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Miseria della filosofia e deserti alimentari
Data di pubblicazione: 19.02.2013

Autore:

Fra gli effetti più micidiali del rinnovo urbano statunitense – nel segno dell'auto e della segregazione funzionale e sociale - a cavallo della metà del '900, il formarsi di immense aree prive di servizi anche commerciali. Adesso però arriva, travestito da nuova ricerca scientifica, una specie di negazionismo urbano

Quando a partire dagli anni '40, più o meno, negli Stati Uniti anche il pensiero urbanistico subiva una specie di azzonamento mentale, tutti lo trovavano molto ovvio, scientifico persino progressista oltre che efficientista. In fondo era l'inverarsi di una specie di profezia, quella involontariamente tracciata negli schemi stradali a griglia regolare di tutte le espansioni urbane: da un lato si rendevano accessibili gli immensi territori extraurbani servendoli di vie spaziose e collegate al nucleo centrale, dall'altro anche la zona vecchia si poteva adeguare e rendere più moderna e ariosa, allineando i vecchi vicoli di origine campestre ai lunghi rettifili. L'automobilismo di massa e certa cultura razionalista di importazione europea, letta in modo quantomeno riduttivo nel nuovo continente, hanno fatto il resto. Da un lato lo sviluppo dei quartieri suburbani coi baccelli di stradine chiuse, trionfo della micro-privatizzazione familiare e rigorosamente residenziale. Dall'altro gli sventramenti dello urban renewal molto simili a quelli ottocenteschi, salvo le autostrade urbane e la maggiore segregazione sociale, che in tanti casi ha significato anche razziale. Così si pongono le basi dei cosiddetti deserti alimentari.

Tecnicamente si chiama deserto alimentare un posto dove non si trova nulla da mangiare. Concetto spesso recuperato anche nelle più recenti sperimentazioni di risanamento urbano e sociale con orti di quartiere, o con sperimentazioni tecnologiche come la Growing Power di Will Allen: il mercato ci nega un servizio vitale, ma noi ce lo riprendiamo autogestendoci gli spazi e le attività. Più semplicemente, anche l'amministrazione di New York ha provato col programma F.R.E.S.H. a coordinare in un approccio più privatistico in senso classico, gli incentivi a normali negozi e supermercati alimentari perché si vadano a collocare a distanze ragionevoli dalla loro clientela, meglio se offrendo posti di lavoro locali, e comunque garantendo cibi freschi per la comunità, invece delle merendine e fast-food industriali e malsani

La vera questione è che lasciando che il cosiddetto mercato faccia liberamente il suo corso, sia nei quartieri centrali poveri o inner cities, sia nei baccelli suburbani di ceto medio, la grande distribuzione commerciale agisca secondo proprie logiche urbanisticamente perverse, perseguendo il modello della massima concentrazione, grandi superfici, importanti investimenti e continua ricerca di spazi sostanzialmente non regolamentati. Su questo sito per esempio si è parlato anche recentemente della goffaggine con cui le catene big-box come Target entrano nei mercati urbani, evidentemente capendone le potenzialità in termini di concentrazione della capacità di spesa, ma strutturalmente incapaci di entrare in sintonia con lo stile di vita della grande città, con il particolare rapporto fra spazi, tempi, modi di acquisto. Una rigidità che sostanzialmente ha fatto ritirare quasi tutti i principali marchi della distribuzione alimentare dalle inner cities, dove pure avrebbero una clientela sterminata, che pur non ricca non manca certo delle risorse necessari per comprarsi frutta, verdure, formaggi, carne e uova fino a scoppiare.

