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La riforma urbanistica ci segnerà per sempre
Data di pubblicazione: 27.03.2013

Autore:

In materia di territorio un colpo al cerchio e uno alla botte, improvvisando nel conciliare le spinte distorte del mercato e un consenso a breve termine, combina guai. Purtroppo eterni e irreversibili. The Guardian, 27 marzo 2013

Titolo originale: Unlike most government reforms, the impact of this is forever - Scelto e tradotto da Fabrizio Bottini

Entra in vigore oggi in Inghilterra un nuovo regime urbanistico, con un obiettivo brutalmente semplice: rendere possibile l'edificazione del 60% delle superfici libere di campagna non espressamente tutelate. Non si vede nulla del genere dagli anni '40: appare evidente che saranno davvero risparmiati completamente solo i parchi nazionali. Come gran parte delle riforme approvate dal governo attuale – dal servizio sanitario nazionale a quella sulla stampa – tutta la gran rivoluzione è una mescolanza di ottime intenzioni, debolezza nei confronti delle enormi pressioni di parte, trattative sottobanco. Ma a differenza di altre riforme, gli effetti di questa sono destinati a durare in eterno, e il governo di David Cameron ad essere ricordato come quello che ha sparpagliato sul territorio inglese qui e là turbine eoliche, tralicci, lottizzazioni residenziali, come succede in Irlanda.

Credendo alle spinte dei costruttori che contavano sull'effetto emotivo dell'emergenza casa. Non c'è un'immagine più efficace, per la propaganda politica, di quelle di una giovane famiglia che infila la chiave nella serratura della nuova casa. I cittadini britannici complessivamente fra quelli meglio alloggiati d'Europa. Il tedesco medio aspetta di avere trentasei anni prima di acquistare la prima casa, il britannico solo ventotto anni. Il tedesco tende a investire i risparmi in titoli e attività, mentre i britannici li riversano in case con giardino, alimentando le cicliche bolle immobiliari. I prezzi delle case languono moribondi da anni, nonostante mutui più convenienti che mai, e con oltre 400.000 superfici già destinate ma inutilizzate, accumulate nelle banche territoriali dei costruttori. Il motivo quindo non è certo mancanza di terreni, ma depressione della domanda da condizioni economiche, oltre alla riluttanza delle banche a prestar soldi.

Vengono dismesse più aree industriali che mai prima d'ora. Con le scelte del Labour, gran parte delle trasformazioni per nuove case venivano orientate verso quelle zone. Si cambiavano gli edifici, là dove già esistevano infrastrutture. La collettività non doveva sostenere le spese per nuove reti stradali, servizi scolastici, sanitari, come avviene negli insediamenti extraurbani. C'era una logica. I Tories promettevano invece di ribaltare le scelte strategiche territoriali del Labour, con Cameron che si impegnava a “restituire le decisioni urbanistiche alle comunità locali”. Basta con le “scelte dall'alto” e gli obiettivi imposti. E una volta al governo si sono davvero ribaltate tutte le scelte salvo lasciare al loro posto gli obiettivi del numero di case imposti dall'alto. E si sono abbandonate le priorità per il riuso delle superfici dismesse, e per la prima volta nella storia introdotto nei criteri di scelta urbanistica il profitto, nascosto da eufemismi come “fattibilità” o “attuabilità”.

Semplice il motivo della svolta: la più gigantesca pressione della storia urbanistica esercitata da costruttori e immobiliaristi. Il ministro per le aree urbane, Eric Pickles, ha lasciato che scrivessero loro la prima bozza di documento guida urbanistico nazionale, l'anno scorso. Che confermava quegli obiettivi di realizzazione di case decisi dall'alto, e mandava anche ispettori dall'alto, a scavalcare eventualmente le opposizioni locali. Il documento non è entrato in vigore per un anno, mentre nelle amministrazioni locali si consultavano i cittadini sui modi per realizzare quegli obiettivi. Un pandemonio. Le proteste sono state accolte solo in parte, rispettando solo chi ha piani approvati vigenti e aggiornati, soprattutto centri minori e suburbi. Le ricerche condotte dalla Local Government Information Unit per conto del National Trust (di cui sono presidente) indicano che in ogni altro caso i costruttori possono agire liberamente, basta che dimostrino “trasformazioni sostenibili e attuabili” una definizione assai soggettiva. Fine del recupero delle superfici dismesse, via libera all'urbanizzazione degli spazi aperti.

