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Mall International (in English)
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La Fattoria Verticale è una boiata pazzesca
Data di pubblicazione: 13.01.2013

Autore:

Bisogna distinguere chi propone qualcosa in più, da chi propone qualcosa invece: la cosiddetta agricoltura verticale è un'idea ingegneristica e autoritaria di ambiente e società, che replica il peggio dell'industrialismo urbano

Aprendo il quotidiano la Repubblica di oggi, domenica 13 gennaio, nelle classiche letture che di solito si propongono per i momenti di tranquillità del fine settimana trovo un paginone interamente dedicato all'agricoltura. Per una volta il servizio non ruota attorno alle interviste a borghesi di Milano fuggiti a fare il vino buono su qualche cocuzzolo piemontese, o a sperimentare le gioie del biologico in una cascina restaurata con le proprie manine sante. Ma racconta dal fronte avanzato dell'high-tech un argomento che sulla stampa internazionale ha già trovato da tempo parecchio spazio: la cosiddetta agricoltura verticale. Le premesse sono quelle piuttosto note, dell'aumento della popolazione mondiale da un lato, dell'impossibilità del sistema produttivo agricolo di rispondere anche in un periodo non lunghissimo alla relativa domanda di cibo, più il degrado ambientale e territoriale dei metodi estensivi attuali, specie a fronte della dilagante urbanizzazione planetaria. Invece di mettere al centro il borghese di Milano che fa il vino buono su un cocuzzolo monferrino, l'articolo stavolta (come tanti sulla stampa internazionale a cui evidentemente si ispira) ruota attorno alla figura di una specie di guru, Dickson Despommier, profeta delle sedicenti vertical farm, e ad altre idee tecnologicamente innovative.

Vorrei concentrarmi proprio su Despommier, perché parecchi articoli proposti anche qui su Mall ne descrivono le mirabolanti promesse, ma ne fanno emergere evidentemente anche limiti e rischi. La premessa, come ci ricorda anche l'articolo, è il problema del territorio a scala mondiale, e le strategie di mercato delle multinazionali del settore, che hanno escogitato l'idea del land grabbing per continuare di fatto a lucrare coi sistemi tradizionali di coltura estensiva, coi fertilizzanti chimici, gli organismi geneticamente modificati, l'organizzazione industriale dei processi produttivi, di trasformazione, di distribuzione. L'idea della vertical farm risolve apparentemente parecchi di questi problemi: c'è in sostanza un grattacielo, nel centro di una grande città, che invece di contenere gli uffici di una grande impresa o di una banca ospita strutture tecnologicamente avanzatissime per la produzione di alimenti. In pratica realizza l'utopia del chilometro zero ribaltando il concetto stesso di agricoltura, e mettendo zucchine grano pomodori, ma anche animali, o cicli ambientali ed energetici completi, a un tiro di sasso dal consumatore. Una meraviglia? Magari fosse così, e come tutte le meraviglie è meglio provare ad andare a guardare da vicino.

Pura intuizione, giusto perché le torri scintillanti provano a rifilarcele dall'epoca di Babilonia, e la diffidenza è quantomeno sana. La questione è complicata assai, e la primissima domanda suona appunto: possibile che a una questione così complicata si risponda in modo tanto semplice? Qui salta in mente subito (e solo per fare un esempio) proprio la serie di riflessioni che si sono fatte attorno al tema del chilometro zero, ai suoi contenuti socioeconomici, ambientali, territoriali, energetici, distributivi, eccetera eccetera. Riflessioni che ci riportano, un po' come la torre di Babele, indietro nel tempo, e alla classica contrapposizione città campagna, natura e artificio, istinto e razionalità, tanto per buttarne lì un po' a caso. Cosa fa in pratica il grattacielo di Despommier? Non dal punto di vista tecnologico, ma diciamo da quello urbanistico allargato, vista la natura squisitamente urbano/planetaria della proposta. Prende un valore immenso, quello controllato dalle multinazionali dell'agricoltura e dal sistema che ruota loro attorno, e lo ricolloca nel bel mezzo della metropoli, “risparmiando” le superfici che altrimenti sarebbero divorate dal land grabbing.