La questione insomma, come racconta abbastanza chiaramente anche la serie di diapositive del progetto F.R.E.S.H. che ho tradotto in italiano a suo tempo qui su Mall, è di politiche urbane integrate: incentivi fiscali, agevolazioni urbanistiche, animazione sociale e informazione, tutto mirato a rivitalizzare i quartieri. Prima che la situazione precipiti nel tipo di degrado estremo in cui poi sono costretti ad operare progetti pilota come Growing Power o gli orti autogestiti di Detroit. Ma adesso improvvisamente arrivano i nostri, o meglio i loro. In soccorso degli ideologi urbani un po' destrorsi alla Glaeser e compagnia bella, c'è un bello studio scientifico pubblicato dalla rivista di medicina del territorio Health and Place che pare fatto apposta per rimescolare le acque. Intendiamoci: per quanto se ne capisce si tratta di una ricerca seria, sistematica, e con obiettivi certamente condivisibili in linea di massima. Ma che indirettamente allontana la prospettiva dalla logica territoriale complessa a cui si era fatto riferimento sinora, ovvero che è il sistema di segregazione funzionale e sociale perseguito, a provocare tutto, inclusa ad esempio una certa rete di trasporti e rapporti casa-lavoro. Ma vediamo di cosa si tratta.

L'articolo pubblicato dalla rivista scientifica si intitola Using urban commuting data to calculate a spatiotemporal accessibility measure for food environment studies e vuole proporre ufficialmente una specie di visione più realistica dei deserti alimentari. Purtroppo lo fa prescindendo esattamente dalla composizione funzionale e dal sistema di segregazione dei quartieri. La tesi è che considerare i deserti alimentari come tali non descriva la realtà. Vero, dicono gli autori, in tantissime zone i negozi alimentari sono lontani, arrivarci a volte scomodissimo, quasi impossibile, e comunque costoso e disincentivante. Per prevenire ad esempio tutte le malattie sociali da pessima alimentazione, obesità, problemi cardiocircolatori ecc. determinate da questo stato delle cose, è fondamentale garantire accessibilità a cibi sani e freschi. Ma … Ma, si conclude la premessa, il deserto alimentare smette di essere tale, o se ne attenuano gli effetti, se noi calcoliamo un altro fattore: gli spostamenti pendolari in macchina degli abitanti per cause di lavoro o assimilate, che li portano già in altri luoghi della città serviti da ottimi e convenienti negozi dove possono fare i loro acquisti. Dove anzi li fanno già, volendo. Ergo per capire quali popolazioni siano “servite” e quali no, e quindi a rischio per la salute, bisogna anche calcolare il fattore spostamenti. Il che, detto fra noi, a me pare una scientifica presa per i fondelli.

Perché, ricapitolando, abbiamo dei quartieri centrali urbanisticamente e socialmente degradati, dove si fatica ad accedere a qualunque cosa non sia casa propria, o qualche prato spelacchiato che nei piani urbanistici è classificato come verde pubblico ma quasi sempre occupato più o meno militarmente da bande giovanili. Queste inner cities altro non sono se non l'immagine speculare del suburbio di ceto medio bianco, che si è formato a partire dagli anni '50 sottraendo investimenti alle zone centrali. Quindi i due fenomeni sono ancora più strettamente correlati, la ricchezza di uno è funzione della povertà dell'altro. L'altra cosa che hanno in comune è la segregazione residenziale, però nel caso del suburbio si tratta di una scelte di tutela della cosiddetta privacy familiare, anche a costo di squilibri mica da poco tipo casalinghe disperate. Poi la famiglia di ceto medio socializza facendo spesa e passeggio al centro commerciale ben lontano da casa, dove va con una o più delle varie auto che possiede. Un comportamento che nel quartiere popolare centrale si possono permettere in pochi. Ma ovviamente anche da lì la gente si muove, ad esempio per andare a lavorare: in questo è identica ai cugini eleganti del suburbio, se non altro perché non c'è alternativa.

E cosa fanno, i nostri scienziati della sanità territoriale? Diciamo, a essere proprio gentili, che sembrano scordarsi quasi del tutto il fattore territorio, per concentrarsi su quello sanitario e dei comportamenti. Perché, in nome di una discutibile esaustività della ricerca, saltano a piedi pari decenni di dibattito spiegandoci che non c'è deserto alimentare quando un abitante centrale, come del resto un abitante suburbano, può accedere facendo il pendolare a un negozio alimentare. In pratica è come dire qualcosa tipo: non è vero che lì non ci sono giardini, tantissimi abitanti i giardini li frequentano eccome, solo che si fanno mezz'ora in macchina per arrivarci, che differenza c'è?
Eh no, cari Michael J. Widener, Steven Farber, Tijs Neutens, Mark W. Horner, la differenza c'è, eccome se c'è! Sta nella qualità complessiva della vita nel quartiere, di cui l'aspetto dell'accessibilità ai negozi alimentari è uno dei fondamenti. L'accessibilità quella vera, non via superstrada o internet. Forse non lo sapete, o fate finta di non saperlo per motivi misteriosi, cari scienziati, ma gli esseri umani non si compongono di un mucchietto di organi incollati insieme. Anche l'obesità e le malattie cardiocircolatorie, motore delle ricerche a cui volete dare il vostro contributo, non dipendono solo da ciò che ci si caccia in bocca all'ora del pasto o dei troppi spuntini intermedi.

