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Mall International (in English)
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Vista con camera
Data di pubblicazione: 24.02.2013

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Proprio mentre esce l'edizione italiana dello strafamoso (e liberista) Trionfo della Città di Edward Glaeser, da un lato è evidente, questo trionfo, dall'altro occorre distinguere (ancora) fra città del capitale e città dei cittadini: le due cose non coincidono affatto, ma il mercato stavolta ci dà una mano

Qualche tempo fa mi sono comportato da vero cafone, in un'occasione che non meritava. Un collega aveva rilasciato un'intervista a un giornale sul tema della densità, e il giornalista come spesso accade aveva banalizzato parecchio, ritagliando qui e là frasi senza dubbio dotate di senso, ma che avulse da quella che sicuramente era stata un'esposizione un pochino più ricca, suonavano proprio male. Scorrendo quell'articolo, un lettore aveva l'impressione che ci fossero voluti decenni di ricerca e studi per capire che se si costruisce in orizzontale (edifici bassi) coi medesimi volumi si occupa molta più superficie che sviluppandosi in verticale (coi cosiddetti grattacieli). Ecco, io l'avevo bistrattata parecchio, quella “teoria” che ovviamente non era tale: ma solo perché il tema della densità è davvero importante di questi tempi.

In tutto il mondo il tema del contenimento del consumo di suolo per funzioni urbane è balzato all'ordine del giorno, se ne parla tantissimo, sia da parte del mondo ambientalista che (e finalmente!) di quello delle costruzioni, è decisamente entrato negli strumenti di pianificazione territoriale, ma resta una gran confusione sull'altro fronte. Ovvero: che fare? Come contenerlo insomma questo consumo di suolo, a parte i vincoli di inedificabilità, e naturalmente la promozione di funzioni più adeguate e coerenti per quegli spazi agricoli e naturali aperti? C'è naturalmente chi la fa facile, troppo facile per essere vera, e con riferimento alle cosiddette teorie della decrescita (che di solito neppure conosce, è una bella parola, suona bene e fa elegante) si inventa uno stop generalizzato allo sviluppo urbano. Uno stop che magari si può pure proporre in alcune circoscritte situazioni locali, ma che non ha alcun senso come metodo generalizzato. Resta in sostanza la soluzione dei costruttori, e di molti economisti, che suona appunto in modo semplicione e piuttosto inquietante come quell'intervista troppo semplificata: costruiamo verso l'alto invece di allargarci sul territorio, stessi metri cubi, meno metri quadri. Scemo e inquietante, come nota chiunque ci rifletta un momento.

Gira per il web di questi tempi una di quelle immagini dei comitati: un murale con un gigante piuttosto goffo, ciccione, brutto e aggressivo, che strappa gli alberi, se li mangia, e caca palazzi a caso alle proprie spalle. L'idea della densificazione in sé e per sé, vorrebbe dire in sostanza dare semplicemente forma a quella montagna di escrementi cementizi, che però escrementi cementizi resterebbero. Alimentando fra l'altro lo stravagante pensiero neo-ruralista inconsapevolmente reazionario, secondo cui costruire città è sempre male, e il passato contadino rappresenta invece la nostra radice buona, strappata da forze subdole. Mentre invece come in fondo sappiamo tutti la civiltà urbana è civiltà e basta, ma come ogni cosa per essere davvero tale deve essere ragionata, sviluppata collettivamente, resa compatibile con la vita del pianeta e i bisogni sociali. E arriviamo al dunque: cosa significa densificare in modo non ideologico, ma appunto civile, sostenibile, socialmente desiderabile? Vuol dire costruire città, e non cacare palazzi. Ma come farlo?