Questo valore immenso, concentrato e moltiplicato dalle tecnologie avanzate che si usano là dentro, riproduce e forse amplifica l'effetto fortezza dell'insediamento economico autoritario in città, il tipo di cose che vediamo dai tempi delle guarnigioni, delle piazzeforti, dell'industria urbana. Modello che ai nostri giorni si rivede nei grandi centri commerciali migrati dal suburbio verso i nuclei interni, come il Westfield olimpico di Londra, o nelle gated communities fortificate per ricchi. Ovviamente l'agricoltura verticale ha già pronte tutte le motivazioni tecniche e organizzative, per il proprio modello: mica si può far andare e venire chiunque, in una torre alta parecchi piani e commisurata alle esigenze, dove stanno impianti magari delicati, o pericolosi per chi non li capisce. E poi attorno, le esigenze della sicurezza, magari dello spionaggio economico … Che differenza c'è, rispetto al classico modello degli edifici pubblici di importanza strategica circondati da barriere new jersey e da auto della polizia, o addirittura progettati ad hoc alla bisogna, come quelli che si moltiplicano dall'11 settembre in poi? Nessuna, e identica pare la giustificazione emergenziale.

La critica qui potrebbe spuntare, altrettanto classica: ma tu sei contrario al progresso, alla ricerca, all'innovazione tecnologica. E perché mai? Solo, cerchiamo di chiarire quant'è grande il laboratorio in cui questa ricerca si sviluppa: se volete applicare coerentemente un progetto del genere, ci sono almeno due strade, una coerente con l'idea sempliciona di Despommier (e di chi lo appoggia), e un'altra assai più ragionevole e produttiva. Esiste un altro modello, naturalmente molto più trascurato dalla stampa cosiddetta di informazione, e che si riassume nel nome di Will Allen e del suo progetto “Growing Power”. Premetto che non si tratta di contrapporre un progetto all'altro, o di trovare quale sia più buono, più intelligente, più giusto, solo di contrapporre due diverse filosofie, magari anche oltre le intenzioni dei proponenti. In entrambi i casi c'è la tecnologia concentrata, applicata all'agricoltura in ambiente urbano, salvo che Allen utilizza un ciclo di idroponia affiancando acquacoltura di pesci con la produzione di vegetali, ma non è qui la vera differenza. Se l'immagine che propone Despommier è quella del grattacielo scintillante, “Growing Power” di Allen ha invece scenari più postindustriali alla Detroit in crisi, con capannoni riadattati e cortili sgombrati dalle macerie. Ma non è neppure qui, nel riuso di contenitori dismessi anziché di grattacieli nuovi high-tech, la differenza.

La differenza sta nel capire che la città non è una macchina, e non lo è neppure il territorio attorno. Quando le avanguardie artistiche, a cavallo fra il XIX secolo dell'industrializzazione forzata, e quello nuovo che si apriva alla riflessione e alle riforme, provavano a immaginare l'uomo nuovo, lo pensavano calato consapevolmente dentro il nuovo spazio che si era costruito con le sue mani. Infinite, le sperimentazioni di questo nuovo rapporto ergonomico in cui il disorientato omino di Tempi Moderni di Charlie Chaplin, o le folle oppresse di Metropolis di Fritz Lang, provavano a prendersi le misure con la Grande Macchina. Quello che si è capito molto più tardi, e sulla base di tante dolorose esperienze dirette, è che a non funzionare è proprio la metafora della Grande Macchina, perché c'è qualcosa di più grande, come ci hanno rivelato per esempio gli studi sul cambiamento climatico e i suoi probabili effetti. E senza saltare subito a piè pari verso i massimi sistemi, restando ai relativi meriti e demeriti dell'agricoltura urbana, diciamo che esiste un modello semplicione ingegneristico, e uno più complesso che comprende l'omino stritolato di Chaplin. Despommier abbraccia senza dubbi il primo, di cui ben conosciamo gli effetti cosiddetti collaterali, Allen riconosce la complessità urbana a partire da due cose: dimensione fisica, e partecipazione sociale.

