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La partecipazione pubblica e i rischi di un coinvolgimento sopra le righe
Data di pubblicazione: 27.01.2013

Autore:

L'enfasi spesso del tutto acritica, sui processi di coinvolgimento dei cittadini nelle scelte anche complesse che li riguardano, può banalizzare le medesime scelte, o in alternativa prefigurare scenari inattuabili per mancanza di idee chiave, che mancano ai non professionisti. PlaceShakers, gennaio 2013

Titolo originale: Public Process and the Perils of Dismissive Engagement - Scelto e tradotto da Fabrizio Bottini

“Cosa vorresti qui?” Eccolo.
La domanda più sciocca in assoluto durante i laboratori di progettazione partecipata. E una domanda che si replica di continuo. “Stiamo preparando il piano di riqualificazione del centro. Cosa vorreste metterci?” Una pazzia. In una singola domanda secca, chi sta gestendo quel laboratorio apre la strada ad ogni genere di aspirazione, e al tempo stesso mette in secondo piano quelle che sono le particolari competenze dell'urbanistica.

È famosa quella frase di Steve Jobs che dice “Molte volte la gente non sa quel che vuole, finché non glie lo fai vedere”. Che non significa non essere in grado di dar senso ai propri desideri e aspirazioni. La gente riesce benissimo a individuare cosa vuol fare, o quali problemi occorre risolvere, ma poi non ha necessariamente le competenze per trovare la migliore soluzione.

Però quando la vede la capisce. Così è nato lo iPhone, non perché fosse stato commissionato e prodotto da gruppi organizzati, ma perché Jobs è sempre stato un acuto osservatore e costante innovatore. Capiva come sfruttare la sua passione per il progetto rispondendo a bisogni e desideri quasi universali della nostra epoca. Quando chiediamo “Cosa vorreste lì?” facciamo capire che tutte le proposte in teoria sono ottime. Varrebbe la pena di realizzarle tutte, anche se sappiamo benissimo che non si potrà.

Portiamo la gente a convincersi che se chiede una biblioteca là ci sarà una biblioteca, indipendentemente dal fatto che serva o no, o che ci siano i soldi o no, o che esista la volontà politica di farla. Disegniamo quel bar, quel negozio di alimentari, senza pensare alle vere richieste del mercato, senza tener conto del fatto che poi non deciderà certo il comune cosa farci là dentro.

Eseguiamo ordini invece di guidare i partecipanti verso le necessarie risposte. E togliamo così valore al processo di partecipazione, evitando di stimolare il tipo di informazioni che poi produce dibattiti fruttuosi. Oppure obbliga a scontrarsi gli interessi contrastanti, o a parlare dei bilanci risicati, o dell'impossibilità di attuazione. Chiedendo “Cosa volete lì?” chiediamo solo un elenco di desideri che non potranno mai essere esauditi in quel modo.

Dobbiamo fare di meglio. Dobbiamo svolgere in modo più efficace un ruolo da psicanalista, scavare sino alle informazioni davvero utili: che tipo di cose vorrebbero poter fare i cittadini? Quali sono i problemi più gravi su cui intervenire in qualche modo? Quali possibili ffetti collaterali della trasformazione temono di più? Cosa potrebbe fare l'amministrazione?

Sono queste le domande che portano a criteri di progetto che abbiano un senso. E quindi a progetti sensati. La gente non è esperta di urbanistica, però è la massima esperta della propria vita. Capire i suoi desideri, bisogni, preoccupazioni, rispondere con progetti realistici, questo è il vero obiettivo dei processi di partecipazione. E voi cosa ne pensate? Che tecniche usate, per provare a andare oltre quel “cosa vi piacerebbe?”