I pasti si mescolano inestricabilmente con la nostra giornata, i suoi tempi e i suoi luoghi. Avere un quartiere vario e stimolante, grazie anche alla presenza dei negozi di prima necessità, luoghi di incontro, passeggio, relazione, informazione. Avere una rete di spazi pubblici fruibili a piedi o in bicicletta, fra la nostra abitazione privata e i servizi commerciali e non che vogliamo raggiungere. Un deserto è un luogo dove non ci sono questi spazi queste funzioni e queste relazioni. A suo modo anche il suburbio borghese ha carenze simili, che però sfociano in patologie un po' diverse, per via del contesto fisico e socioeconomico diverso. Voi ancora all'alba del terzo millennio praticate, in stile un po' anni '50, una rigida segregazione funzionale. Gli urbanisti allora dividevano in modo rigido le case, dalle fabbriche, dai negozi, i percorsi automobilistici da quelli pedonali, universi paralleli sostanzialmente estranei l'uno all'altro salvo gli uomini che li tagliavano trasversalmente nella loro faticosa giornata. Voi avete, per così dire, fatto lo stesso con lo stomaco: lo stomaco sta benissimo se spostandolo di venti chilometri si può riempire di cibi freschi e sani.

Peccato appunto che attorno allo stomaco ci sia tutto il resto, fino al quartiere. E peccato, che decenni di studi non entrino nelle specializzatissime zucche che potrebbero aiutarci nel progresso, e invece qui sembra diano una mano ai peggiori reazionari. Quelli che vogliono detassare la benzina e si risolve tutto, e il cambiamento climatico l'hanno inventato gli antiamericani comunisti, e via dicendo. Barack Obama conosce benissimo gli scritti di Jane Jacobs, sui motivi storici e profondi della vitalità sociale dei quartieri urbani Forse il Presidente, un po' come fa sua moglie con gli orti biologici, potrebbe iniziare a fare promozione culturale su cosa vuol dire una città sana, a partire dai dipartimenti universitari troppo dotati di paraocchi, e che pubblicano tesi magari involontariamente un po' ardite, come questa.

(qui potete scaricarvi la vostra copia del pdf da Health and Place - se volete cercare l'assai più olistico F.R.E.S.H. promosso tra gli altri dalla solita Amanda Burden, mi pare si trovi nella cartella Urbanistica / Piani e Programmi, o provate a cercare col motore interno)

File allegati

Food_Deserts ( Food_Deserts.pdf 1.73 MB )
Estratto da Heath & Place, "Using urban commuting data to calculate a spatiotemporal accessibility measure for food environment studies"







