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La Pedemontana Lombarda e i bambini del New Jersey
Data di pubblicazione: 21.02.2013

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Scuotete il Nando Mericoni che c'è in voi: non solo lasciando a casa la macchina, ma sentendovi un sacco eleganti negli stili di vita urbani, anche a prezzo di qualche metro quadro in meno fra camere e soggiorno. Ma non è una moda, è una svolta epocale, solo i cavernicoli non se ne accorgono

Uno dei tasti su cui insiste di più lo schieramento di centrodestra, nazionale e lombardo, nel corso della campagna elettorale 2013, è il tema della cosiddetta eccellenza padana: livello europeo di servizi, grandi infrastrutture per lo sviluppo economico, luminosi risultati e ancora più luminose prospettive per la conoscenza e la ricerca. Esiste però un rovescio della medaglia da tutti riconosciuto, ed è la pessima qualità della vita mediamente indotta da questa eccellenza, che quindi in realtà non si capisce bene quanto sia davvero desiderabile.

Una qualità della vita che, decisamente buona nei poli urbani centrali, sia nel nucleo metropolitano che nei centri minori, crolla man mano ci si allontana dall'ombra del campanile, per inoltrarsi nella cosiddetta Città Infinita. Che come ognuno ben sa per esperienza diretta, magari è abbastanza infinita, ma non è per nulla città. Nel mondo questa cosa si chiama sprawl, da noi lo chiamiamo dispersione (qualcuno, un po' in malafede, città diffusa), ed è la marmellata di svincoli, capannoni, scatoloni commerciali, baccelli di villette chiusi su sé stessi, che punteggia tutta l'area dal pedemonte agli argini della bassa, e da ovest verso est decidete pure voi, tanto è uguale.

Questo sprawl o pseudocittà infinita, secondo le forze politiche ed economiche sinora dominanti, offre una qualità urbana tanto misera perché mancano le infrastrutture. Uno dei cantori più disinvolti del modello, è arrivato addirittura a sostenere nel corso di un dibattito pubblico, che la famosa strage di Erba (marito e moglie che massacrano i vicini per questioni condominiali), magari se ci fossero state più corsie autostradali non sarebbe avvenuta: la strada porta modernità, mentalità aperta, insomma urbanità.

Sembrerebbe un'incredibile forzatura, anzi una palese stronzata in malafede, ma di fatto è il modello di sviluppo socioeconomico-territoriale seguito per decenni, di cui oggi ci godiamo – si fa per dire - i risultati. La crisi come noto pare aver quantomeno rallentato, e parecchio, le trasformazioni territoriali, al punto che tutto il settore delle costruzioni ha partecipato con gran clamore alla cosiddetta, inquietante direi, Giornata della Collera davanti alla Borsa di Milano. Cosa notevole, quasi in contemporanea il presidente dei costruttori locali, nonché della Triennale, De Albertis, scriveva un editoriale del bollettino di categoria intitolato Senza consumo di suolo, in cui salvo la classica richiesta finale di meno lacci e lacciuoli sosteneva tesi abbastanza simili a quelle sin qui relegate nei blog ambientalisti. La Triennale è proprio l'ente che pochi anni fa ospitava la grande mostra e serie di iniziative “La Città Infinita” in sostanza apertamente schierata per lo sviluppo disperso autostradale.

Oggi, di fronte ai vari disastri, un cauto economista dei trasporti come il professor Marco Ponti sostiene (dalle colonne di Libero, non di qualche foglietto sinistrorso) che la spina dorsale dello sprawl presente e futuro, l'autostrada Pedemontana, è meglio lasciarla perdere, e concentrare le poche risorse davvero attivabili in interventi di miglioramento locale della viabilità sul medesimo arco territoriale. Consumo di suolo zero, piccoli interventi di sistemazione rigetto della dispersione urbana come strategia di sviluppo: ma è davvero solo merito della crisi economica, se crollano, uno a uno, i capisaldi che hanno tenuto in piedi il regno di Formigone Primo e dei suoi accoliti e tirapiedi? Non è che rischiamo, passata 'a nuttata, di ritrovarci al punto di prima, coi nostri eroi a spiegarci ma si, abbiamo scherzato, adesso si ricomincia? Parrebbe di no, e una conferma ci arriva anche dal lontano New Jersey. Si si, proprio lo stato famoso in tutto il mondo, padania inclusa, per quelle barriere autostradali di cemento che nei paesi poco civili come il nostro si usano quasi sempre a sproposito.

