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Snort City, altro che smart!
Data di pubblicazione: 15.03.2013

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C'è una discrasia inquietante, fra ciò che si tocca con mano, fra i segnali quotidiani, e la discussione altrettanto concreta e quotidiana. Da un lato tutti a parlare di flussi virtuali e città galleggiante sugli elettroni, dall'altro un mercato del lavoro e della casa preistorico

Uno degli ultimi interventi di Richard Florida sul “suo” sito The Atlantic Cities prova a ribadire se necessario un suo vecchio pallino, ovvero che il futuro delle economie locali sta nella conoscenza, meglio ancora se nella conoscenza di secondo grado, quella che produce idee in grado di riprodursi in idee di gerarchia inferiore, e così via. Non si tratta di un intervento campato per aria, ma che risponde alle solite aggressioni prezzolate e reazionarie dell'altrettanto solito Joel Kotkin, graniticamente anche se sottilmente antiurbano, paladino di un sogno/incubo da nuova frontiera capitalistica d'antan, che stavolta invece di decantare il suburbio di villette e centri commerciali pare si sia concentrato direttamente sulle economie anni '50 che ancora ne alimentano l'immaginario: estrazione di petrolio e altre materie prime innanzitutto.

Niente di nuovo a dire il vero, perché in fondo a tutti i peana sulla superiorità sociale e democratica dello sprawl col capofamiglia che parte in missione ogni mattina dallo steccato bianco, faceva sempre capolino il modello industrialista.
La relativa novità è che stavolta la risposta di Florida può essere molto diretta, documentata da diversi anni di studi suoi e altrui, e suonare esplicita: hai ragione, caro Kotkin, l'uomo non vive di sole idee, ma appunto di grano per mangiare, o petrolio per scaldarsi e produrre altri attrezzi, che poi gli servono per zappare il grano eccetera. Ma come ci insegnano, ehm, alcuni millenni di evoluzione tecnologica, sia le quantità che le qualità delle trasformazioni fisiche che chiamiamo ricchezza dipendono dalla qualità e quantità delle idee da cui discendono.

Come dire: il valore del petrolio, e magari anche gli impatti ambientali suicidi del suo sfruttamento, cambiano parecchio nel passaggio da un buco per terra per alimentare una fiamma, alle forme un po' più raffinate odierne, incluse quelle del risparmio o dei calcoli sul picco di produzione. E tornando alla faccenda del suburbio automobilistico, vera camera di decompressione di tutto questo discutere su modelli assai più astratti di sviluppo, emerge chiaro almeno ricordando i rudimenti della famosa teoria della creative class, quanto l'ideologia della capanna di tronchi persa nella prateria faccia a cazzotti coi giovani intellettuali postmoderni nelle piazzette pedonalizzate stile new urbanismdove ormai stabilmente li colloca l'immaginario collettivo.

A questo si può aggiungere un altro fenomeno, che per ovvi anche se diversi motivi di bottega sfugge a entrambi i contendenti: la cosiddetta suburbanizzazione della povertà, ovvero che quegli sterminati quartieri di villette, funzionanti esattamente come nei sogni del determinato William Levitt anni '50, non sono più popolati esclusivamente da impeccabili rappresentanti della middle class, comunque intesa. Quello che è accaduto è un processo migratorio abbastanza strisciante prima, reso evidente dalla crisi poi, secondo cui minoranze e ceti a basso reddito hanno ripopolato o popolato le aree della dispersione insediativa, cancellando la famosa equazione canzonettara fra villettina in periferia e sogno delle mille lire al mese.

Non è casuale il mio riferimento a una canzoncina italiana anziché internazionale, visto l'emergere anche nel nostro paese di dinamiche simili, ad esempio col risultato elettorale della primavera 2013. In cui si evidenzia da un lato la paura della crisi e l'emergenza di crollo della qualità della vita nello sprawl padano/pedemontano, dall'altro il permanere delle classiche sacche urbane politicamente conservatrici/reazionarie egualmente legate ai medesimi criteri di reddito, istruzione, e aspettative.

Cosa si può dire, in sintesi? Che da un lato il modello di vita industrialista suburbano o delle sacche urbane tradizionali sopravvive e anzi conferma la sua forza (ad esempio confermando governi corrotti e fallimentari come quello del centrodestra lombardo). Che d'altro canto esiste, ed esprime altrettanta forza stavolta proiettata verso il futuro, quella economia locale delle idee certamente più vicina alle alte divagazioni di Florida, che in padania ha dato il suo consenso a centrosinistra e anche MoVimento 5 Stelle, ma che dal punto di vista del modello di città e relativa società galleggia ancora in un limbo.

