anagrafici ovviamente, l’incredibile choc collettivo provocato nei primi anni ’70 dalla pura rivendicazione dei paesi produttori di petrolio di avere qualche peso in più nelle decisioni che riguardavano l’energia a livello mondiale. Si trattava di poco più che rivendicazioni per alzare il prezzo, in un primo momento, ma bastarono appunto a traumatizzare prima in grandi strateghi, e a onde sempre più ampie il cittadino comune. Per chi le ha vissute da adulto, quelle giornate a piedi, quelle serate che diventavano subito notte fonda, si sono stampate indelebilmente nella memoria. Non per tutti nello stesso modo, però: c’è chi ha iniziato a porsi delle domande, e chi invece si è attaccato alla prima risposta a portata di mano per recuperare il business as usual. Questo giusto per dividere schematicamente il mondo in due. Naturalmente sia le riflessioni dei dubbiosi che le soluzioni degli istintivi sono state varie e numerose, ma pare importante da subito distinguere almeno questi due approcci: il primo se non altro riconosce che esiste un problema, e che magari la soluzione facile non c’è, a rischio di crearne mille altri invece di risolverlo.

Con la cosiddetta austerity petrolifera degli anni ’70 si capì abbastanza in fretta che avevano prevalso gli istintivi, quando dopo poco tempo l’industria riprese a sfornare automobili opulente quanto e più dei modelli anni ’60, in pratica buttando a mare per lungo tempo certe interessanti ricerche su risparmio ed efficienza che pure avevano fatto capolino all’inizio. La cosa non vale solo per le automobili ovviamente, ma per tutto il modello di vita di cui l’auto è una delle punte di iceberg vistose. Prendiamo l’alimentazione: è almeno dal momento in cui qualunque società moderna esce dallo stato di puro bisogno, che si presenta un problema di inadeguatezza della dieta. Ovvero che superata per fortuna la fase in cui si ingurgitava qualunque cosa pur di arrivare a sera, ci si trova a poter scegliere, e ovviamente si sbaglia per eccesso. Per eccesso di calorie, per eccesso di squilibri di un apporto rispetto all’altro, per eccesso di sfruttamento delle risorse necessarie al ciclo produzione-trasformazione-distribuzione di quanto mettiamo nello stomaco.

Una cosa che ha portato in tempi recenti all’idea del cosiddetto chilometro zero, molto più di una moda ma anche molto più del concetto localista reazionario, vagamente mistico, che assume quasi sempre. Uso la dizione chilometro zero solo perché è la più nota, anche se spesso proprio il suo uso corrente genera strafalcioni e distorsioni quasi comiche. Ed esclude in linea di massima almeno apparentemente altri percorsi pure coerenti, come quello del cosiddetto commercio solidale (solidarietà a parte, perché è un’altra cosa), o di organizzazione della rete distributiva dal punto di vista delle imprese, e tanto altro. Il criterio della distanza minima però implica ad esempio un taglio netto sia alla dipendenza quasi totale dalle filiere lunghe, sia un forte ridimensionamento dell’apporto nutritivo dei prodotti caratteristici di queste filiere lunghe.

A un convegno di ambientalisti nella padania ridens non molto tempo fa mi è capitato di assistere a una scenetta molto efficace e divertente. Un noto studioso, dopo aver appoggiato sul tavolo un vasetto di asparagi in salamoia, ci ha letto prima l’etichetta degli ingredienti (asparagi, acqua, sale), poi quella della provenienza (prodotto e confezionato nella Repubblica Popolare Cinese), e infine quella del prezzo, tra l’altro piuttosto irrisorio visto che il vasetto era stato acquistato in un locale discount. Poi, ha fatto un rapido calcolo di quanta parte di quel prezzo finale derivava dal carburante bruciato per portare da chissà dove quel vasetto fin qui. Risatine fra il pubblico, qualche applauso, e qualcosa su cui riflettere tornando a casa, ovviamente. Ma poniamo che invece del vasetto di asparagi l’agronomo Luca Mercalli (era lui il consumato venditore di idee) sul tavolo avesse sbattuto uno spezzatino con patate, o una porzione di pasta al forno? Nei due piatti fumanti, certamente più appetitosi per la media del pubblico di un vasetto di asparagi in salamoia, ci sono tanti contenuti reali e virtuali, che avrebbero provocato effetti diversi. Sapendolo benissimo, lui ha lasciato perdere: il mezzo è il messaggio, sempre e comunque.

