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Il complotto ambientalista comunista e chissà che altro
Data di pubblicazione: 02.03.2013

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Torna in prima linea l'opposizione strenua dei consumisti a oltranza suburbani a qualunque forma di vincolo ambientale, urbanistico, modifica di uno stile di vita che considerano una specie di diritto divino. Il vero problema è che anche moltissimi nostri sedicenti ambientalisti hanno le medesime idee

Gli autori di quei libri intelligenti favorevoli allo sprawl lo sanno benissimo: all'ovvio non bisogna arrivarci di colpo, perché la gente non è preparata, non capirebbe, non ci farebbe caso, al colpo di fulmine sulla via di Damasco che li coglie: siamo tutti, o quasi tutti, favorevoli allo spraw basta che non lo chiamiamo così, e in fondo non è troppo difficile. Basta osservarlo dalla prospettiva giusta, di solito dell'abitante o frequentatore abituale: tutto può essere sprawl orrendo, peccaminoso, riprovevole, che ci porterà alla dannazione, salvo quando ci dormiamo dentro, quando vedendone le prime tracce iniziamo a provare una sensazione domestica, perché si avvicina la nostra meta. Il cantore perverso più intelligente di tutti, quello che non sembra neppure fazioso se non gli si fa un po' di psicanalisi, è lo storico Robert Bruegmann, che solo ben addentro alla sua narrazione di Sprawl: a Compact History arrivava al dunque. Un po' come Satana con Gesù, vi portava idealmente in un punto panoramico, e vi mostrava, in una specie di set de La Vita è una Cosa Meravigliosa casa vostra.

Potevate guardare e ascoltare tutto nei minimi particolari, da lì. C'era la vostra famiglia nelle normali attività di ogni giorno, col sole del pomeriggio e quei magnifici tramonti dietro l'acero in giardino la sera, con l'odore dell'erba falciata che saliva dal vialetto. Si sentiva addirittura il profumo della carbonella sul barbecue del vicino, e molto attutito il rumore di video giochi dei ragazzini nella stanzina di fianco al garage. Riuscivate persino a vedere voi stessi sull'amaca vicino al casotto degli attrezzi, intenti a sfogliare il giornale che avevate lasciato da parte per tutta la giornata in ufficio.
E vi chiedeva gentile, Bruegmann/Satana: cosa vedi? Beh, vedo casa mia, che altro?
Eh si, rispondeva Lui: peccato che molti altri non la pensino come te. Per loro quella non è una casa, quello è sprawl, il nemico da abbattere a tutti i costi, la vera incarnazione del male. Hai capito adesso?
È questa, detta molto in breve, l'illuminazione sulla via di Damasco a cui ci portano per mano i teorici della suburbanizzazione coatta, quelli che dalle nostre parti straparlano (molto meno raffinati, c'è da dire) di Città Infinita.

Il pubblico, quello che conta e che fa opinione, ne è ben consapevole. Non a caso è poi estremamente sensibile a tutti i pericoli che possono annidarsi ovunque, specie naturalmente nel mondo del comunismo complottardo. Come diceva il palazzinaro anni '50 William Levitt, chi possiede una casetta con giardino non può essere comunista. Ma, pensano i nostri eroi del giorno d'oggi, per converso tutti quelli che non ce l'hanno sono a rischio, e si vede. Per esempio quelli dell'Onu, dentro al loro palazzone newyorkese, popoli multietnici incistati dentro una metropoli già assai poco americana con le sue alte densità e i treni sotterranei, invece delle sole sane autostrade. Ecco, quei tizi dell'Onu il rischio di comunismo ce l'hanno elevato, e lo si vede esplicito in documenti come l'Agenda 21. Vi pare una sciocchezza? Andate a leggere le centinaia di articoli che nel corso dell'ultima campagna elettorale sono stati pubblicati dai siti vicini alla destra Repubblicana. E si tratta di un furore paranoico per nulla esaurito, evidentemente dalle radici solide: ancora oggi la medesima opinione pubblica, assai più diffusa di quanto non si potrebbe sospettare, se la prende direttamente col Presidente: è lui sotto sotto il comunista che vuole fare di tutto per sabotare il sogno americano. Bum! Esagerati! E invece no, dal loro punto di vista hanno ragione da vendere.

Perché Obama è un discepolo integralista di Jane Jacobs, un appassionato delle città come New York (sede perversa dell'Onu) o Chicago, quelle cose dove ci sono quartieri, piazze, strade affollate, o magari tranquilli giardinetti con le panchine per leggere il giornale, dove va anche chi non ha i soldi per comprarsi l'amaca, il casotto per gli attrezzi a cui sta appesa, il giardino che gli sta attorno e la casa da duecento metri quadri e passa in mezzo al prato. Per non parlare delle spese di riscaldamento, della benzina per l'auto (cinquantamila chilometri l'anno quella del capofamiglia), dell'attrezzatura della sala proiezioni, perché il cinema più vicino sta a mezz'ora di superstrada. A Obama queste cose sono un po' estranee per tanti motivi: è un nero, e i neri sono molto più metropolitani della media; è presidente grazie ai voti dei residenti urbani, da sempre tendenzialmente Democratici e comunque progressisti; ha abbracciato una serie di politiche che, oggettivamente, guardano molto più all'idea del mondo di Micheal Bloomberg (che pure è un Repubblicano), che a quella del classico breadwinner in camicia a scacchi e cappellino, deambulante col suo Suv fra il centro commerciale e il fast-food, disponibile a scendere dal sedile solo una volta entrato nel garage-tavernetta del seminterrato.