C'è ormai oltre un secolo di riflessione tecnica e sociologica sul tema del quartiere, inteso come interfaccia tra l'abitazione e il territorio, o meglio ancora come estensione dello spazio privato che sfuma nella città. Il dibattito più recente, spinto appunto indirettamente da quello sul contenimento del consumo di suolo, ha per molti versi recuperato un tema centrale delle ricerche razionaliste, il cosiddetto existenzminimum sviluppato dal movimento moderno novecentesco per adeguare all'idea di città-macchina per abitare il concetto di alloggio, unitamente ai risicati bilanci della pubblica amministrazione, garantendo comunque condizioni di vita decorose agli assegnatari. Oggi l'idea si è svincolata in buona parte di contenuti sostanzialmente sociali, e viaggia in forme contraddittorie e a volte surreali dalle parti del libero mercato, brutalmente declinata così: chi non ha soldi per comprarsi una certa quantità di spazio, si deve adattare a usarne di meno. È più o meno questo il senso assunto da certe proposte diciamo così residenziali tipiche di alcune metropoli in via di sviluppo, come il caso descritto recentemente da The Atlantic City di “appartamenti così piccoli che si possono fotografare solo dall'alto”: vere stie da conigli molto più simili alla cella di un penitenziario di massima sicurezza, che a qualunque idea di alloggio, e descrivibili appunto esclusivamente guardando fotografie dal lampadario (sempre che ne esista uno).

In fondo si tratta del medesimo criterio adottato dalle amministrazioni comunali di San Francisco prima, di New York poi, di rivedere le norme cittadine sull'existenzminimum consentendo agli operatori di costruire e mettere sul mercato tagli di alloggio microscopici, inferiori ai trenta metri quadrati, per consentire anche ai non ricchi di risiedere vicino alle aree downtown dove la presenza storica di terziario legato alla finanza fa impennare all'impossibile le quotazioni immobiliari, di fatto desertificando enormi quartieri. Questi interventi, pur nella loro relativa brutalità, vengono comunque proposti in una logica che dell'antico approccio prova almeno in parte a recuperare i criteri urbanistici: quello che viene sottratto in termini di spazio privato sarà restituito sul versante delle qualità pubbliche. Ho meno soggiorno ma più piazza, meno spazio per la lavatrice ma più servizi di lavanderia, non ho il box auto ma tre linee di metropolitana, non ho né giardino né balcone, ma verde pubblico ben curato, o un suo equivalente.

Tutte cose che per ora stanno soprattutto nelle dichiarazioni pubbliche sul futuro sostenibile, su stili di vita auspicabilmente sostenibili eccetera, ma che tendenzialmente incrociano in effetti una domanda reale (lo dimostrano i dati censuari sulle giovani coppie neo-urbane, magari non proprio dentro a 25 mq con poppante che strilla). Per trovare invece qualcosa di apparentemente strano, al limite del deviante, ma che di sicuro è indice di un mutamento profondo nei gusti, bisogna andare a guardare al mercato dei centri commerciali, o meglio di quella branca immobiliare denominata lifestyle centers che la crisi economica ha quasi stroncato sul nascere, e che volevano proporre una nuova alleanza fra scatoloni della grande distribuzione e appartamenti residenziali, non più rigidamente separati, ma combinati in un unico contenitore/criterio di gestione.

A ben vedere, come ci ha ricordato di recente il corposo studio olandese sul tema del cosiddetto “plinto urbano”, negozi e residenza nella città contemporanea si separano in tempi abbastanza recenti, e quindi non è assolutamente rivoluzionario pensarli in forma associata. Del resto chi ha letto il classico Therese Raquin di Emile Zola non può certo dimenticarne l'ambientazione al tempo stesso domestica e commerciale, dentro la casa/negozio del passage coperto parigino. Esistono poi tanti casi anche storici di integrazione ancora maggiore, dove le case accorpate alla struttura commerciale non hanno neppure un rapporto direttamente funzionale con essa, ovvero non sono pensate per la residenza degli esercenti, o degli addetti a qualche servizio collegato, ma abitate da persone qualsiasi. Ne è stato un esempio, fino a non molto tempo fa, la Galleria Vittorio Emanuele di Milano, in cui purtroppo la gestione clientelare e poco trasparente di quegli spazi residenziali ha finito per cancellarne il valore di inserimento propriamente mixed-use.