Ovvero basta pensare un istante a cosa ci può stare nel piccolo raggio del chilometro zero, per dedurne che forse gli asparagi si, magari anche qualche patata, ma la mucca da spezzare nello spezzatino un po’ meno, il grano da tritare per la pasta chissà, il sale che rende tutto appetitoso neanche per idea. Eccetera. Ci accontentiamo per tutta la vita del rametto di rosmarino dietro la siepe della nonna? Della piantina di peperoni sul davanzale che l’anno scorso ne ha prodotti ben due, uno un pure un po’ scalcagnato? Difficile. Ecco, si potrebbe continuare a lungo a fare quei ragionamenti, che sono in sostanza gli stessi che tanti anni fa hanno condotto alla formazione di quei mercati mondiali cantati da Marx e Engels, che avevano strappato milioni di contadini all’idiotismo della vita rustica, e poi alla vita rustica stessa, povera alimentazione inclusa. Qui si ripresenta, tipico, il famoso bivio da un lato della risposta istintiva, dall’altro della riflessione e verifica del modello. È piuttosto nota la risposta business as usual: se non c’è più petrolio per portare fin qui gli asparagi lo spezzatino e pure il rosmarino più conveniente di quello della nonna, troviamo un sostituto del petrolio. Dal cappello del prestigiatore spunta il coniglio dell’agrocarburante. E ci risiamo.

Ci risiamo col modello che non va, lo stesso che non andava nei primi ’70 quando fu ridotto a una questione di geopolitica, da risolvere economicamente e militarmente. Una soluzione che non ha funzionato né da quel punto di vista, né da quello ambientale, e la stessa cosa vale quando si trasferisce armi e bagagli il medesimo modello, che so, in Amazzonia o in Africa, devastando milioni di ettari di pianure e foreste, trasformate in fabbriche di bio-gasolio o polpette per i fast-food (o spezzatino con patate o ragù per cannelloni). Ma non va neppure il famoso chilometro zero che dovrebbe essere una alternativa, perché come facciamo a mangiarcelo, quel fumante piatto di spezzatino? A questo punto entra in campo la famosa riflessione, ovvero ciò che va oltre i modelli semplificati, e diciamo che la domanda andrebbe riformulata: posto che l’idea di restringere il raggio pare abbastanza sensata, come sarebbe possibile vivere decentemente facendo riferimento a un bacino non spropositato, o almeno provarci? Ed ecco che le cose iniziano miracolosamente ad apparire in una luce diversa, perché noi non siamo ovviamente i contadini nella situazione di pura sopravvivenza fra gli stenti, e quindi abbiamo parecchi vantaggi già in partenza.

Allora, abbiamo molte conoscenze, tecniche, mediche, dietetiche, culturali, e naturalmente dei mezzi più avanzati, si tratta di usarli al meglio. Per esempio domandandosi. Ma quello stufato di carne e patate è davvero indispensabile? Ed ecco che una delle tante risposte suona: niente affatto. Possiamo usare bene il territorio ed evitare il disastro degli allevamenti intensivi cambiando dieta, magari non necessariamente tutti subito, ma iniziando seriamente a farlo, perché due porzioni di carne al giorno fanno solo un gran male, e a dire la verità si può anche vivere benissimo senza mangiarla affatto, la carne. Ed ecco che, idealmente, nel nostro territorio da chilometro zero spariscono ettari di stalle e letame, piscio di vacca, mattatoi, magari qui e là resta qualche animale, una capra un vitello un pollo o gallina ma niente di che, roba che non dà fastidio neppure in soggiorno, per dire. Facciamo girare il medesimo ragionamento su tanti altri aspetti della dieta, più o meno basilari, e contemporaneamente pensiamo ad altre prospettive del nostro cerchio magico ambiente alimentazione territorio. Cosa ne esce? Chissà. Di sicuro si inizia a capire meglio anche cosa ci stiamo a fare sulla terra, e cosa potremmo invece fare di meglio. Ma c’è qualcuno che proprio non vuole capirla.

Sono quelli del vasetto di asparagi, che se ne fregano altamente se a diecimila chilometri di distanza ci sono dei contadini cinesi costretti a una vita infame per rifornirli di una cosa che potrebbero tenere nel loro orto, e magari pagarla pure meno. Oppure sostituirla con qualcos’altro, impianti di confezionamento centralizzati eccetera. Questi tizi non sono solo consumatori, ovviamente, ma costituiscono una filiera complessa e stratificata, che va dal piatto, alla produzione, alla distribuzione, alla ricerca, e tutti quanti considerano questa nostra terra una vacca da mungere a più non posso: se muore se ne compra un’altra, o troviamo il modo di andarcene. Dove? Boh, vedremo, adesso non ho tempo. È questa gente per esempio che ha inventato gli Ogm secondo il modello attuale, che è ben diverso da quanto ci raccontano i loro prezzolati cantori, ovvero che le modificazioni genetiche si fanno da sempre selezionando specie: balle! La selezione dei contadini avveniva per esperimenti graduali legati al territorio, dove gli impatti ambientali e sociali avevano il tempo di sedimentarsi ed eventualmente rivelare la propria natura indigeribile in modo chiaro, prima di sfuggire a qualunque controllo.

