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I cromosomi sono di destra o di sinistra?
Data di pubblicazione: 15.01.2013

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Come sa chiunque ci badi un momento, non è proprio vero che destra e sinistra hanno contorni sfumati: basta guardarle con occhi disincantati, come succede con un editoriale pubblicato oggi dal Corriere della Sera

Il titolone dell'editoriale sul Corriere della Sera salta davvero agli occhi, visti i caratteri cubitali maiuscoli: LA QUESTIONE FEMMINILE. Fa un po' saltare sulla sedia, specie se si è aperta la copia digitale sullo schermo invece del cartaceo, e mentre si prova a zoomare si inizia magari a chiedersi a chi sarà stato affidato quell'editoriale. All'esule parigina Rossana Rossanda, che con la sua prospettiva un po' distaccata ma attenta ed europea è stata clamorosamente e recentemente ospitata proprio dal Corriere (anziché da ripudiato manifesto) per un ricordo personale ma di grande interesse nazionale? O magari a un'esperta indiscussa di questione femminile, magari dei problemi della famiglia, del welfare allargato, come una Chiara Saraceno, a chiarire quali possano essere le prospettive di genere alla vigilia delle elezioni parlamentari?

Macché: lo zoom a schermo fa saltare in primo piano le quantomeno sconcertanti firme degli ubiqui guru socioeconomici, o meglio ecosociologici, Francesco Giavazzi e Alberto Alesina, decisi a darci la linea di una loro personale idea del ruolo principale della donna nella società. Che, ci spiegano col l'altrettanto classica dovizia di dati e cifre, come tutto il problema dell'integrazione piena della donna nella società del terzo millennio sta nelle imposte sul lavoro femminile. Solo così si va oltre la figura antiquata dell'angelo del focolare, inchiodata a ruoli preindustriali di madre e servetta domestica, liberando finalmente le energie dei milioni di donne e ragazze che, dimostrano le solite cifre, primeggiano in tutti i campi dello scibile, anche in quelli sacri più appetiti dalle imprese finanziarie, tecnologiche, di ricerca e compagnia bella.

Se qualcuno poteva avere dubbi a proposito, alcuni brevi ma espliciti passaggi dell'editoriale chiariscono che tutte le storie sull'assenza di servizi e welfare sono solo cortina fumogena: è solo un problema di arretratezza culturale, e ovviamente di tasse sul lavoro. Il che sarà anche vero, ma solo ed esclusivamente nella prospettiva proposta come universale dai guru Giavazzi e Alesina, e da chi li ha collocati su quel pulpito.

La questione femminile, per quanto ne capisce uno che femmina non è nato e non lo è nemmeno diventato poi, è questione di cittadinanza piena, una cittadinanza che il ruolo di angelo del focolare ostacola materialmente obbligando le donne a farsi carico di lavori non pagati, di ruoli complementari, di tempo sottratto ad altre attività o propensioni. E la soluzione, almeno l'unica che la nostra società democratica ha escogitato prima del lampo di genio dei due editorialisti, si chiama da un lato welfare in senso lato (spazi, servizi, culture), dall'altro un atteggiamento complessivo teso a non assegnare automaticamente ruoli di serie B o C nella famiglia, nella società, nel lavoro.

E per quanto riguarda il lavoro, il compito sarebbe dei datori di lavoro, che questa cosa la dovrebbero fare gratis, non pretendendo in cambio qualche sgravio. Le ragazze sono tanto documentatamente più brave come tecnici, amministratrici, manager? Proponete loro un contratto identico, o migliore, di quello dei colleghi maschi, forse un po' troppo aggressivi e accecati dal testosterone, chissà. Ma forse è un po' più sottile la faccenda, delle sole tattiche fiscali preelettorali, e riguarda proprio l'annosa differenza fra destra e sinistra, ormai rinnegata infinite volte e molto prima che il gallo canti.