Ora però il modello si ripropone in un singolare esperimento, che coinvolge un complesso pure storico, la galleria ottocentesca (1828, addirittura) di Providence, Rhode Island, che dopo due secoli di alterne vicende edilizie e gestionali aveva un gran bisogno di rilancio commercial-immobiliare. E sembra averlo trovato in una specie di declinazione storicista dell'idea di lifestyle center a cui si mescolano i microappartamenti per giovani più o meno rampanti. Il tipo di offerta del mercato locale si riassume insomma in un classico do ut des non troppo dissimile dalla proposta pubblico-privata di New York o San Francisco: hai meno spazi domestici tradizionali, ma insieme all'alloggio vero e proprio ti compri l'accesso privilegiato a una serie di servizi collettivi che ti ripagano in abbondanza. Ovviamente la cosa viene proposta nei termini e linguaggi giovanil-consumistici che il mercato ritiene di adottare, e cioè se vi sentite un po' troppo chiusi dentro pensate a quanto shopping si può fare solo uscendo sul pianerottolo!

Ma al netto dello stupidottismo pubblicitario promozionale forse non può non saltare all'occhio l'idea di un nuovo equilibrio fra spazio personale e spazio collettivo, così simile al formato del co-housing, e per estensione allo stesso concetto di quartiere multifunzionale perseguito da tante amministrazioni innovative, vuoi coi loft nelle superfici di riuso ex industriale, vuoi con le varianti cosiddette overlay zoning che introducono anche là dove le funzioni sono rigidamente separate qualche forma di convivenza. E del resto, se la soluzione al contenimento del consumo di suolo è la densificazione urbana, essa non può non accompagnarsi a riflessioni strategiche su questi nuovi equilibri, nel segno della condivisione: così come la pratica del car-sharing metropolitano si distingue dal modello dell'auto in proprietà suburbano soprattutto per la maggiore efficienza nell'uso delle risorse, allo stesso modo il futuro dello space-sharing dovrà garantire maggiore qualità pubblica a una serie di servizi e funzioni che oggi stanno incorporate di norma nel contesto domestico. Altrimenti, quello che il libero mercato ci propone altro non sarebbe che un ritorno (volontario e strapagato) al XIX secolo, e alla grigia vita di Therese Raquin, che onestamente preferiamo leggere su una panchina al parco sfogliando l'e-book, e consultando la posta grazie al wi-fi comunale ...

Per vedere la serie di foto scattate dal lampadario negli appartamenti/celle escogitati dal sadico libero mercato di Hong Kong, Davis Yanofski, Apartments So Small They Can Only Be Photographed From Above, The Atlantic City, 22 febbraio; per i miniappartamenti ricavati nell'antica galleria commerciale, Matt Hickman, America's oldest indoor shopping mall to be reborn as mixed-use micro-loft complex, Mother Nature Network, 19 febbraio