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Il sito di Edoardo Salzano
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Bottini, Fabrizio
( 08.10.2013 09:04 )
Per motivi tecnici mi sono provvisoriamente trasferito sul sito Millennio Urbano che (tra l'altro) contribuisco a rilanciare dopo un periodo di transizione -->
Bottini, Fabrizio
( 08.09.2013 10:07 )
Da un paio di secoli l'umanità cerca di misurarsi in con la gigantesca ameba metropolitana scatenata dai cicli di industrializzazione: urbanisti, sociologi, scrittori, ora un regista. Ma la cultura italiana mica ci arriva
-->
Barzi, Michela
( 26.08.2013 09:34 )
Le diffidenze leghiste per le diversità si manifestano naturalmente con maggiore evidenza là dove il partito governa e imperversa. Ma si tratta di una cultura pervasiva, per nulla limitata a quei territori e probabilmente neppure limitata a quell'area politica, pronta a ripresentarsi in diversi contesti -->
( 22.08.2013 19:29 )
Gli spazi simbolo del ceto medio e dei suoi consumi opulenti, diventano sacche di disagio, come dimostra il compendio di ricerche della Brookings Institution sintetizzate in un volume. Il problema è di superare la logica di questo tipo di espansione urbana, e tornare a un modello integrato di città. Dalla rivista universitaria Knowledge Wharton, agosto 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 20.08.2013 18:49 )
La globalizzazione significa soprattutto (che piaccia o meno) essere ineluttabilmente inseriti in un flusso di decisioni interrelate: la tutela delle coste nella nostra bagnarola mediterranea, per esempio -->
Eisenberg, Richard
( 10.08.2013 10:28 )
Recensionee intervista su uno dei tanti libri americani dedicati a una questione che dovrebbe però interessare molto di più anche il resto del mondo: l'immaginario collettivo sull'abitare e i suoi risvolti sociali e ovviamente ambientali. Di fatto ci sono intere generazioni cresciute nel mito antiurbano, che deve essere in qualche modo superato, insieme al tipo di consumi che si porta dietro. Forbes, 9 agosto 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 21.07.2013 09:45 )
C'è sempre qualcosa di affascinante, e al tempo stesso inquietante, nel modo in cui ci adattiamo, o proviamo a adattarci, ai mutamenti ambientali del mondo che ci circonda. Specie quando si tratta di trasformazioni consapevolmente indotte da altri, per motivi affatto umanitari -->
Bottini, Fabrizio
( 16.07.2013 08:35 )
Oltre a dire qualcosa di sinistra, come auspicano e chiedono in tanti da troppo tempo, c'è anche un'altra possibilità: quella di fare concretamente, qualcosa di sinistra, ovvero mettere in pratica e verificare gli alti principi. C'è qualche vago segnale in questo senso, basta guardarlo -->
Bottini, Fabrizio
( 11.07.2013 08:13 )
Che fare quando le migliori (e celebrate) idee si dimostrano carenti? Negare l'evidenza, oppure provare a rifletterci sopra davvero, cercando di capire se e dove esiste qualcosa di sbagliato nel modello, o nella nostra interpretazione? -->
Hetherington, Peter
( 03.07.2013 13:12 )
Un urbanista americano, curiosamente noto soprattutto per essere stato preso a pugni da una contestatrice durante un'assemblea pubblica, ha anche parecchio altro da dire sulla professione, e il ruolo nella città e la società. The Guardian, 2 luglio 2013 (f.b.) -->
Bottini, Fabrizio
( 29.06.2013 10:53 )
C'è qualcosa che non torna nell'entusiasmo da un lato per tutte le possibili tecnologie smaterializzanti dell'universo, dall'altro nel permanere di una cultura degli spazi a dir poco novecentesca, industriale, segregata. Quanto c'è di malafede, e quanto di ignoranza? -->
Bottini, Fabrizio
( 28.04.2013 09:12 )
Il successo dei progetti di trasformazione urbana, come suggerisce il buon senso, dipende dal loro essere urbani, inseriti in un contesto ampio con cui entrano in sinergia. Ma il peggior cieco è chi non vuol vedere ciò che gli sta attorno -->
Walker, Alissa
( 02.04.2013 19:44 )
Vivere e camminare a Los Angeles, senza un'automobile, è compatibile con un'esistenza umana. Figuriamoci qui da noi. Los Angeles Magazine, 29 marzo 2013 -->
Vitullo-Martin, Julia
( 30.03.2013 19:30 )
I problemi insediativi, ambientali, socioeconomici, di qualità della vita, e infine politici, posti dal nuovo ruolo del cibo nella metropoli del terzo millennio. Non è il caso, come intuito in fondo dall'Expo milanese, di porre al centro la questione? Spotlight on the Region, marzo 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 30.03.2013 08:50 )
È passato più di un secolo da quando i futuristi volevano spazzar via tutta l'anticaglia che faceva da zavorra al progresso umano, e nel frattempo si è capito che non tutto è anticaglia e non tutto è zavorra. Però adesso un po' si esagera, in tutto il mondo, con le ideologie antimoderniste su misura -->

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