Ovvero, non bastano gli elettroni della Smart City a costruire un'alternativa credibile e praticabile alla cosiddetta Città Infinita delle autostrade, dei capannoni, delle villette a schiera rancorose e un po' razziste che, complice la crisi, rischiano di ingoiarsi idealmente anche le caricaturali downtown terziarie cresciute negli anni dell'effimero miracolo palazzinaro-finanziario.
Ciò premesso, e dato che con le immagini si esprime spesso molto più che con le parole, vorrei riassumere qui brevemente il colpo d'occhio della prima pagina del Corriere Lavoro di oggi, 15 marzo 2013.

Già il titolo evoca, per chi guarda con attenzione, il territorio: “È l'ora della logistica: oltre 250 opportunità”. Logistica sono gli omonimi grandi poli insediativi che si stanno assestando con vario successo nei nodi autostradali della rete fortemente spinta da Lega Nord e in genere dal centrodestra padano vincitore delle elezioni. Logistica sono gli infiniti mezzi su gomma che dalle dorsali autostradali si riversano nei rivoli della viabilità minore e locale ad alimentare produzione e consumi. Logistica infine è anche strategia e management, ovvero l'aspetto a cui è dedicato l'articolo del Corriere, visto che quei 250 posti promessi riguardano posizioni di medio alto livello.

Però c'è qualcosa che un po' stride, con l'immagine tutta camionale di cui sopra, ed è la curiosa illustrazione che spicca a centro pagina, bella grossa e colorata: un ragazzo in sella a una bicicletta che sfreccia tra i grattacieli trasportando un enorme scatolone sul piano di carico. Insomma classica immagine da Smart City, più che da tradizionale logistica da dispersione urbana come la conosciamo, e com'è. Problemi?
Certo che si: problemi da vendere. Perché, esattamente come dietro alle immagini patinate dei giovinotti e giovinotte creative class intenti a guadagnare milioni digitando su un tablet, ci sono tutti quelli che si rompono la schiena quasi gratis per garantiglieli, i milioni, dietro al ciclista logistico a colori si cela un'idea del mondo.

Un mondo in cui c'è la downtown terziario direzionale coi soliti grattacieli da architetti, e le aiuole coi praticelli appena sotto, per farsi guardare dai 250 manager della logistica e dai loro ospiti in ufficio. Lì sotto si aggirano le biciclette da carico con gli scatoloni, introdotte obbligatoriamente dopo le pedonalizzazioni e le norme sugli scarichi inquinanti in città, ma tutto a un certo punto finisce, perché il raggio d'azione dei fattorini a pedali scavalca naturalmente il quartiere direzionale, e comincia a inoltrarsi nella città vera e nella dispersione che la circonda. Lì ci sono traffico, inquinamento, povertà e stridore di denti.

Tra l'altro quello è anche il posto dove abitano, quando non lavorano all'ombra delle curtain walls, i fattorini. La metropoli dei flussi immateriali c'è, ma loro la vedono soprattutto attraverso lo smartphone aziendale che comunica direttive.
Paranoica visione di futuri cupi, di medioevi prossimi venturi? Magari anche un pochino, ma è certo che continuando a non rivolgersi mai con idee progressiste e accettabilmente futuriste alle fasce meno scolarizzate della popolazione, alle fasce meno agiate della popolazione, alle fasce meno urbanizzate della popolazione, ci si scava la tomba.

O comunque la tomba si scava alle idee di cui ci si vorrebbe paladini: non c'è nulla di intelligente in una città che è non-città, dove magari ci sono tante idee, ma tutte concentrate da una parte, mentre le risorse di base stanno dall'altra, e quelle sociali da un'altra ancora. Dove le classi autonominatesi dirigenti stanno asserragliate dentro un pensatoio che produce idee, per sfornare altre idee, che tornano ad alimentare idee di primo livello … senza mai confrontarsi col bagno rigeneratore della realtà. O meglio del territori, se parliamo di cose specificamente urbano-sociali-ambientali. Per adesso c'è stato lo stupore del mancato consenso ai bravi bambini volenterosi e pieni di idee per il progresso del popolo.

Poi potrebbe arrivare il peggio, dalla Città Infinita creata e tollerata, e oggi pudicamente nascosta da un patetico schermo di tablet alimentato a ideologia e ribattezzato smart city, manco fosse un dentifricio.

