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Viva il Bosco Verticale (se serve a qualcosa)
Data di pubblicazione: 24.03.2013

Autore:

Quando si parla di agricoltura di prossimità, infrastrutture verdi, orti di quartiere, più in generale di natura in città, l'importante è intendersi sui termini e gli obiettivi ragionevoli: se vogliamo qualche genere di rapporto economico con la produzione alimentare, scordiamoci il bifolco curvo sul solco

Provando a rileggere i testi sacri dell'integrazione città campagna otto-novecenteschi, gran parte del sedicente ambientalismo contemporaneo forse si troverebbe un pochino a disagio. Perché quegli utopici progetti, traboccanti di straordinarie e affatto utopiche soluzioni pratiche, tecnologiche, sociali e politiche, spesso sono assai espliciti su un punto: le pessime condizioni di lavoro dei campi devono essere superate, e per farlo c'è un solo strumento, quello dell'innovazione tecnologica e organizzativa. Innovazione che ovviamente non passa (solo) per l'ergonomia del manico della zappa, e contratti un po' meno capestro per uomini, donne, ragazzi. Ma che si estende a una serie di momenti della vita fino a sostanziarsi nel concetto che in Italia poi l'economista agrario Arrigo Serpieri negli anni '20 chiamerà “bonifica integrale”, e che vedrà applicazione più vicina alla teoria nel caso dell'Agro Pontino, tra città nuove, appoderamenti, opere pubbliche e pianificazione regionale. Al centro, anche la tecnologia hard-core.

Innovazione tecnologica dell'epoca naturalmente, ma di cui non deve sfuggire il senso generale quando si legge la grande maglia dei canali di scolo degli antichi acquitrini portatori di malaria, o si prendono le misure degli edifici tecnici di servizio per lo stivaggio delle produzioni o delle sementi, o dei macchinari, o la rete di distribuzione energetica, o le stesse urbanizzazioni, più o meno fitte, più o meno dense. Non è un caso che, dall'altra parte dell'oceano, osservando quanto accadeva nei territori delle Tennessee Valley Authority, sottoposta nel medesimo periodo a un quasi identico piano di “bonifica integrale”, l'architetto Earle S. Draper coniasse la parola sprawl a raccontare un tendenziale degrado degli spazi non più propriamente rurali, ma neppure potenzialmente urbani. Oggi, davanti a un aggiornamento dei medesimi processi, quando le campagne iniziano ad essere invase in forma più o meno strisciante da edifici e infrastrutture, si urla alla colata di cemento, all'orrenda crosta che tutto ricoprirà, e si auspicano nuovi paradigmi, ivi compresa la mitica agricoltura di prossimità. Ma di cosa diavolo si sta parlando, esattamente?

Se torniamo alle utopie otto-novecentesche da cui derivano tutte le idee di pianificazione del territorio attuali, ivi compresa l'autosufficienza per bacini circoscritti, e la fascia di interposizione detta greenbelt di derivazione biblica ma di utilità per nulla mistica, la modernizzazione delle campagne è un passaggio inevitabile. E modernizzazione vuol dire schematicamente innalzare livello di produttività e qualità della vita dei contadini, allontanandoli da fascino delle mille luci metropolitane. Che altro è, il famoso sprawl, se non il mescolarsi distorto dei due complementari innocenti istinti di miglioramento della vita, del cittadino e del campagnolo? Pare che l'orizzonte culturale conservazionista spesso non colga affatto questi aspetti, immaginandosi un improbabile mondo ideale dove tutti non ambiscano ad altro che di stare al proprio posto, nella condizione materiale che un destino superiore ha scelto per loro. Purtroppo non è così, e i risultati li vediamo ogni giorno nelle trasformazioni patchwork dello spazio urbano-rurale.