Adesso succede tutto in un laboratorio di scienziati pazzi dell’ingegneria genetica, con di fianco un altro laboratorio di scienziati pazzi del marketing, in comunicazione diretta con i pazzi per nulla scienziati delle lobbies economiche-politiche. Gli basta far approvare una leggina e tutto si può scatenare, come quei salmoni da mezza tonnellata che vogliono brevettare adesso. Ma i nostri eroi sono davvero sfrenati nella loro animalità scimmiesca (senza offesa per le simpatiche scimmie) e l’approccio d’istinto pare davvero non avere freni. L’ONU ha detto che esiste un grave problema produttivo, che lal popolazione mondiale non può andare avanti così a disboscare foreste per allevare bovini, anche perché tra un po’ ci sarà troppa gente a cui rifilare hamburger, e troppi pochi capi, anche radendo al suolo tutta l’Amazzonia e facendo land grabbing su quel che resta dell’Africa e dell’Asia. E nei laboratori degli scienziati pazzi scocca la scintilla dell’ideona vincente. Idea del genere loro, naturalmente, che con le nostre, di cambiare dieta, di provare a riflettere sul nostro rapporto col territorio, se ne frega altamente. Loro no, loro inseguono la COSTATA FIORENTINA IN PROVETTA, la bisteccona prodotta col camice bianco del tecnico anziché con quello del macellaio, si vede che fa più moderno.

Pare un incubo, ma i nostri idioti costituiscono sistema, sistema socioeconomico, di potere, di decisione politica, e sono pure una specie di maggioranza a quanto pare. Del resto reagire d’istinto è proprio la prima cosa che si fa, dobbiamo tutti sforzarci, di solito, per fare qualcosa di più intelligente fermandoci un istante. Loro invece non si fermano affatto, perché il tempo è denaro eccetera. Toccherà provare a fermarli in altro modo, nel frattempo iniziamo a costruirlo pazientemente e pensando, il nostro ambiente migliore. E per ricordarci a che razza di imbecilli siamo in mano, nulla di meglio di una lettura istruttiva, il reportage in diretta di Alex Renton del Guardian dai laboratori di ricerca degli idioti che credono di studiare “Il futuro dell’alimentazione” che secondo loro non può prescindere da uno sgocciolante brandello di carne, che esce da una provetta ma deve sfrigolare come quella originaria. Sembra davvero una cosa come le bambole gonfiabili per fare sesso, e lo è, solo molto più pericolosa.









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Il sito di Edoardo Salzano
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Bottini, Fabrizio
( 08.10.2013 09:04 )
Per motivi tecnici mi sono provvisoriamente trasferito sul sito Millennio Urbano che (tra l'altro) contribuisco a rilanciare dopo un periodo di transizione -->
Bottini, Fabrizio
( 08.09.2013 10:07 )
Da un paio di secoli l'umanità cerca di misurarsi in con la gigantesca ameba metropolitana scatenata dai cicli di industrializzazione: urbanisti, sociologi, scrittori, ora un regista. Ma la cultura italiana mica ci arriva
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Barzi, Michela
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( 22.08.2013 19:29 )
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Bottini, Fabrizio
( 20.08.2013 18:49 )
La globalizzazione significa soprattutto (che piaccia o meno) essere ineluttabilmente inseriti in un flusso di decisioni interrelate: la tutela delle coste nella nostra bagnarola mediterranea, per esempio -->
Eisenberg, Richard
( 10.08.2013 10:28 )
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Bottini, Fabrizio
( 21.07.2013 09:45 )
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Bottini, Fabrizio
( 16.07.2013 08:35 )
Oltre a dire qualcosa di sinistra, come auspicano e chiedono in tanti da troppo tempo, c'è anche un'altra possibilità: quella di fare concretamente, qualcosa di sinistra, ovvero mettere in pratica e verificare gli alti principi. C'è qualche vago segnale in questo senso, basta guardarlo -->
Bottini, Fabrizio
( 11.07.2013 08:13 )
Che fare quando le migliori (e celebrate) idee si dimostrano carenti? Negare l'evidenza, oppure provare a rifletterci sopra davvero, cercando di capire se e dove esiste qualcosa di sbagliato nel modello, o nella nostra interpretazione? -->
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Bottini, Fabrizio
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