Nel New Jersey, ultimamente, sono preoccupati per la crisi dei quartieri, dei servizi, della qualità della vita locale. Perché sta succedendo una cosa inattesa: c'è un sacco di gente che scavalca i ponti dell'Hudson e si trasferisce a New York, o ci si avvicina parecchio, traslocando dalle circoscrizioni suburbane dell'entroterra verso la fitta conurbazione che sta ancora sulla sponda occidentale del fiume, ma di fatto è già metropoli al 100%. La cosa potrebbe sembrare banale, no? Da sempre la gente va nella Grande Mela, come nelle strafamose strofette di Frank Sinatra: “Start spreading the news, I'm leaving today, I want to be a part of it, New York, New York”. La cosa curiosa, almeno per gli osservatori americani, è che qui si sta manifestando un fenomeno davvero anomalo, ovvero che a trasferirsi sono coppie appena sposate con bambini piccoli, oppure ci sono coppie del medesimo tipo che invece di involarsi verso un quartiere cul-de-sac e la fatale villetta con giardino, decidono che in fondo ai piccoli il verde va benissimo anche se si chiama giardini pubblici, e che asili e scuole urbane non sono inaccettabili per decreto.

Risultato? Le circoscrizioni suburbane a ovest dell'Hudson, o nel Connecticut, insomma nella vasta regione urbana discontinua che fa capo a New York, si svuotano. Il passo evolutivo della creative class metropolitana di scapoli e nubili di Richard Florida disorienta statistici e amministratori: si accoppiano, si riproducono, ma il nido lo vanno a fare in un posto inatteso, ovvero nelle aree dense, vitali, stimolanti della città. I più espliciti lo dicono molto chiaramente: mettere su famiglia non deve essere l'equivalente dello smettere di vivere, di avere relazioni, di frequentare i cinema, i ristoranti, gli amici. E naturalmente di camminare per strada anziché prendere l'auto appena alzati dal divano del soggiorno, di mangiare fuori e fermarsi ai giardini, di fare spese meno voluminose e magari più varie di quelle classiche massicce da Wal-Mart.

Uno stile di vita che per generazioni è stato relegato ad alcune fasce di ricchi o stravaganti, o troppo poveri per concedersi l'american dream, e che invece ora si conferma in grande crescita: lo dice il censimento, non qualche giornalista di tendenza, e riguarda anche il New Jersey operaio-impiegatizio, non qualche caso eccezionale. Insomma siamo ancora ai segnali, ma paiono proprio inequivocabili: prima il vistoso calo delle immatricolazioni di auto, e la scoperta delle case automobilistiche che il loro prodotto non è più in cima ai sogni degli adolescenti; e adesso si incrina anche l'altro pilastro del mondo da telefilm, la casetta immersa nel verde con mogliettina che saluta il marito in partenza per l'ingorgo dell'ora di punta, rassegnata ad aspettarlo tutto il giorno con la sola compagnia del telefono, o magari della vicina pettegola. Si aggiungano i rapporti sulla migrazione urbana degli uffici centrali di molte imprese, o gli stessi studi della grande distribuzione per nuovi formati commerciali da adattare allo stile di vita cittadino, e qualcosa inizia a chiarirsi.