Un impianto “Growing Power” (che potrebbe anche adottare tecnologie diverse, magari alla Despommier, o altre) parte da una scala di quartiere, dal riuso di spazi disponibili, dal coinvolgimento diretto attivo della popolazione e delle istituzioni che la rappresentano. Si pone quindi da subito un problema di autocontrollo, che il grattacielo scintillante rinvia a chissà chi chissà quando, come sempre accaduto con quel tipo di insediamenti e organizzazione. Un modello partecipato e sociale non si limita ad affrontare il tema ambientale ed energetico dal punto di vista dell'efficienza dell'impianto, ma anche da quello territoriale allargato, ovvero interviene sul rapporto città/campagna, che altrimenti lascerebbe al puro mercato decidere se si continua o no anche col modello estensivo del land grabbing. Perché diciamocelo, non è difficile immaginarsi una cosa piuttosto facile e già vista: la torre scintillante concentra funzioni agricole, e il mercato individua quindi nuove destinazioni lucrose per il territorio lasciato libero. Non occorre neppure dirlo, cosa stanno pensando di metterci là sopra, al posto dei campi di granturco, i nostri eroi. Ah: quartieri “sostenibili” naturalmente, finché non si scoprirà che sostenibili non lo erano affatto … eccetera.

Insomma con buona pace sia di chi cerca la soluzione facile pigliatutto, sia di chi continua a voltarsi indietro sognando un passato mitico che non esiste, ripensare un rapporto virtuoso fra uomo e ambiente, fra città e campagna, non è cosa tanto facile, e se vogliamo trasformare il pianeta in un grande laboratorio di ricerca, sicuramente meglio farlo in modo partecipato, condiviso, senza lanciarsi in stupidaggini da scienziato delle barzellette, quelli col camice bianco, l'occhio spiritato e l'accento stravagante di chi parla soprattutto da solo. Chi volesse saperne di più delle idee di Despommier sulle vertical farm, o di Will Allen e “Growing Power”, può cercare inserendo le parole chiave nel motore interno di Mall, finestrella in alto a destra. Di seguito riporto il citato articolo da la Repubblica, senza il nome dell'Autore e con qualche frase mancante, per via dei difetti tecnologici della versione online del giornale. Quando si dice nessuno è perfetto ...

Nella nuova fattoria, la Repubblica 13 gennaio 2013

Nel deserto dell’Arizona, sotto la luce artificiale di una lampada a led, un seme sta per germogliare. Il momento è vicino e gli agricoltori, che sperano in un ottimo raccolto, decidono di avvicinare le luci alle radici perché la terra sia più calda. Non hanno piantato pomodori, meloni o mais: non avevano né spazio né tempo. Hanno preferito ravanelli, lattuga, cavolo cinese e verdure a foglia verde. Ortaggi adatti a crescere velocemente e ovunque, persino su Marte. Sì, perché i contadini dell’Arizona, che seminano e raccolgono in un ambiente sterile e a gravità ridotta, sono scienziati della Nasa impegnati a sviluppare il prototipo di una serra per coltivare ortaggi in orbita e fornire cibo fresco agli astronauti. Lavorano alle “fattorie spaziali” che germoglieranno sulla Stazione spaziale internazionale, a quattrocento chilometri dalla Terra, nei laboratori dove già hanno messo radici girasoli e zucchine.

Ma l’agricoltura del futuro non guarda solo allo spazio. A volte le basta sfiorare il cielo. Si pensi alla fattoria verticale, un’idea che trova consensi nonostante lo scetticismo di chi teme gli alti consumi energetici di un grattacielo destinato alla produzione di cereali e ortaggi. In Italia l’Enea ha progettato Skyland, un eco-edificio di trenta piani in grado di coltivare prodotti biologici per 25mila persone. Per ora non ci sono finanziamenti, ma in futuro chissà. È già capitato che dalla carta si sia passati alla realtà: in Corea del Sud, in Olanda o in Giappone, dove è nata Nuvege, una di 57mila metri quadrati. Dickson Despommier, portavoce dell’agricoltura verticale, sostiene che stiamo entrando nella fase dello sviluppo industriale. Una buona notizia per chi come lui si pone il problema del 2050, quando la domanda globale di cibo raddoppierà: «Se non troviamo una soluzione, tre miliardi di persone soffriranno la fame e il mondo diventerà un posto molto più sgradevole».