Posto che esista qualche cosa di definibile come “soluzione” sicuramente passa attraverso un riesame del rapporto città campagna, visto che sinora gli approcci sperimentati alla modernizzazione hanno sostanzialmente prodotto dispersione urbana e industrializzazione rurale, oltre che degrado della vivibilità nelle aree dense centrali e marginalizzazione degli habitat naturali. E torna in campo l'idea, citata all'inizio, della agricoltura di prossimità: ma cos'è agricoltura di prossimità nel terzo millennio? Possiamo certamente pensare alla greenbelt ottocentesca che continua a svolgere il duplice compito di fascia di interposizione metropolitana, e insieme di bacino alimentare. E possiamo immaginare anche questo anello urbano-rurale prolungarsi nel tessuto denso sotto forma di parchi, orti di vicinato, e verso l'esterno in corridoi ecologici a raggiungere zone di habitat naturale, valli fluviali, aree montane ecc.

Ma non abbiamo risposto alla domanda: quanto vale nel bilancio alimentare metropolitano, questo sistema? Una domanda sempre più cruciale in epoca di urbanizzazione del pianeta, squilibri ambientali, bilanci energetici sballati e scarsità di risorse. E torna così in campo, insieme all'antica greenbelt, anche l'altra componente dell'utopia socio-territoriale otto-novecentesca, ovvero l'innovazione tecnologica. Che stavolta non si declina più a colpi di silos, canali, trattori, scuole rurali, ma di quelle concentrazioni riassumibili con lo slogan della fattoria verticale. Concetto che può significare molte cose, alcune apparentemente positive e sostenibili come l'esperimento di idroponia integrata e partecipata Growing Power, altre di sicuro non prive di rischi ambientali e democratici, come i grattacieli high-tech sul modello sponsorizzato da Despommier, e di cui l'edificio residenziale milanese detto Bosco Verticale è una specie di sottoprodotto ornamentale. Un buon modello intermedio forse è quello che si sta oggi sperimentando nella zona suburbana di Chicago, col marchio FarmedHere.

Si tratta di un complesso su ottomila metri quadrati coperti, ricavati in un ex magazzino, che lavora in idroponia intensiva alla produzione di verdure per il mercato locale: roba senza alcun apporto di fertilizzanti chimici né pesticidi, e senza neppure sfruttamento di preziosa terra. In pratica buona parte delle caratteristiche di un prodotto tradizionale e biologico, saltando a piè pari tutta la parte folkloristica del contadino in camicia a scacchi che tanto piace all'immagine corrente della salute e della sostenibilità. Naturalmente tutti i modelli sono da sperimentare e studiare sia nei vantaggi che negli eventuali impatti negativi di tipo energetico (come pare avvenire nelle strutture verticali high-tech) o altri rischi, ad esempio l'uso indiscriminato di OGM predicato da Despommier. La cosa certa è che se si vuole al tempo stesso un sistema metropolitano socialmente e ambientalmente sostenibile, e una rete alimentare in grado di garantire parziale autonomia, non sta né in cielo né in terra sognarsi idilli rurali. Probabilmente, invece, una versione moderna della Città Giardino di Howard, anche se dovremo scordarci i villini dai mille abbaini di Raymond Unwin, e soprattutto la sua insostenibile densità “twelve per acre”. Ma di sicuro staremo molto meglio anche dei più soddisfatti residenti del suo pur lussuoso Hampstead: che si vuole di più?

Per chi vuole saperne di più di FarmedHere qui il link all'articolo dell'Huffington Post completo di foto e filmati








