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Mall International (in English)
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Finanzcapitalismo a pedali
Data di pubblicazione: 10.03.2013

Autore:

Aumentano e si sviluppano su diverse angolazioni le politiche urbane internazionali favorevoli all'uso della bicicletta come mezzo di trasporto corrente quotidiano, ma resta aperto un problema di fondo: è sufficiente puntare solo su questo aspetto dello stile di vita? Non c'è qualcos'altro?

Sono un importante dirigente di una banca della City, ma anche una persona che pensa all'ambiente e alla salute. Tutte le mattine salvo situazioni di emergenza salto in sella alla mia bicicletta e mi faccio tutto il percorso dai sobborghi occidentali fino al quartiere finanziario. Certo qualche volta è dura misurarsi con le forze soverchianti degli automobilisti stressati (anche cafoni, ma non è detto) agli incroci più difficili o sui rettifili col guard rail a fil di gomito che salgono i due cavalcavia ferroviari inevitabili per arrivare in centro. Ma col tempo ho imparato a scegliere anche una traiettoria meno lineare, seguendo la quale in cambio di qualche pedalata in più ci guadagno in strade tranquille, varietà del paesaggio specie col cambiare delle stagioni, tanto verde attraverso i giardini e i parchi, posti che spesso conoscono solo quelli che ci abitano attorno, e invece sono una ricchezza per tutta la città. Adesso il nostro sindaco, che abbiamo eletto e riconfermato, ha fatto un gran regalo a noi ciclisti e non solo: anche in tutti quei passaggi difficili ci saranno percorsi riservati, a formare una vera e propria dorsale che attraversa l'area metropolitana, e su cui convergeranno altre reti ciclabili di quartiere e zona. Chi l'ha detto, che per essere amici dell'ambiente, dell'abitabilità, bisogna essere per forza di sinistra? Il nostro sindaco è da sempre e orgogliosamente di destra, un Conservatore Doc.

Il breve raccontino che ho improvvisato sopra sembra (almeno a me che scrivo) perfettamente adeguato a quanto successo in questi giorni di fine inverno a Londra, dove il biondo eroe del ciclismo militante transustanziato in sindaco, Boris Johnson, ha finalmente partorito la sua prospettiva per un bel pezzo della mobilità metropolitana sostenibile dei prossimi anni. Ovvero il rapporto Vision for cycling in London. An Olympic Legacy for all Londoners che tutta la stampa di opinione, locale e non, ha un pochino schematicamente assimilato al progetto della grande dorsale est-ovest, più o meno da White City al Canary Wharf, che taglia il centro consentendo di riconnettersi a una serie di percorsi locali sinora lasciati un po' allo sbaraglio. Sicuramente c'è qualcosa di più, in questa visione, del semplice (per quanto complesso e costoso) pianificare una rete di opere strategiche, da affiancare con ruolo identico alla rete stradale e del trasporto collettivo, per fare della mobilità dolce un elemento strutturante della vita urbana, ben oltre il vezzo salutistico o ambientalista. Una novità che quasi di sicuro è sfuggita alla stampa nazionale italiana, che memore dell'altra iniziativa londinese, quella sulla sicurezza lanciata un annetto fa dal Times, molto probabilmente si accoderà al racconto della super-highway a pedali.

Provano a spiegarlo, per quanto a colpi di battute ad effetto come si addice a chi cerca consenso trasversale, sia Johnson che il responsabile dei trasporti londinesi, Peter Hendy: le opere pubbliche sono solo uno strumento, e non l'unico, per promuovere una tendenza già in corso all'abbandono della centralità automobilistica (e anche del mezzo pubblico). Alla scoperta, per dirla col biondo sindaco, che noi si abbia in garage, magari sepolta sotto le collezioni di vecchi giornali, “qualcosa che ci risolve il sovraffollamento e gli ingorghi, il fastidio dei rumori, l'inquinamento, i piccoli problemi di salute, a migliorare la vita per tutti e alla svelta, e senza bisogno di tante costose opere stradali e ferroviarie: è una cosa che abbiamo inventato duecento anni fa, è la bicicletta”. Il riferimento immancabile è a contesti come l'Olanda o la Danimarca, dove spostarsi pedalando è cosa talmente banale da non far storia, dove le città si organizzano attorno a questo tipo di mobilità, coi loro servizi, le forme, le distanze, gli stili di vita e di consumo. E qui, con buona pace delle ottime intenzioni e buona fede di Johnson, casca l'asino. O per dirla col suo più famoso connazionale, il Bardo di Stratford in persona: “there's the rub, for in that sleep of death what dreams may come”.