Tutte le politiche adottate dall'amministrazione Obama per rilanciare l'economia, i cantieri di opere pubbliche ad esempio, almeno ci hanno provato ad allontanarsi un po' dalla centralità autostradale a tutti i costi. Ed è una cosa che a certi signori non va proprio giù. Le politiche di cosiddetta smart growth adottate dagli Stati ma sostenute a livello federale, anche quelle puntano in una direzione che non piace a certi settori: densificazione, mobilità dolce e trasporti collettivi, quartieri a funzioni miste dove convivono case, attività economiche, servizi. Secondo molti questa è davvero la negazione del sogno americano, almeno se lo si interpreta nella forma un po' caricaturale (ma anche F.L. Wright in fondo non la pensava tanto diversa) delle casette nella prateria, anche se una casetta qui una casetta là poi di prateria ne resta davvero poca o nulla.
Ma quel che conta è il mito, come nella nostra “verde Brianza” dove secondo i calcoli di tutti il tasso di cementificazione e impermeabilizzazione è enorme, da area urbana a tutti gli effetti, ma provate a raccontarlo a chiunque ci abiti, e verrete presi a male parole.

Insomma, chi prova a ragionare un po' in termini vagamente razionali, come fanno in fondo le linee guida dell'Agenda 21 Onu sui temi della sostenibilità condivisa e simili, rischia di far infuriare il bambinone annidato in tanti adulti, quello che sogna oceani di Coca Cola e cose del genere, e guai a dirgli che fa male, o che deve darne un pochino anche al compagno di banco. Ma val la pena chiedersi, davvero questo atteggiamento pervade solo ed esclusivamente i militanti del Tea Party e poco più? Niente affatto, e il riferimento alla Brianza e a suoi abitanti soggettivamente campagnoli, oggettivamente suburbani e a densità neanche troppo bassa, voleva soltanto introdurre il tema. Nessuno ad esempio si è mai chiesto perché le campagne per il consumo di suolo non se le sono mai filate, finché non hanno iniziato a mescolarsi abbastanza confusamente alla tutela del paesaggio? Facile: perché così si coinvolgevano di fatto posizioni puramente nimby, in ottima fede ma desolatamente localiste, e anche contraddittorie. Come i clienti affezionati del centro commerciale in località X che diventano delle furie opponendosi fino alla violenza a un altro centro commerciale, magari assai meno impattante, in località Y.
La differenza è naturalmente che la località X sta di solito lontana da casa, la Y giusto di fronte, o rischia di interferire col mercato del lavoro locale, o simili.

L'idea dell'urbanizzazione si è così mescolata in un groviglio di senso contraddittorio a quella di trasformazione in genere, con proteste contro il “consumo di suolo” che riguardavano progetti su aree dismesse (ovvero il primo antidoto al consumo di suolo), o altri interventi magari esteticamente discutibili, ma senza alcun particolare impatto ambientale di alcun tipo. E c'è anche qualcosa in più: le proteste più accese arrivano esattamente dai contesti di dispersione urbana, dalla cosiddetta villettopoli, soprattutto quando si prova a intervenire in quelli che nella logica di Obama sarebbero progetti smart growth: densificazioni in orizzontale e in verticale, realizzazione di servizi, reti di trasporto, inserimenti di attività economiche. Naturalmente dalle nostre parti nessuno si è mai sognato di accusare l'Onu, l'Agenda 21, o i comunisti, anzi di solito i movimenti localisti pullulano di attivismo legato alla sinistra-sinistra. Ma la contraddizione resta: c'è qualcosa di davvero ambientalista in certe forme di tutela dell'esistente ad ogni costo? Perché il diavolo si nasconde nei dettagli, anche quello tentatore che ti fa guardare lo sprawl, e tu gli rispondi “quello non è sprawl, è casa mia”. Rischiando poi di fare la fine della moglie di Lot.