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Il sito di Edoardo Salzano
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Bottini, Fabrizio
( 08.10.2013 09:04 )
Per motivi tecnici mi sono provvisoriamente trasferito sul sito Millennio Urbano che (tra l'altro) contribuisco a rilanciare dopo un periodo di transizione -->
Bottini, Fabrizio
( 08.09.2013 10:07 )
Da un paio di secoli l'umanità cerca di misurarsi in con la gigantesca ameba metropolitana scatenata dai cicli di industrializzazione: urbanisti, sociologi, scrittori, ora un regista. Ma la cultura italiana mica ci arriva
-->
Barzi, Michela
( 26.08.2013 09:34 )
Le diffidenze leghiste per le diversità si manifestano naturalmente con maggiore evidenza là dove il partito governa e imperversa. Ma si tratta di una cultura pervasiva, per nulla limitata a quei territori e probabilmente neppure limitata a quell'area politica, pronta a ripresentarsi in diversi contesti -->
( 22.08.2013 19:29 )
Gli spazi simbolo del ceto medio e dei suoi consumi opulenti, diventano sacche di disagio, come dimostra il compendio di ricerche della Brookings Institution sintetizzate in un volume. Il problema è di superare la logica di questo tipo di espansione urbana, e tornare a un modello integrato di città. Dalla rivista universitaria Knowledge Wharton, agosto 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 20.08.2013 18:49 )
La globalizzazione significa soprattutto (che piaccia o meno) essere ineluttabilmente inseriti in un flusso di decisioni interrelate: la tutela delle coste nella nostra bagnarola mediterranea, per esempio -->
Eisenberg, Richard
( 10.08.2013 10:28 )
Recensionee intervista su uno dei tanti libri americani dedicati a una questione che dovrebbe però interessare molto di più anche il resto del mondo: l'immaginario collettivo sull'abitare e i suoi risvolti sociali e ovviamente ambientali. Di fatto ci sono intere generazioni cresciute nel mito antiurbano, che deve essere in qualche modo superato, insieme al tipo di consumi che si porta dietro. Forbes, 9 agosto 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 21.07.2013 09:45 )
C'è sempre qualcosa di affascinante, e al tempo stesso inquietante, nel modo in cui ci adattiamo, o proviamo a adattarci, ai mutamenti ambientali del mondo che ci circonda. Specie quando si tratta di trasformazioni consapevolmente indotte da altri, per motivi affatto umanitari -->
Bottini, Fabrizio
( 16.07.2013 08:35 )
Oltre a dire qualcosa di sinistra, come auspicano e chiedono in tanti da troppo tempo, c'è anche un'altra possibilità: quella di fare concretamente, qualcosa di sinistra, ovvero mettere in pratica e verificare gli alti principi. C'è qualche vago segnale in questo senso, basta guardarlo -->
Bottini, Fabrizio
( 11.07.2013 08:13 )
Che fare quando le migliori (e celebrate) idee si dimostrano carenti? Negare l'evidenza, oppure provare a rifletterci sopra davvero, cercando di capire se e dove esiste qualcosa di sbagliato nel modello, o nella nostra interpretazione? -->
Hetherington, Peter
( 03.07.2013 13:12 )
Un urbanista americano, curiosamente noto soprattutto per essere stato preso a pugni da una contestatrice durante un'assemblea pubblica, ha anche parecchio altro da dire sulla professione, e il ruolo nella città e la società. The Guardian, 2 luglio 2013 (f.b.) -->
Bottini, Fabrizio
( 29.06.2013 10:53 )
C'è qualcosa che non torna nell'entusiasmo da un lato per tutte le possibili tecnologie smaterializzanti dell'universo, dall'altro nel permanere di una cultura degli spazi a dir poco novecentesca, industriale, segregata. Quanto c'è di malafede, e quanto di ignoranza? -->
Bottini, Fabrizio
( 28.04.2013 09:12 )
Il successo dei progetti di trasformazione urbana, come suggerisce il buon senso, dipende dal loro essere urbani, inseriti in un contesto ampio con cui entrano in sinergia. Ma il peggior cieco è chi non vuol vedere ciò che gli sta attorno -->
Walker, Alissa
( 02.04.2013 19:44 )
Vivere e camminare a Los Angeles, senza un'automobile, è compatibile con un'esistenza umana. Figuriamoci qui da noi. Los Angeles Magazine, 29 marzo 2013 -->
Vitullo-Martin, Julia
( 30.03.2013 19:30 )
I problemi insediativi, ambientali, socioeconomici, di qualità della vita, e infine politici, posti dal nuovo ruolo del cibo nella metropoli del terzo millennio. Non è il caso, come intuito in fondo dall'Expo milanese, di porre al centro la questione? Spotlight on the Region, marzo 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 30.03.2013 08:50 )
È passato più di un secolo da quando i futuristi volevano spazzar via tutta l'anticaglia che faceva da zavorra al progresso umano, e nel frattempo si è capito che non tutto è anticaglia e non tutto è zavorra. Però adesso un po' si esagera, in tutto il mondo, con le ideologie antimoderniste su misura -->

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