Ne è un esempio classico il caso di Salford, dove sono state respinte dal ministero di Pickles aree dove avrebbero trovato posto 10.000 alloggi, considerate “inadatte”, a favore di 350 case in aperta campagna. E arrivano notizie di decisioni simili, contrastanti con le proposte locali, da Winchester, Calne, Petersfield e Stratford-on-Avon, e da alte zone in Norfolk, Dorset, Hampshire e Cheshire. Stow-on-the-Wold, campagna aperta Cotswold, dovrà espandersi di un terzo. Esaminando il nuovo sistema urbanistico, l'associazione Campaign to Protect Rural England nota come tutte le promesse di tutela della green belt e delle aree di particolare pregio paesaggistico si stiano rivelando vuote. A Tetbury è stato ordinato di ignorare la dichiarazioni di interesse paesaggistico, e costruire nelle campagne. Si invadono le fasce di interposizione agricola tutelate attorno a Durham, Gateshead e Newcastle. Contraddicendo sia lo spirito della legge sul localismo che quella sulla greenbetl . A Tewkesbury, Pickles – un tempo paladino del localismo – ha addirittura riconosciuto esplicitamente che si stavano “minando le basi del consenso locale democratico nelle decisioni urbanistiche” scegliendo di trasformare prioritariamente le zone aperte. La CPRE calcola che siano circa 80.000 le case proposte su superfici green belt.

Nessuno può discutere che quando si cresce ci sia bisogno di più case, e anche se l'offerta di abitazioni dipende da molti fattori, è certo che fra questi esiste la disponibilità di superfici. Il problema è dove metterle, in un'isola sovraffollata. Si deve pianificare, o lasciare che vadano là dove qualcuno ci guadagna di più? Secondo la cosiddetta “crescita sostenibile” le nuove abitazioni dovrebbero orientarsi verso i luoghi dove esistono infrastrutture e posti di lavoro. Magari si tratta di superfici più costose, ma il compito dell'urbanistica è quello di guidare le trasformazioni, non di inseguire il mercato. Negli altri paesi europei non c'è nulla di paragonabile agli ettari di superfici industriali abbandonate che si vedono i qualunque città inglese. E un conto è consentire che qualche villaggio possa espandersi, in modo organico, magari cambiando le regole urbanistiche. Ma obbligare le comunità locali a trasformarsi in una specie di enorme quartiere periferico vuol dire distruggerne la società e deprivare di sostentamento centri vicini. Vuol dire fare a pezzi qualunque idea di pianificazione urbana e territoriale.

Il governo tre anni fa si era impegnato a rivedere e semplificare l'intricata materia urbanistica. Un ottimo obiettivo su cui concordo pienamente col sottosegretario responsabile Nick Boles, per rendere più semplici i cambi di destinazione d'uso e anche controlli troppo puntigliosi. Non tutte le zone di campagna hanno identici valori paesaggistici. Sono convinto da molto tempo che andrebbero classificate come si fa con le aree di tutela urbane, attraverso consultazioni locali per stabilire quali possano essere o meno trasformate. Era in fondo così, con la legge urbanistica del 1947. E sono certo che si individuerebbero molte più superfici che con gli attuali scontri all'ultimo sangue, contrapposizioni e ricorsi.

La città e il territorio devono essere pianificati. Vanno costruite nuove abitazioni dove ha senso metterle, dove va la gente. Magari vorrebbero tutti una villetta in campagna, ma così non ci sarebbe più campagna per nessuno. La vera emergenza abitativa è principalmente un problema urbano. Ed è il motivo per cui si era scelto uno sviluppo orientato verso le aree di riqualificazione e recupero. Questa lotta per le campagne non ha senso economico: certo qualche comunità rurale potrà anche averne bisogno di case, e volerne, ma deve decidere da sola, senza imposizioni dall'alto. Il Cameron di una volta sarebbe stato d'accordo, e aveva ragione.

Nota: sulla citata analisi puntuale fatta dalla CPRE faccio riferimento al mio articolo per Eddyburg, da cui è anche possibile scaricare lo studio originale (f.b.)