Quello che è cambiato è il mercato, bellezza, inteso come domanda e offerta, non le nebbie di qualche giochetto da specialisti. Cosa che dovrebbe far pensare, e forse ha già fatto pensare, gli operatori padani, quando attraverso il loro più alto portavoce, dai pulpiti della Triennale e della rivista associativa, dice basta al consumo di suolo, ovvero costruiamo più città. Ma certo la città che hanno in mente i costruttori vuol dire solo più metri cubi su metro quadro, crescere in altezza, densificare: cosa dice la società? Cosa dice la pubblica amministrazione che dovrebbe rappresentarla?

Ecco perché di fronte ai cantieri delle autostrade lombarde fermi per la crisi occorre una riflessione che vada anche oltre la non disponibilità di soldi per terminare le opere. Bisogna chiedersi invece se servono, quelle opere, e la risposta ce la dà indirettamente la citata riflessione di Marco Ponti: usiamo i soldi che ci sono per interventi di ricucitura locale, rinunciando al grande schema pedemontano, non tanto perché non potremmo pagarlo, ma perché non è funzionale a uno sviluppo sostenibile. Le autostrade producono sprawl, da sempre, a volte sono addirittura pensate per questo, come con quella leggina più volte proposta e riproposta proprio in Lombardia, che voleva concedere in deroga agli strumenti urbanistici le fasce laterali delle grandi arterie all'edificazione commerciale, terziaria, produttiva. Adesso dal New Jersey oltre alle barriere di cemento inventate negli anni '50 della suburbanizzazione rampante, ci arriva questo segnale nuovo, della ripresa di uno stile di vita urbano, e val la pena pensare cosa chiedere, alle istituzioni.

In tutti i programmi elettorali compare prima o poi il tema del contenimento del consumo di suolo, ma poi non è chiarissimo né cosa ne facciamo di quel suolo risparmiato, né cosa si fa delle città e dei quartieri esistenti. A ovest dell'Hudson pare restino schiere di villette invendute, a volte pignorate per la crisi dei mutui, a volte ignorate da quelle nuove famiglie che non sanno che farsene del finto sogno immerso nel verde e nel nulla. A est del Ticino che vogliamo fare? Sicuramente elaborare un modello di sviluppo non solo territoriale, ma anche di stili di vita, trasporto, fruizione del servizi, a forte caratterizzazione urbana, che non significa stare tutti in un palazzone tipo Shanghai, come magari pensano i teorici della densificazione al metro cubo su metro quadro. Città è anche tanto verde di buona qualità, è natura e agricoltura integrate nel tessuto residenziale, è distribuzione commerciale capillare e pendolarismo meno esasperante. Come vogliamo pensarlo tutto questo? Per ora, ad esempio, sostenendo le forze che cose del genere le dicono da molti anni, e non se le sono inventate ieri perché è di moda, o perché c'è la crisi. Pensiamoci.

Per chi volesse leggersi la cronaca in diretta dello sconcerto americano davanti alle giovani famiglie che non nidificano come i loro genitori e nonni, Dave Sheingold, NYC beckons new parents as North Jersey suburbs no longer seen as only place to raise kids, North Jersey, 17 febbraio 2013