Per chi volesse aggiornarsi sulle specifiche paranoie della destra americana villettara (senza dimenticare le nostre, di idiosincrasie), c'è l'articolo di Jeff Turrentine, “Obama vuole cancellare il suburbio? pubblicato sul sito di Slate il 1 marzo (ripreso dalla rivista On Earth) a sua volta ricco di riferimenti e collegamenti; anch'io avevo tempo fa tradotto e proposto su Eddyburg un pezzo paranoico di vari cantori pro-sprawl della destra, fra cui il noto Wendell Cox, dedicato a Agenda 21 e complotto comunista








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Il sito di Edoardo Salzano
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Bottini, Fabrizio
( 08.10.2013 09:04 )
Per motivi tecnici mi sono provvisoriamente trasferito sul sito Millennio Urbano che (tra l'altro) contribuisco a rilanciare dopo un periodo di transizione -->
Bottini, Fabrizio
( 08.09.2013 10:07 )
Da un paio di secoli l'umanità cerca di misurarsi in con la gigantesca ameba metropolitana scatenata dai cicli di industrializzazione: urbanisti, sociologi, scrittori, ora un regista. Ma la cultura italiana mica ci arriva
-->
Barzi, Michela
( 26.08.2013 09:34 )
Le diffidenze leghiste per le diversità si manifestano naturalmente con maggiore evidenza là dove il partito governa e imperversa. Ma si tratta di una cultura pervasiva, per nulla limitata a quei territori e probabilmente neppure limitata a quell'area politica, pronta a ripresentarsi in diversi contesti -->
( 22.08.2013 19:29 )
Gli spazi simbolo del ceto medio e dei suoi consumi opulenti, diventano sacche di disagio, come dimostra il compendio di ricerche della Brookings Institution sintetizzate in un volume. Il problema è di superare la logica di questo tipo di espansione urbana, e tornare a un modello integrato di città. Dalla rivista universitaria Knowledge Wharton, agosto 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 20.08.2013 18:49 )
La globalizzazione significa soprattutto (che piaccia o meno) essere ineluttabilmente inseriti in un flusso di decisioni interrelate: la tutela delle coste nella nostra bagnarola mediterranea, per esempio -->
Eisenberg, Richard
( 10.08.2013 10:28 )
Recensionee intervista su uno dei tanti libri americani dedicati a una questione che dovrebbe però interessare molto di più anche il resto del mondo: l'immaginario collettivo sull'abitare e i suoi risvolti sociali e ovviamente ambientali. Di fatto ci sono intere generazioni cresciute nel mito antiurbano, che deve essere in qualche modo superato, insieme al tipo di consumi che si porta dietro. Forbes, 9 agosto 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 21.07.2013 09:45 )
C'è sempre qualcosa di affascinante, e al tempo stesso inquietante, nel modo in cui ci adattiamo, o proviamo a adattarci, ai mutamenti ambientali del mondo che ci circonda. Specie quando si tratta di trasformazioni consapevolmente indotte da altri, per motivi affatto umanitari -->
Bottini, Fabrizio
( 16.07.2013 08:35 )
Oltre a dire qualcosa di sinistra, come auspicano e chiedono in tanti da troppo tempo, c'è anche un'altra possibilità: quella di fare concretamente, qualcosa di sinistra, ovvero mettere in pratica e verificare gli alti principi. C'è qualche vago segnale in questo senso, basta guardarlo -->
Bottini, Fabrizio
( 11.07.2013 08:13 )
Che fare quando le migliori (e celebrate) idee si dimostrano carenti? Negare l'evidenza, oppure provare a rifletterci sopra davvero, cercando di capire se e dove esiste qualcosa di sbagliato nel modello, o nella nostra interpretazione? -->
Hetherington, Peter
( 03.07.2013 13:12 )
Un urbanista americano, curiosamente noto soprattutto per essere stato preso a pugni da una contestatrice durante un'assemblea pubblica, ha anche parecchio altro da dire sulla professione, e il ruolo nella città e la società. The Guardian, 2 luglio 2013 (f.b.) -->
Bottini, Fabrizio
( 29.06.2013 10:53 )
C'è qualcosa che non torna nell'entusiasmo da un lato per tutte le possibili tecnologie smaterializzanti dell'universo, dall'altro nel permanere di una cultura degli spazi a dir poco novecentesca, industriale, segregata. Quanto c'è di malafede, e quanto di ignoranza? -->
Bottini, Fabrizio
( 28.04.2013 09:12 )
Il successo dei progetti di trasformazione urbana, come suggerisce il buon senso, dipende dal loro essere urbani, inseriti in un contesto ampio con cui entrano in sinergia. Ma il peggior cieco è chi non vuol vedere ciò che gli sta attorno -->
Walker, Alissa
( 02.04.2013 19:44 )
Vivere e camminare a Los Angeles, senza un'automobile, è compatibile con un'esistenza umana. Figuriamoci qui da noi. Los Angeles Magazine, 29 marzo 2013 -->
Vitullo-Martin, Julia
( 30.03.2013 19:30 )
I problemi insediativi, ambientali, socioeconomici, di qualità della vita, e infine politici, posti dal nuovo ruolo del cibo nella metropoli del terzo millennio. Non è il caso, come intuito in fondo dall'Expo milanese, di porre al centro la questione? Spotlight on the Region, marzo 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 30.03.2013 08:50 )
È passato più di un secolo da quando i futuristi volevano spazzar via tutta l'anticaglia che faceva da zavorra al progresso umano, e nel frattempo si è capito che non tutto è anticaglia e non tutto è zavorra. Però adesso un po' si esagera, in tutto il mondo, con le ideologie antimoderniste su misura -->

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