(per chi volesse ammirare la citata pagine del Corriere Lavoro - e farsene magari un'idea del tutto diversa dalla mia - la allego qui scaricabile in pdf)

File allegati

logistica ( logistica.pdf 2.14 MB )







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Il sito di Edoardo Salzano
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Bottini, Fabrizio
( 08.10.2013 09:04 )
Per motivi tecnici mi sono provvisoriamente trasferito sul sito Millennio Urbano che (tra l'altro) contribuisco a rilanciare dopo un periodo di transizione -->
Bottini, Fabrizio
( 08.09.2013 10:07 )
Da un paio di secoli l'umanità cerca di misurarsi in con la gigantesca ameba metropolitana scatenata dai cicli di industrializzazione: urbanisti, sociologi, scrittori, ora un regista. Ma la cultura italiana mica ci arriva
-->
Barzi, Michela
( 26.08.2013 09:34 )
Le diffidenze leghiste per le diversità si manifestano naturalmente con maggiore evidenza là dove il partito governa e imperversa. Ma si tratta di una cultura pervasiva, per nulla limitata a quei territori e probabilmente neppure limitata a quell'area politica, pronta a ripresentarsi in diversi contesti -->
( 22.08.2013 19:29 )
Gli spazi simbolo del ceto medio e dei suoi consumi opulenti, diventano sacche di disagio, come dimostra il compendio di ricerche della Brookings Institution sintetizzate in un volume. Il problema è di superare la logica di questo tipo di espansione urbana, e tornare a un modello integrato di città. Dalla rivista universitaria Knowledge Wharton, agosto 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 20.08.2013 18:49 )
La globalizzazione significa soprattutto (che piaccia o meno) essere ineluttabilmente inseriti in un flusso di decisioni interrelate: la tutela delle coste nella nostra bagnarola mediterranea, per esempio -->
Eisenberg, Richard
( 10.08.2013 10:28 )
Recensionee intervista su uno dei tanti libri americani dedicati a una questione che dovrebbe però interessare molto di più anche il resto del mondo: l'immaginario collettivo sull'abitare e i suoi risvolti sociali e ovviamente ambientali. Di fatto ci sono intere generazioni cresciute nel mito antiurbano, che deve essere in qualche modo superato, insieme al tipo di consumi che si porta dietro. Forbes, 9 agosto 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 21.07.2013 09:45 )
C'è sempre qualcosa di affascinante, e al tempo stesso inquietante, nel modo in cui ci adattiamo, o proviamo a adattarci, ai mutamenti ambientali del mondo che ci circonda. Specie quando si tratta di trasformazioni consapevolmente indotte da altri, per motivi affatto umanitari -->
Bottini, Fabrizio
( 16.07.2013 08:35 )
Oltre a dire qualcosa di sinistra, come auspicano e chiedono in tanti da troppo tempo, c'è anche un'altra possibilità: quella di fare concretamente, qualcosa di sinistra, ovvero mettere in pratica e verificare gli alti principi. C'è qualche vago segnale in questo senso, basta guardarlo -->
Bottini, Fabrizio
( 11.07.2013 08:13 )
Che fare quando le migliori (e celebrate) idee si dimostrano carenti? Negare l'evidenza, oppure provare a rifletterci sopra davvero, cercando di capire se e dove esiste qualcosa di sbagliato nel modello, o nella nostra interpretazione? -->
Hetherington, Peter
( 03.07.2013 13:12 )
Un urbanista americano, curiosamente noto soprattutto per essere stato preso a pugni da una contestatrice durante un'assemblea pubblica, ha anche parecchio altro da dire sulla professione, e il ruolo nella città e la società. The Guardian, 2 luglio 2013 (f.b.) -->
Bottini, Fabrizio
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C'è qualcosa che non torna nell'entusiasmo da un lato per tutte le possibili tecnologie smaterializzanti dell'universo, dall'altro nel permanere di una cultura degli spazi a dir poco novecentesca, industriale, segregata. Quanto c'è di malafede, e quanto di ignoranza? -->
Bottini, Fabrizio
( 28.04.2013 09:12 )
Il successo dei progetti di trasformazione urbana, come suggerisce il buon senso, dipende dal loro essere urbani, inseriti in un contesto ampio con cui entrano in sinergia. Ma il peggior cieco è chi non vuol vedere ciò che gli sta attorno -->
Walker, Alissa
( 02.04.2013 19:44 )
Vivere e camminare a Los Angeles, senza un'automobile, è compatibile con un'esistenza umana. Figuriamoci qui da noi. Los Angeles Magazine, 29 marzo 2013 -->
Vitullo-Martin, Julia
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I problemi insediativi, ambientali, socioeconomici, di qualità della vita, e infine politici, posti dal nuovo ruolo del cibo nella metropoli del terzo millennio. Non è il caso, come intuito in fondo dall'Expo milanese, di porre al centro la questione? Spotlight on the Region, marzo 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 30.03.2013 08:50 )
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