Mentre ci si interroga sui modelli di sviluppo sostenibile e le multinazionali occidentali, così come i governi più spregiudicati, fanno razzia di terra nel sud del mondo, un’altra rivoluzione avanza in silenzio. Lo dimostrano i pomodori che in Germania vengono riscaldati con il calore di scarto delle centrali nucleari o le mele che in Inghilterra crescono su alberi-nani per risparmiare acqua e terra. La fotografa Freya Najade, che con il progetto “Fragole d’inverno” sta documentando le coltivazioni europee più all’avanguardia, si dice affascinata da come l’uomo cerchi costantemente di superare i limiti imposti dalla natura: «Giorno e notte, estate e inverno, località geografiche sono concetti che stanno diventando irrilevanti per l’agricoltura ».

Lo si vede in California, dove i vitigni arrivati nel 1800 da Bordeaux si adattano a una terra e a un sole molto diversi da quelli francesi. Tra i filari spuntano termometri e sensori piantati da due giovani ricercatori, Thibaut Scholasch e Sébastien Payen. Mostrano con precisione millimetrica cose come il livello di idratazione di una pianta, il contenuto degli zuccheri di un acino o l’umidità del suolo e permettono di programmare gli impianti, gli orari di irrigazione e i giorni della raccolta. Un cambio di marcia decisivo se si pensa che più di tre quarti degli agricoltori americani decidono quando innaffiare in base a come una foglia si accartoccia al sole. Eppure, come sempre quando la tecnologia invade il regno dell’intuizione, molti viticoltori storcono il naso: da generazioni si basano sull’osservazione e l’istinto, perché cambiare ora? Per un motivo molto semplice: conviene. Si risparmia acqua, si controlla il livello di alcol negli acini e si anticipano le vendemmie.
«La gente pensa che il regno vegetale si comporti come noi», ha spiegato Scholasch.

«Ma le piante non sono progettate per raccontare all’occhio umano di cosa hanno bisogno». Meglio ricorrere all’agricoltura di precisione, dalle macchine che variano la densità di semina a quelle che ottimizzano la distribuzione dei fertilizzanti e dei concimi, dai computer di bordo al telerilevamento satellitare.Non tutti però sognano lo stesso futuro. Se da una parte c’è chi si rivolge alla tecnologia, dall’altro c’è chi crede che la natura abbia già tutte le risposte. È il caso di quanti scelgono la permacultura, una disciplina nata dalle osservazioni di Bill Mollison e David Holmgren. I due naturalisti già trent’anni fa si erano chiesti come facesse un bosco a restare fertile senza l’intervento dell’uomo. Perché in agricoltura questo non era possibile? Perché condizionare la terra con concimi, diserbanti e tanta fatica?

L’alternativa esiste come dimostra un filmato. Propone cose come il giardino foresta o bosco coltivato) sul modello di quello di Martin Crawford, pioniere inglese della permacultura. Contiene più di 550 specie di piante, ognuna scelta per assolvere a una funzione: riequilibrare i livelli di azoto, mantenere il terreno fertile, attirare insetti che si nutrono di parassiti, proteggere la terra dalle piogge invernali e ovviamente produrre cibo con un intervento dell’uomo estremamente limitato. Crawford sostiene che nel suo bosco è sufficiente lavorare un giorno a settimana. E la produzione di cibo? «Se il progettato con la massima efficienza», spiega nel documentario, «con un acro di terra si può provvedere al fabbisogno di dieci persone». Più del doppio della vecchia agricoltura contadina e senza andare nello spazio.