Sogni confusi, diciamo un po' scostati dalla realtà, di un liberale borghese cresciuto e ancora immerso fino al collo nel suo, di stile di vita, e in quello dei suoi amici, conoscenti, referenti sociali. Molto simile a quello dell'alto funzionario della City con cui è iniziato questo raccontino, ma diverso dai tanti altri soggetti che recitano un ruolo fondamentale in quel racconto, ma risultano invisibili. Che fa, il nostro top manager? Salta in bici la mattina e si fa dieci chilometri, che so, da Ealing a qualche viuzza attorno a Westminster, una traversa del Victoria Embankment che nei filmati promozionali su Youtube già vediamo brulicare di finanzieri pedalanti. Come sa chiunque si sposta regolarmente in bici, ci sono dei problemi da risolvere, di cui il nostro alto dirigente e il suo probabile ex compagno di liceo Boris Johnson, forse non si renderanno davvero mai conto. Si arriva al lavoro magari rilassatissimi rispetto all'automobilista, ma capita di essere in disordine, anche molto in disordine: che si fa? C'è uno spazio per sistemarsi? E la bici dove la mettiamo? E le cose che di solito ci tiriamo appresso in macchina (o sull'autobus) è possibile portarle anche in bici? Pochissime cose, e magari a qualcuno è già venuta in mente la soluzione.

Però in città esiste solo una piccola percentuale di top manager: è anche letteralmente intuitivo, altrimenti a che cosa starebbero in cima, se non ci fosse un'ampia base di sottoposti? Sottoposti diretti e indiretti, come quelli che vanno avanti e indietro per servizi vari (sono tantissimi con la polverizzazione delle imprese a livello individuale o poco più caratteristica delle aree metropolitane) e devono garantirsi il massimo di mobilità, sicurezza, autonomia, e magari di svolgere contemporaneamente piccole commissioni a uso familiare, per cui non ci sarebbe altrimenti tempo. Si fa spesa, si passa a ritirare il cambio di stagione alla lavanderia, e all'occasione si fa anche una puntata al ristorante etnico dove si ritrovano quei vecchi amici. Possibile fare tutte queste cose in bicicletta? Perfettamente possibile, se la città non si fosse costruita per circa un secolo su criteri diversi di spazio, tempo, funzioni e relazioni. Guardando le immagini di città e quartieri dell'Europa del nord salta per esempio all'occhio la frequenza delle biciclette cargo, che consentono di portarci i figli piccoli, o la spesa. Possiamo immaginarci anche noi, con un trabiccolo del genere, sempre che il sindaco ci faccia una pista ciclabile adeguata da casa a scuola al supermercato.

Ma l'Amleto che si nasconde in noi insiste nel bofonchiare in sottofondo che “there's the rub, for in that sleep of death what dreams may come”. Svegliandosi, chiunque si rende subito conto che il modello automobilistico è perversamente pervasivo, ed è entrato nel sangue, nostro e della città (per non parlare degli sterminati spazi dello sprawl che la circonda). La vita non è solo uscire di casa e tornarci, qualunque giornata è quantomeno composta di altri momenti, a volte intrecciati, anzi quasi sempre. Vado a lavorare e faccio la spesa, lasciando la spesa nel baule: certo basta far spesa sulla strada del ritorno in bicicletta, ma POSSO FARLO nell'attuale organizzazione del mio percorso, dei miei tempi, dei miei consumi abituali? E fino a che punto sono disposto/a a cambiarli? Non dovrà cambiare anche il contesto generale attorno a me, e ben oltre le rastrelliere obbligatorie (oggi quasi introvabili, tra l'altro) nell'androne del posto di lavoro, nonché davanti al negozio? Tutti questi problemi, per il top manager medio, si risolvono automaticamente delegandoli al sottoposto. Un po' come la crisi, che si fa pagare agli altri, allargando i cerchi della responsabilità, finché appare evidente che qualcosa non funziona. Ecco, anche con la ciclabilità forse il ragionamento può essere simile, proviamo a farlo, prima di votare entusiasti il nostro biondo eroe.