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Il sito di Edoardo Salzano
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Bottini, Fabrizio
( 08.10.2013 09:04 )
Per motivi tecnici mi sono provvisoriamente trasferito sul sito Millennio Urbano che (tra l'altro) contribuisco a rilanciare dopo un periodo di transizione -->
Bottini, Fabrizio
( 08.09.2013 10:07 )
Da un paio di secoli l'umanità cerca di misurarsi in con la gigantesca ameba metropolitana scatenata dai cicli di industrializzazione: urbanisti, sociologi, scrittori, ora un regista. Ma la cultura italiana mica ci arriva
-->
Barzi, Michela
( 26.08.2013 09:34 )
Le diffidenze leghiste per le diversità si manifestano naturalmente con maggiore evidenza là dove il partito governa e imperversa. Ma si tratta di una cultura pervasiva, per nulla limitata a quei territori e probabilmente neppure limitata a quell'area politica, pronta a ripresentarsi in diversi contesti -->
( 22.08.2013 19:29 )
Gli spazi simbolo del ceto medio e dei suoi consumi opulenti, diventano sacche di disagio, come dimostra il compendio di ricerche della Brookings Institution sintetizzate in un volume. Il problema è di superare la logica di questo tipo di espansione urbana, e tornare a un modello integrato di città. Dalla rivista universitaria Knowledge Wharton, agosto 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 20.08.2013 18:49 )
La globalizzazione significa soprattutto (che piaccia o meno) essere ineluttabilmente inseriti in un flusso di decisioni interrelate: la tutela delle coste nella nostra bagnarola mediterranea, per esempio -->
Eisenberg, Richard
( 10.08.2013 10:28 )
Recensionee intervista su uno dei tanti libri americani dedicati a una questione che dovrebbe però interessare molto di più anche il resto del mondo: l'immaginario collettivo sull'abitare e i suoi risvolti sociali e ovviamente ambientali. Di fatto ci sono intere generazioni cresciute nel mito antiurbano, che deve essere in qualche modo superato, insieme al tipo di consumi che si porta dietro. Forbes, 9 agosto 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 21.07.2013 09:45 )
C'è sempre qualcosa di affascinante, e al tempo stesso inquietante, nel modo in cui ci adattiamo, o proviamo a adattarci, ai mutamenti ambientali del mondo che ci circonda. Specie quando si tratta di trasformazioni consapevolmente indotte da altri, per motivi affatto umanitari -->
Bottini, Fabrizio
( 16.07.2013 08:35 )
Oltre a dire qualcosa di sinistra, come auspicano e chiedono in tanti da troppo tempo, c'è anche un'altra possibilità: quella di fare concretamente, qualcosa di sinistra, ovvero mettere in pratica e verificare gli alti principi. C'è qualche vago segnale in questo senso, basta guardarlo -->
Bottini, Fabrizio
( 11.07.2013 08:13 )
Che fare quando le migliori (e celebrate) idee si dimostrano carenti? Negare l'evidenza, oppure provare a rifletterci sopra davvero, cercando di capire se e dove esiste qualcosa di sbagliato nel modello, o nella nostra interpretazione? -->
Hetherington, Peter
( 03.07.2013 13:12 )
Un urbanista americano, curiosamente noto soprattutto per essere stato preso a pugni da una contestatrice durante un'assemblea pubblica, ha anche parecchio altro da dire sulla professione, e il ruolo nella città e la società. The Guardian, 2 luglio 2013 (f.b.) -->
Bottini, Fabrizio
( 29.06.2013 10:53 )
C'è qualcosa che non torna nell'entusiasmo da un lato per tutte le possibili tecnologie smaterializzanti dell'universo, dall'altro nel permanere di una cultura degli spazi a dir poco novecentesca, industriale, segregata. Quanto c'è di malafede, e quanto di ignoranza? -->
Bottini, Fabrizio
( 28.04.2013 09:12 )
Il successo dei progetti di trasformazione urbana, come suggerisce il buon senso, dipende dal loro essere urbani, inseriti in un contesto ampio con cui entrano in sinergia. Ma il peggior cieco è chi non vuol vedere ciò che gli sta attorno -->
Walker, Alissa
( 02.04.2013 19:44 )
Vivere e camminare a Los Angeles, senza un'automobile, è compatibile con un'esistenza umana. Figuriamoci qui da noi. Los Angeles Magazine, 29 marzo 2013 -->
Vitullo-Martin, Julia
( 30.03.2013 19:30 )
I problemi insediativi, ambientali, socioeconomici, di qualità della vita, e infine politici, posti dal nuovo ruolo del cibo nella metropoli del terzo millennio. Non è il caso, come intuito in fondo dall'Expo milanese, di porre al centro la questione? Spotlight on the Region, marzo 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 30.03.2013 08:50 )
È passato più di un secolo da quando i futuristi volevano spazzar via tutta l'anticaglia che faceva da zavorra al progresso umano, e nel frattempo si è capito che non tutto è anticaglia e non tutto è zavorra. Però adesso un po' si esagera, in tutto il mondo, con le ideologie antimoderniste su misura -->

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