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Il sito di Edoardo Salzano
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Bottini, Fabrizio
( 08.10.2013 09:04 )
Per motivi tecnici mi sono provvisoriamente trasferito sul sito Millennio Urbano che (tra l'altro) contribuisco a rilanciare dopo un periodo di transizione -->
Bottini, Fabrizio
( 08.09.2013 10:07 )
Da un paio di secoli l'umanità cerca di misurarsi in con la gigantesca ameba metropolitana scatenata dai cicli di industrializzazione: urbanisti, sociologi, scrittori, ora un regista. Ma la cultura italiana mica ci arriva
-->
Barzi, Michela
( 26.08.2013 09:34 )
Le diffidenze leghiste per le diversità si manifestano naturalmente con maggiore evidenza là dove il partito governa e imperversa. Ma si tratta di una cultura pervasiva, per nulla limitata a quei territori e probabilmente neppure limitata a quell'area politica, pronta a ripresentarsi in diversi contesti -->
( 22.08.2013 19:29 )
Gli spazi simbolo del ceto medio e dei suoi consumi opulenti, diventano sacche di disagio, come dimostra il compendio di ricerche della Brookings Institution sintetizzate in un volume. Il problema è di superare la logica di questo tipo di espansione urbana, e tornare a un modello integrato di città. Dalla rivista universitaria Knowledge Wharton, agosto 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 20.08.2013 18:49 )
La globalizzazione significa soprattutto (che piaccia o meno) essere ineluttabilmente inseriti in un flusso di decisioni interrelate: la tutela delle coste nella nostra bagnarola mediterranea, per esempio -->
Eisenberg, Richard
( 10.08.2013 10:28 )
Recensionee intervista su uno dei tanti libri americani dedicati a una questione che dovrebbe però interessare molto di più anche il resto del mondo: l'immaginario collettivo sull'abitare e i suoi risvolti sociali e ovviamente ambientali. Di fatto ci sono intere generazioni cresciute nel mito antiurbano, che deve essere in qualche modo superato, insieme al tipo di consumi che si porta dietro. Forbes, 9 agosto 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 21.07.2013 09:45 )
C'è sempre qualcosa di affascinante, e al tempo stesso inquietante, nel modo in cui ci adattiamo, o proviamo a adattarci, ai mutamenti ambientali del mondo che ci circonda. Specie quando si tratta di trasformazioni consapevolmente indotte da altri, per motivi affatto umanitari -->
Bottini, Fabrizio
( 16.07.2013 08:35 )
Oltre a dire qualcosa di sinistra, come auspicano e chiedono in tanti da troppo tempo, c'è anche un'altra possibilità: quella di fare concretamente, qualcosa di sinistra, ovvero mettere in pratica e verificare gli alti principi. C'è qualche vago segnale in questo senso, basta guardarlo -->
Bottini, Fabrizio
( 11.07.2013 08:13 )
Che fare quando le migliori (e celebrate) idee si dimostrano carenti? Negare l'evidenza, oppure provare a rifletterci sopra davvero, cercando di capire se e dove esiste qualcosa di sbagliato nel modello, o nella nostra interpretazione? -->
Hetherington, Peter
( 03.07.2013 13:12 )
Un urbanista americano, curiosamente noto soprattutto per essere stato preso a pugni da una contestatrice durante un'assemblea pubblica, ha anche parecchio altro da dire sulla professione, e il ruolo nella città e la società. The Guardian, 2 luglio 2013 (f.b.) -->
Bottini, Fabrizio
( 29.06.2013 10:53 )
C'è qualcosa che non torna nell'entusiasmo da un lato per tutte le possibili tecnologie smaterializzanti dell'universo, dall'altro nel permanere di una cultura degli spazi a dir poco novecentesca, industriale, segregata. Quanto c'è di malafede, e quanto di ignoranza? -->
Bottini, Fabrizio
( 28.04.2013 09:12 )
Il successo dei progetti di trasformazione urbana, come suggerisce il buon senso, dipende dal loro essere urbani, inseriti in un contesto ampio con cui entrano in sinergia. Ma il peggior cieco è chi non vuol vedere ciò che gli sta attorno -->
Walker, Alissa
( 02.04.2013 19:44 )
Vivere e camminare a Los Angeles, senza un'automobile, è compatibile con un'esistenza umana. Figuriamoci qui da noi. Los Angeles Magazine, 29 marzo 2013 -->
Vitullo-Martin, Julia
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I problemi insediativi, ambientali, socioeconomici, di qualità della vita, e infine politici, posti dal nuovo ruolo del cibo nella metropoli del terzo millennio. Non è il caso, come intuito in fondo dall'Expo milanese, di porre al centro la questione? Spotlight on the Region, marzo 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 30.03.2013 08:50 )
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