Di seguito scaricabile il pur interessantissimo Vision for cycling in London. An Olympic Legacy for all Londoners, da tener presente per esempio quando ci misureremo con l'uso dei grandi eventi delle nostre città, e le relative opere pubbliche che si tirano appresso

File allegati

Cycling Vision for London ( Cycling Vision GLA .pdf 1.62 MB )
Schema di politiche urbane ciclabili per Londra, marzo 2013







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Il sito di Edoardo Salzano
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Bottini, Fabrizio
( 08.10.2013 09:04 )
Per motivi tecnici mi sono provvisoriamente trasferito sul sito Millennio Urbano che (tra l'altro) contribuisco a rilanciare dopo un periodo di transizione -->
Bottini, Fabrizio
( 08.09.2013 10:07 )
Da un paio di secoli l'umanità cerca di misurarsi in con la gigantesca ameba metropolitana scatenata dai cicli di industrializzazione: urbanisti, sociologi, scrittori, ora un regista. Ma la cultura italiana mica ci arriva
-->
Barzi, Michela
( 26.08.2013 09:34 )
Le diffidenze leghiste per le diversità si manifestano naturalmente con maggiore evidenza là dove il partito governa e imperversa. Ma si tratta di una cultura pervasiva, per nulla limitata a quei territori e probabilmente neppure limitata a quell'area politica, pronta a ripresentarsi in diversi contesti -->
( 22.08.2013 19:29 )
Gli spazi simbolo del ceto medio e dei suoi consumi opulenti, diventano sacche di disagio, come dimostra il compendio di ricerche della Brookings Institution sintetizzate in un volume. Il problema è di superare la logica di questo tipo di espansione urbana, e tornare a un modello integrato di città. Dalla rivista universitaria Knowledge Wharton, agosto 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 20.08.2013 18:49 )
La globalizzazione significa soprattutto (che piaccia o meno) essere ineluttabilmente inseriti in un flusso di decisioni interrelate: la tutela delle coste nella nostra bagnarola mediterranea, per esempio -->
Eisenberg, Richard
( 10.08.2013 10:28 )
Recensionee intervista su uno dei tanti libri americani dedicati a una questione che dovrebbe però interessare molto di più anche il resto del mondo: l'immaginario collettivo sull'abitare e i suoi risvolti sociali e ovviamente ambientali. Di fatto ci sono intere generazioni cresciute nel mito antiurbano, che deve essere in qualche modo superato, insieme al tipo di consumi che si porta dietro. Forbes, 9 agosto 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 21.07.2013 09:45 )
C'è sempre qualcosa di affascinante, e al tempo stesso inquietante, nel modo in cui ci adattiamo, o proviamo a adattarci, ai mutamenti ambientali del mondo che ci circonda. Specie quando si tratta di trasformazioni consapevolmente indotte da altri, per motivi affatto umanitari -->
Bottini, Fabrizio
( 16.07.2013 08:35 )
Oltre a dire qualcosa di sinistra, come auspicano e chiedono in tanti da troppo tempo, c'è anche un'altra possibilità: quella di fare concretamente, qualcosa di sinistra, ovvero mettere in pratica e verificare gli alti principi. C'è qualche vago segnale in questo senso, basta guardarlo -->
Bottini, Fabrizio
( 11.07.2013 08:13 )
Che fare quando le migliori (e celebrate) idee si dimostrano carenti? Negare l'evidenza, oppure provare a rifletterci sopra davvero, cercando di capire se e dove esiste qualcosa di sbagliato nel modello, o nella nostra interpretazione? -->
Hetherington, Peter
( 03.07.2013 13:12 )
Un urbanista americano, curiosamente noto soprattutto per essere stato preso a pugni da una contestatrice durante un'assemblea pubblica, ha anche parecchio altro da dire sulla professione, e il ruolo nella città e la società. The Guardian, 2 luglio 2013 (f.b.) -->
Bottini, Fabrizio
( 29.06.2013 10:53 )
C'è qualcosa che non torna nell'entusiasmo da un lato per tutte le possibili tecnologie smaterializzanti dell'universo, dall'altro nel permanere di una cultura degli spazi a dir poco novecentesca, industriale, segregata. Quanto c'è di malafede, e quanto di ignoranza? -->
Bottini, Fabrizio
( 28.04.2013 09:12 )
Il successo dei progetti di trasformazione urbana, come suggerisce il buon senso, dipende dal loro essere urbani, inseriti in un contesto ampio con cui entrano in sinergia. Ma il peggior cieco è chi non vuol vedere ciò che gli sta attorno -->
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Vivere e camminare a Los Angeles, senza un'automobile, è compatibile con un'esistenza umana. Figuriamoci qui da noi. Los Angeles Magazine, 29 marzo 2013 -->
Vitullo-Martin, Julia
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Bottini, Fabrizio
( 30.03.2013 08:50 )
È passato più di un secolo da quando i futuristi volevano spazzar via tutta l'anticaglia che faceva da zavorra al progresso umano, e nel frattempo si è capito che non tutto è anticaglia e non tutto è zavorra. Però adesso un po' si esagera, in tutto il mondo, con le ideologie antimoderniste su misura -->

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