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Il sito di Edoardo Salzano
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Bottini, Fabrizio
( 08.10.2013 09:04 )
Per motivi tecnici mi sono provvisoriamente trasferito sul sito Millennio Urbano che (tra l'altro) contribuisco a rilanciare dopo un periodo di transizione -->
Bottini, Fabrizio
( 08.09.2013 10:07 )
Da un paio di secoli l'umanità cerca di misurarsi in con la gigantesca ameba metropolitana scatenata dai cicli di industrializzazione: urbanisti, sociologi, scrittori, ora un regista. Ma la cultura italiana mica ci arriva
-->
Barzi, Michela
( 26.08.2013 09:34 )
Le diffidenze leghiste per le diversità si manifestano naturalmente con maggiore evidenza là dove il partito governa e imperversa. Ma si tratta di una cultura pervasiva, per nulla limitata a quei territori e probabilmente neppure limitata a quell'area politica, pronta a ripresentarsi in diversi contesti -->
( 22.08.2013 19:29 )
Gli spazi simbolo del ceto medio e dei suoi consumi opulenti, diventano sacche di disagio, come dimostra il compendio di ricerche della Brookings Institution sintetizzate in un volume. Il problema è di superare la logica di questo tipo di espansione urbana, e tornare a un modello integrato di città. Dalla rivista universitaria Knowledge Wharton, agosto 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 20.08.2013 18:49 )
La globalizzazione significa soprattutto (che piaccia o meno) essere ineluttabilmente inseriti in un flusso di decisioni interrelate: la tutela delle coste nella nostra bagnarola mediterranea, per esempio -->
Eisenberg, Richard
( 10.08.2013 10:28 )
Recensionee intervista su uno dei tanti libri americani dedicati a una questione che dovrebbe però interessare molto di più anche il resto del mondo: l'immaginario collettivo sull'abitare e i suoi risvolti sociali e ovviamente ambientali. Di fatto ci sono intere generazioni cresciute nel mito antiurbano, che deve essere in qualche modo superato, insieme al tipo di consumi che si porta dietro. Forbes, 9 agosto 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 21.07.2013 09:45 )
C'è sempre qualcosa di affascinante, e al tempo stesso inquietante, nel modo in cui ci adattiamo, o proviamo a adattarci, ai mutamenti ambientali del mondo che ci circonda. Specie quando si tratta di trasformazioni consapevolmente indotte da altri, per motivi affatto umanitari -->
Bottini, Fabrizio
( 16.07.2013 08:35 )
Oltre a dire qualcosa di sinistra, come auspicano e chiedono in tanti da troppo tempo, c'è anche un'altra possibilità: quella di fare concretamente, qualcosa di sinistra, ovvero mettere in pratica e verificare gli alti principi. C'è qualche vago segnale in questo senso, basta guardarlo -->
Bottini, Fabrizio
( 11.07.2013 08:13 )
Che fare quando le migliori (e celebrate) idee si dimostrano carenti? Negare l'evidenza, oppure provare a rifletterci sopra davvero, cercando di capire se e dove esiste qualcosa di sbagliato nel modello, o nella nostra interpretazione? -->
Hetherington, Peter
( 03.07.2013 13:12 )
Un urbanista americano, curiosamente noto soprattutto per essere stato preso a pugni da una contestatrice durante un'assemblea pubblica, ha anche parecchio altro da dire sulla professione, e il ruolo nella città e la società. The Guardian, 2 luglio 2013 (f.b.) -->
Bottini, Fabrizio
( 29.06.2013 10:53 )
C'è qualcosa che non torna nell'entusiasmo da un lato per tutte le possibili tecnologie smaterializzanti dell'universo, dall'altro nel permanere di una cultura degli spazi a dir poco novecentesca, industriale, segregata. Quanto c'è di malafede, e quanto di ignoranza? -->
Bottini, Fabrizio
( 28.04.2013 09:12 )
Il successo dei progetti di trasformazione urbana, come suggerisce il buon senso, dipende dal loro essere urbani, inseriti in un contesto ampio con cui entrano in sinergia. Ma il peggior cieco è chi non vuol vedere ciò che gli sta attorno -->
Walker, Alissa
( 02.04.2013 19:44 )
Vivere e camminare a Los Angeles, senza un'automobile, è compatibile con un'esistenza umana. Figuriamoci qui da noi. Los Angeles Magazine, 29 marzo 2013 -->
Vitullo-Martin, Julia
( 30.03.2013 19:30 )
I problemi insediativi, ambientali, socioeconomici, di qualità della vita, e infine politici, posti dal nuovo ruolo del cibo nella metropoli del terzo millennio. Non è il caso, come intuito in fondo dall'Expo milanese, di porre al centro la questione? Spotlight on the Region, marzo 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 30.03.2013 08:50 )
È passato più di un secolo da quando i futuristi volevano spazzar via tutta l'anticaglia che faceva da zavorra al progresso umano, e nel frattempo si è capito che non tutto è anticaglia e non tutto è zavorra. Però adesso un po' si esagera, in tutto il mondo, con le ideologie antimoderniste su misura -->

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