L'approccio che vede al centro il welfare è soprattutto pubblico, richiede investimenti pubblici (da finanziare con le tasse) ed è teso a liberare e valorizzare il tempo del cittadino, della cittadina nel caso specifico. Quello economicista vede la donna solo come un paio di braccia inopinatamente strappate alla produttività nelle fabbriche, negli uffici, nei servizi (all'impresa) da antiche catene, che si possono spezzare con la solita panacea dei tagli alle tasse, e ai servizi pubblici.

Così la nostra brillante laureata potrà diventare megadirettore galattico di qualche multinazionale, guadagnare il doppio di Marchionne e metterlo alla porta se non è bravo a sufficienza a sfornare automobili e profitti. Se poi è mamma, nel tempo che resta, con quello stipendio garantito anche dai tagli alle tasse sul lavoro femminile potrà pagarsi tutti i servizi privati che le garantisce il suo rango. Ad esempio i giardinetti ex pubblici privatizzati dall'amministrazione comunale di Bologna, che per ristrettezze di bilancio non può più garantire la gratuità del servizio, così dicono loro. Si sa, se continuiamo a tagliare da una parte, tutto va a finire dall'altra. O a sinistra, o a destra, insomma.

Francesco Giavazzi, Alberto Alesina, LA QUESTIONE FEMMINILE

L'Italia non sta utilizzando al meglio una parte importante del suo capitale umano, le donne. È una perdita colossale per la nostra economia. Quando studiano, le ragazze italiane sono più brave dei ragazzi, in tutte le materie. I dati del programma Pisa (Programme for international student Assessment, l'indagine promossa dall'Ocse — l'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico — allo scopo di misurare le competenze degli studenti in matematica, scienze, lettura e abilità nel risolvere problemi) mostrano che a 15 anni le ragazze italiane raggiungono punteggi di gran lunga superiori ai maschi in «abilità di lettura» (510 contro 464, una differenza enorme) ma anche in «abilità scientifica» (490 contro 488). Solo in matematica le ragazze fanno un po' meno bene dei maschi.

Non è da escludere che questo sia un effetto indotto da una cultura che assegna a ragazzi e ragazze ruoli diversi: «La matematica è una cosa da uomini». Lo si vede nella scelta dell'università: il 76% delle matricole delle facoltà umanistiche sono donne; nelle scientifiche solo il 37%. Questa scelta probabilmente riflette anch'essa stereotipi culturali. Perché laurearsi in fisica nucleare per poi fare la casalinga? Meglio studiare poesia. Quando però le donne si iscrivono a una facoltà scientifica, spesso sono più brave: alla Federico II di Napoli, ad esempio, il 37% delle ragazze si laurea con 110 e lode, contro il 24% dei maschi.

La partecipazione alla forza lavoro delle donne in Italia è tra le più basse dei Paesi Ocse e la più bassa in Europa. Nel 2011 solo 52 donne italiane su 100, fra i 15 e i 64 anni, lavoravano o cercavano attivamente un lavoro. In Spagna erano 69, in Francia 66, in Germania 72, in Svezia 77. Solo in Messico e Turchia erano meno che in Italia. È vero che le donne più giovani lavorano di più: ad esempio, nella classe di età 35-44, il tasso di partecipazione è aumentato di 5 punti in un decennio. Ma rimane 15 punti inferiore al corrispondente tasso tedesco.

Il motivo di queste differenze straordinarie è che in Italia la divisione dei compiti tra lavoro domestico e lavoro retribuito sul mercato è più sperequata fra uomo e donna. La donna lavora in casa, il marito o il compagno in fabbrica, o in ufficio, sebbene, come abbiamo visto, il capitale umano delle donne giovani sia in media più alto di quello degli uomini. Insomma, troppe donne con grandi potenzialità non le sfruttano. I dati lo dimostrano chiaramente. All'interno delle mura domestiche le donne italiane fanno molto di più dei loro compagni: 6,7 ore di lavoro casalingo al giorno contro meno di 3 ore. Sommando il lavoro nel mercato e a casa, sono gli uomini ad apparire cicale mentre le donne, come formiche operose, lavorano quasi 80 minuti al giorno in più dei loro compagni. E questo accade indipendentemente dal livello di istruzione: è vero sia per le donne con la licenza elementare che per le laureate.