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Il sito di Edoardo Salzano
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Bottini, Fabrizio
( 08.10.2013 09:04 )
Per motivi tecnici mi sono provvisoriamente trasferito sul sito Millennio Urbano che (tra l'altro) contribuisco a rilanciare dopo un periodo di transizione -->
Bottini, Fabrizio
( 08.09.2013 10:07 )
Da un paio di secoli l'umanità cerca di misurarsi in con la gigantesca ameba metropolitana scatenata dai cicli di industrializzazione: urbanisti, sociologi, scrittori, ora un regista. Ma la cultura italiana mica ci arriva
-->
Barzi, Michela
( 26.08.2013 09:34 )
Le diffidenze leghiste per le diversità si manifestano naturalmente con maggiore evidenza là dove il partito governa e imperversa. Ma si tratta di una cultura pervasiva, per nulla limitata a quei territori e probabilmente neppure limitata a quell'area politica, pronta a ripresentarsi in diversi contesti -->
( 22.08.2013 19:29 )
Gli spazi simbolo del ceto medio e dei suoi consumi opulenti, diventano sacche di disagio, come dimostra il compendio di ricerche della Brookings Institution sintetizzate in un volume. Il problema è di superare la logica di questo tipo di espansione urbana, e tornare a un modello integrato di città. Dalla rivista universitaria Knowledge Wharton, agosto 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 20.08.2013 18:49 )
La globalizzazione significa soprattutto (che piaccia o meno) essere ineluttabilmente inseriti in un flusso di decisioni interrelate: la tutela delle coste nella nostra bagnarola mediterranea, per esempio -->
Eisenberg, Richard
( 10.08.2013 10:28 )
Recensionee intervista su uno dei tanti libri americani dedicati a una questione che dovrebbe però interessare molto di più anche il resto del mondo: l'immaginario collettivo sull'abitare e i suoi risvolti sociali e ovviamente ambientali. Di fatto ci sono intere generazioni cresciute nel mito antiurbano, che deve essere in qualche modo superato, insieme al tipo di consumi che si porta dietro. Forbes, 9 agosto 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 21.07.2013 09:45 )
C'è sempre qualcosa di affascinante, e al tempo stesso inquietante, nel modo in cui ci adattiamo, o proviamo a adattarci, ai mutamenti ambientali del mondo che ci circonda. Specie quando si tratta di trasformazioni consapevolmente indotte da altri, per motivi affatto umanitari -->
Bottini, Fabrizio
( 16.07.2013 08:35 )
Oltre a dire qualcosa di sinistra, come auspicano e chiedono in tanti da troppo tempo, c'è anche un'altra possibilità: quella di fare concretamente, qualcosa di sinistra, ovvero mettere in pratica e verificare gli alti principi. C'è qualche vago segnale in questo senso, basta guardarlo -->
Bottini, Fabrizio
( 11.07.2013 08:13 )
Che fare quando le migliori (e celebrate) idee si dimostrano carenti? Negare l'evidenza, oppure provare a rifletterci sopra davvero, cercando di capire se e dove esiste qualcosa di sbagliato nel modello, o nella nostra interpretazione? -->
Hetherington, Peter
( 03.07.2013 13:12 )
Un urbanista americano, curiosamente noto soprattutto per essere stato preso a pugni da una contestatrice durante un'assemblea pubblica, ha anche parecchio altro da dire sulla professione, e il ruolo nella città e la società. The Guardian, 2 luglio 2013 (f.b.) -->
Bottini, Fabrizio
( 29.06.2013 10:53 )
C'è qualcosa che non torna nell'entusiasmo da un lato per tutte le possibili tecnologie smaterializzanti dell'universo, dall'altro nel permanere di una cultura degli spazi a dir poco novecentesca, industriale, segregata. Quanto c'è di malafede, e quanto di ignoranza? -->
Bottini, Fabrizio
( 28.04.2013 09:12 )
Il successo dei progetti di trasformazione urbana, come suggerisce il buon senso, dipende dal loro essere urbani, inseriti in un contesto ampio con cui entrano in sinergia. Ma il peggior cieco è chi non vuol vedere ciò che gli sta attorno -->
Walker, Alissa
( 02.04.2013 19:44 )
Vivere e camminare a Los Angeles, senza un'automobile, è compatibile con un'esistenza umana. Figuriamoci qui da noi. Los Angeles Magazine, 29 marzo 2013 -->
Vitullo-Martin, Julia
( 30.03.2013 19:30 )
I problemi insediativi, ambientali, socioeconomici, di qualità della vita, e infine politici, posti dal nuovo ruolo del cibo nella metropoli del terzo millennio. Non è il caso, come intuito in fondo dall'Expo milanese, di porre al centro la questione? Spotlight on the Region, marzo 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 30.03.2013 08:50 )
È passato più di un secolo da quando i futuristi volevano spazzar via tutta l'anticaglia che faceva da zavorra al progresso umano, e nel frattempo si è capito che non tutto è anticaglia e non tutto è zavorra. Però adesso un po' si esagera, in tutto il mondo, con le ideologie antimoderniste su misura -->

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