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Il sito di Edoardo Salzano
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Bottini, Fabrizio
( 08.10.2013 09:04 )
Per motivi tecnici mi sono provvisoriamente trasferito sul sito Millennio Urbano che (tra l'altro) contribuisco a rilanciare dopo un periodo di transizione -->
Bottini, Fabrizio
( 08.09.2013 10:07 )
Da un paio di secoli l'umanità cerca di misurarsi in con la gigantesca ameba metropolitana scatenata dai cicli di industrializzazione: urbanisti, sociologi, scrittori, ora un regista. Ma la cultura italiana mica ci arriva
-->
Barzi, Michela
( 26.08.2013 09:34 )
Le diffidenze leghiste per le diversità si manifestano naturalmente con maggiore evidenza là dove il partito governa e imperversa. Ma si tratta di una cultura pervasiva, per nulla limitata a quei territori e probabilmente neppure limitata a quell'area politica, pronta a ripresentarsi in diversi contesti -->
( 22.08.2013 19:29 )
Gli spazi simbolo del ceto medio e dei suoi consumi opulenti, diventano sacche di disagio, come dimostra il compendio di ricerche della Brookings Institution sintetizzate in un volume. Il problema è di superare la logica di questo tipo di espansione urbana, e tornare a un modello integrato di città. Dalla rivista universitaria Knowledge Wharton, agosto 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 20.08.2013 18:49 )
La globalizzazione significa soprattutto (che piaccia o meno) essere ineluttabilmente inseriti in un flusso di decisioni interrelate: la tutela delle coste nella nostra bagnarola mediterranea, per esempio -->
Eisenberg, Richard
( 10.08.2013 10:28 )
Recensionee intervista su uno dei tanti libri americani dedicati a una questione che dovrebbe però interessare molto di più anche il resto del mondo: l'immaginario collettivo sull'abitare e i suoi risvolti sociali e ovviamente ambientali. Di fatto ci sono intere generazioni cresciute nel mito antiurbano, che deve essere in qualche modo superato, insieme al tipo di consumi che si porta dietro. Forbes, 9 agosto 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 21.07.2013 09:45 )
C'è sempre qualcosa di affascinante, e al tempo stesso inquietante, nel modo in cui ci adattiamo, o proviamo a adattarci, ai mutamenti ambientali del mondo che ci circonda. Specie quando si tratta di trasformazioni consapevolmente indotte da altri, per motivi affatto umanitari -->
Bottini, Fabrizio
( 16.07.2013 08:35 )
Oltre a dire qualcosa di sinistra, come auspicano e chiedono in tanti da troppo tempo, c'è anche un'altra possibilità: quella di fare concretamente, qualcosa di sinistra, ovvero mettere in pratica e verificare gli alti principi. C'è qualche vago segnale in questo senso, basta guardarlo -->
Bottini, Fabrizio
( 11.07.2013 08:13 )
Che fare quando le migliori (e celebrate) idee si dimostrano carenti? Negare l'evidenza, oppure provare a rifletterci sopra davvero, cercando di capire se e dove esiste qualcosa di sbagliato nel modello, o nella nostra interpretazione? -->
Hetherington, Peter
( 03.07.2013 13:12 )
Un urbanista americano, curiosamente noto soprattutto per essere stato preso a pugni da una contestatrice durante un'assemblea pubblica, ha anche parecchio altro da dire sulla professione, e il ruolo nella città e la società. The Guardian, 2 luglio 2013 (f.b.) -->
Bottini, Fabrizio
( 29.06.2013 10:53 )
C'è qualcosa che non torna nell'entusiasmo da un lato per tutte le possibili tecnologie smaterializzanti dell'universo, dall'altro nel permanere di una cultura degli spazi a dir poco novecentesca, industriale, segregata. Quanto c'è di malafede, e quanto di ignoranza? -->
Bottini, Fabrizio
( 28.04.2013 09:12 )
Il successo dei progetti di trasformazione urbana, come suggerisce il buon senso, dipende dal loro essere urbani, inseriti in un contesto ampio con cui entrano in sinergia. Ma il peggior cieco è chi non vuol vedere ciò che gli sta attorno -->
Walker, Alissa
( 02.04.2013 19:44 )
Vivere e camminare a Los Angeles, senza un'automobile, è compatibile con un'esistenza umana. Figuriamoci qui da noi. Los Angeles Magazine, 29 marzo 2013 -->
Vitullo-Martin, Julia
( 30.03.2013 19:30 )
I problemi insediativi, ambientali, socioeconomici, di qualità della vita, e infine politici, posti dal nuovo ruolo del cibo nella metropoli del terzo millennio. Non è il caso, come intuito in fondo dall'Expo milanese, di porre al centro la questione? Spotlight on the Region, marzo 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 30.03.2013 08:50 )
È passato più di un secolo da quando i futuristi volevano spazzar via tutta l'anticaglia che faceva da zavorra al progresso umano, e nel frattempo si è capito che non tutto è anticaglia e non tutto è zavorra. Però adesso un po' si esagera, in tutto il mondo, con le ideologie antimoderniste su misura -->

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