Perché le donne italiane lavorano così poco fuori casa? Si dice perché non ci sono abbastanza asili nido gratuiti o sussidiati. Magari fosse così semplice! In primo luogo tutte le donne in Italia lavorano meno che in altri Paesi, non solo le giovani madri. Inoltre, in molti casi, i bambini non verrebbero mandati al nido neanche se questo fosse gratuito perché si pensa che sia la mamma a doversi occupare dei figli piccoli.
Ci si aspetterebbe che il nostro fosse un Paese con un alto tasso di natalità.
E, invece, tanta attenzione per i figli non si riflette in tassi di fertilità altrettanto elevati: anzi, la fertilità è molto più alta in Svezia, dove quasi tutte le donne lavorano (1,9 figli per donna), che in Italia (1,4).
Insomma, le ragioni della scarsa partecipazione al lavoro sono molto più profonde: hanno a che fare con la nostra cultura, che assegna alla donna il ruolo di «angelo del focolare» e all'uomo quello di produttore di reddito. Ma il risultato è che tanti uomini mediocri fanno un mediocre lavoro in ufficio; un lavoro che le loro mogli casalinghe farebbero molto meglio perché hanno più capitale umano. Inoltre, al momento degli scatti di carriera spesso le imprese preferiscono gli uomini; magari non semplicemente per discriminazione di genere, ma perché sanno che in caso di conflitto fra esigenze familiari e aziendali un uomo sarà più disposto di una donna ad anteporre le esigenze dell'azienda a quelle della famiglia. Il risultato è che il capitale umano del nostro Paese è sottoutilizzato perché quello femminile è usato poco e male.

La famiglia rimane un'istituzione fondamentale della società, nessuno lo nega. Ma il punto è che in Italia, più di ogni altro Paese europeo, il carico della famiglia è troppo sbilanciato sulla donna. Fino a quando non si aggiusta questa equazione non si fanno passi avanti. Sia chiaro: ci stiamo muovendo su un terreno minato, che sfiora il dirigismo culturale. Forse gli italiani (uomini e donne) sono contenti così. Cioè sono contenti di una distribuzione del lavoro domestico e nel mercato tanto sbilanciata. Se così fosse, non c'è alcun motivo per cui il legislatore debba intervenire.

Ma siamo proprio sicuri che le donne italiane siano così felici di assumersi carichi domestici che paiono ben superiori a quelli delle donne di altri Paesi europei? Siamo così sicuri che tutte le donne siano contente di non essere promosse nel lavoro perché devono farsi carico della famiglia (non solo dei figli, anche di genitori e parenti anziani) praticamente da sole?
Forse no, e allora il prossimo governo dovrà mettere la questione del lavoro femminile al centro del suo programma. Proposte ce ne sono. Ad esempio uno di noi (Alesina, insieme ad Andrea Ichino) ha da tempo suggerito vari metodi per detassare il lavoro femminile e favorire la partecipazione al lavoro delle donne. Si deve anche pensare a un uso molto più flessibile del part-time per facilitare la gestione familiare, come nei Paesi nordici, dove il part-time è molto più diffuso che da noi. Attenzione però: part-time sia per uomini che per donne, appunto per riequilibrare i ruoli nella famiglia.
Mario Monti nella sua Agenda ha ricordato il problema del ruolo della donna nella nostra società. Il prossimo governo dovrà partire proprio da lì.








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Il sito di Edoardo Salzano
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Bottini, Fabrizio
( 08.10.2013 09:04 )
Per motivi tecnici mi sono provvisoriamente trasferito sul sito Millennio Urbano che (tra l'altro) contribuisco a rilanciare dopo un periodo di transizione -->
Bottini, Fabrizio
( 08.09.2013 10:07 )
Da un paio di secoli l'umanità cerca di misurarsi in con la gigantesca ameba metropolitana scatenata dai cicli di industrializzazione: urbanisti, sociologi, scrittori, ora un regista. Ma la cultura italiana mica ci arriva
-->
Barzi, Michela
( 26.08.2013 09:34 )
Le diffidenze leghiste per le diversità si manifestano naturalmente con maggiore evidenza là dove il partito governa e imperversa. Ma si tratta di una cultura pervasiva, per nulla limitata a quei territori e probabilmente neppure limitata a quell'area politica, pronta a ripresentarsi in diversi contesti -->
( 22.08.2013 19:29 )
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Bottini, Fabrizio
( 20.08.2013 18:49 )
La globalizzazione significa soprattutto (che piaccia o meno) essere ineluttabilmente inseriti in un flusso di decisioni interrelate: la tutela delle coste nella nostra bagnarola mediterranea, per esempio -->
Eisenberg, Richard
( 10.08.2013 10:28 )
Recensionee intervista su uno dei tanti libri americani dedicati a una questione che dovrebbe però interessare molto di più anche il resto del mondo: l'immaginario collettivo sull'abitare e i suoi risvolti sociali e ovviamente ambientali. Di fatto ci sono intere generazioni cresciute nel mito antiurbano, che deve essere in qualche modo superato, insieme al tipo di consumi che si porta dietro. Forbes, 9 agosto 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 21.07.2013 09:45 )
C'è sempre qualcosa di affascinante, e al tempo stesso inquietante, nel modo in cui ci adattiamo, o proviamo a adattarci, ai mutamenti ambientali del mondo che ci circonda. Specie quando si tratta di trasformazioni consapevolmente indotte da altri, per motivi affatto umanitari -->
Bottini, Fabrizio
( 16.07.2013 08:35 )
Oltre a dire qualcosa di sinistra, come auspicano e chiedono in tanti da troppo tempo, c'è anche un'altra possibilità: quella di fare concretamente, qualcosa di sinistra, ovvero mettere in pratica e verificare gli alti principi. C'è qualche vago segnale in questo senso, basta guardarlo -->
Bottini, Fabrizio
( 11.07.2013 08:13 )
Che fare quando le migliori (e celebrate) idee si dimostrano carenti? Negare l'evidenza, oppure provare a rifletterci sopra davvero, cercando di capire se e dove esiste qualcosa di sbagliato nel modello, o nella nostra interpretazione? -->
Hetherington, Peter
( 03.07.2013 13:12 )
Un urbanista americano, curiosamente noto soprattutto per essere stato preso a pugni da una contestatrice durante un'assemblea pubblica, ha anche parecchio altro da dire sulla professione, e il ruolo nella città e la società. The Guardian, 2 luglio 2013 (f.b.) -->
Bottini, Fabrizio
( 29.06.2013 10:53 )
C'è qualcosa che non torna nell'entusiasmo da un lato per tutte le possibili tecnologie smaterializzanti dell'universo, dall'altro nel permanere di una cultura degli spazi a dir poco novecentesca, industriale, segregata. Quanto c'è di malafede, e quanto di ignoranza? -->
Bottini, Fabrizio
( 28.04.2013 09:12 )
Il successo dei progetti di trasformazione urbana, come suggerisce il buon senso, dipende dal loro essere urbani, inseriti in un contesto ampio con cui entrano in sinergia. Ma il peggior cieco è chi non vuol vedere ciò che gli sta attorno -->
Walker, Alissa
( 02.04.2013 19:44 )
Vivere e camminare a Los Angeles, senza un'automobile, è compatibile con un'esistenza umana. Figuriamoci qui da noi. Los Angeles Magazine, 29 marzo 2013 -->
Vitullo-Martin, Julia
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I problemi insediativi, ambientali, socioeconomici, di qualità della vita, e infine politici, posti dal nuovo ruolo del cibo nella metropoli del terzo millennio. Non è il caso, come intuito in fondo dall'Expo milanese, di porre al centro la questione? Spotlight on the Region, marzo 2013 -->
Bottini, Fabrizio
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