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Nostalgia & Canaglie


Eddyburg Sito di Fabrizio Bottini Città Spazi centrali

È passato più di un secolo da quando i futuristi volevano spazzar via tutta l'anticaglia che faceva da zavorra al progresso umano, e nel frattempo si è capito che non tutto è anticaglia e non tutto è zavorra. Però adesso un po' si esagera, in tutto il mondo, con le ideologie antimoderniste su misura

Un paio di giorni fa mi è capitato di leggere un interessante articolo di urbanistica sul Financial Times, dove si provava a fare un parallelo fra l'autoritarismo implicito di certi grandi progetti per le città, e certi altrettanto mastodontici piani di organizzazione aziendale. Certo l'autore non era un gran esperto di politiche urbane, confondeva il campo dell'architettura con quello delle grandi infrastrutture, le vie della città con i corridoi degli uffici, ma in fondo ci azzeccava parecchio: il paradigma totalitario della macchina produttiva che stritola l'individuo e la sua libera capacità di relazione, trova uno spazio perfetto in certi grandi progetti novecenteschi, di cui il grattacielo in stile razionalista è il segno più visibile, e la città “sporca” alla Jane Jacobs l'alternativa più nota e decantata. Certo, c'erano un sacco di cose che apparivano forzate, in quell'articolo, ma mi pareva che la tesi di fondo fosse condivisibile, fin quando - giusto oggi - non sono inciampato in un relativamente corposo studio che ha una sua soluzione al paradigma urbano novecentesco: dargli una bella botta definitiva con una palla di ghisa, la wreckin' ball di Bruce Springsteen per intenderci.

Naturalmente, non si tratta della sparata provocatoria un po' alla Vittorio Sgarbi, ma di uno studio che parte da considerazioni molto più ampie, ben note in tutto il mondo, e che si riassumono nel cosiddetto climate change retrofitting, ovvero adeguamento dello stock edilizio e urbano esistente alla limitazione di emissioni e sprechi energetici. Molte grandi città si sono dotate da tempo di strategie per affrontare il cambiamento climatico, e fra le azioni principali c'è proprio il progressivo intervento, fiscalmente e anche urbanisticamente facilitato, sui vecchi edifici per le nuove esigenze. Ma la tesi sostenuta già nel titolo dal rapporto Midcentury (Un)Modern è che ci sia assai poco da salvare nella produzione corrente di fabbricati a uso ufficio del genere a facciata di acciaio e vetro, quelli conosciuti come curtain wall.

Certo si intuisce che tutta la produzione di massa di questi scatoloni, fatti per contenere schiere di impiegati e segretarie dalle nove alle cinque, difficilmente è assimilabile alla poetica del grattacielo Seagram di Mies van der Rohe, cantato anche dal sociologo William Whyte come paradigma dello spazio pubblico urbano spontaneo, fisicamente liberato e occupato dai cittadini. Anzi, interni ed esterni di quel tipo di edilizia sono esattamente il segno caratteristico di un'idea di città-macchina che stritola l'individuo, inscatolato prima nell'abitacolo dell'auto dentro l'ingorgo della expressway, e poi per otto ore dentro l'equivalente scatola a aria condizionata dell'ufficio, magari affacciato sul panorama della medesima superstrada. I nostri architetti che analizzano l'efficienza ambientale dello stock edilizio novecentesco, naturalmente di queste cose ne parlano vagamente e di sfuggita, ma le fanno chiaramente capire: l'epoca che ci dobbiamo lasciare alle spalle è quella dello spreco energetico e degli impatti ambientali, che evoca automaticamente immagini e stili di vita precisi, quelli de L'Uomo dell'Organizzazione.

Qui mi scatta il cortocircuito: ma non erano le stesse cose che diceva il tizio sul Financial Times? Certo quell'articolo era totalmente permeato dall'atmosfera che negli Usa chiamano libertaria, ovvero un misto particolare di individualismo e una concezione miracolistica del mercato, dentro il quale tutto nasce e tutto si trasforma. Il quotidiano economico ripescava l'antica contrapposizione fra lo zar delle opere pubbliche Robert Moses, e la casalinga intelligente Jane Jacobs, in sostanza facendoli diventare da un lato il simbolo del potere ottuso che tarpa le ali alla creatività, dall'altro il vero nucleo centrale di una ricerca di soddisfazione personale che poi, inevitabilmente, porta al progresso. Si capisce così poi anche quella incredibile confusione di scale, con progetti metropolitani mescolati inopinatamente alle architetture per interni dietro le facciate curtain wall. E invece i tecnici dell'edilizia si soffermano sulle prestazioni energetiche dei medesimi fabbricati, per giudicare alla fine che l'opzione migliore, se vogliamo davvero raffreddare il pianeta, è quella di tirarli giù tutti con la dinamite, i simboli del passato recente energivoro e aziendalista, oltre che modernista e razionalista in senso deteriore. Altro corto circuito personale: il giornalista del quotidiano economico e gli architetti della sostenibilità stanno esprimendo il medesimo giudizio di condanna, ma nascosto dietro a proposte di espiazione diverse.

L'ha capito al volo, a modo suo, anche un giornalista che per mestiere si occupa da sempre di cose urbane, come Anthony Flint, autore a suo tempo dell'ottimo Our Land, una condanna senza condizionali dello sprawl suburbano. Dietro la determinazione ad agire con urgenza e risparmio di risorse, ad arginare le ondate del cambiamento climatico, altro non c'è che una furia distruttrice dettata dai palazzinari che poi ci ricostruiranno tutto su misura per i loro interessi. Nello stesso modo in cui dietro il curioso recupero dell'idea di città di Jane Jacobs c'era in sostanza null'altro che il rifiuto dell'urbanistica pubblica, vista come il male assoluto, la morte della città per eccesso di dirigismo: il quale eccesso di dirigismo inizia secondo il vero liberista appena si vuole contrastare la sana iniziativa individuale. Nel caso specifico di New York, dove si svolge questa vicenda polemica, abbiamo un sindaco assai mercatista ma intelligente come Bloomberg, che ha puntato molto sulla riconversione ambientale strategica come motore di sviluppo metropolitano. E c'è un corrispondente grande programma strategico detto PlaNYC 2030 a fare da contenitore.

Come probabilmente sanno anche parecchi concittadini italiani inciampati in queste faccende, esistono almeno due modi di interpretare i grandi piani strategici: quello in buona fede e scientificamente corretto, che li vede coordinare l'azione intersettoriale pubblica e di rapporto coi privati; quello sostanzialmente in malafede, comunque distorto, che li considera strumenti di comodo bypass per quanto della programmazione corrente non piace. Allora, diciamo che esistono parecchi aspetti di grande programmazione che al sedicente libero mercato non piacciono affatto. Uno è quello solito della regolamentazione urbanistica, di chi non ha affatto bisogno di piano regolatore perché sa regolarsi benissimo da solo, come dicono. Un altro è quello di certi rapporti collaborativi con la pubblica amministrazione, i quali a volte comportano per l'impresa privata di adeguarsi ad alcune regole, come promuovere il telelavoro generalizzato in funzione anti-traffico. Le aggressioni dialettiche, prima del Financial Times, poi dello studio edilizio-ambientale Midcentury (Un)Modern, mirano proprio a questa visione “invece” del programma strategico, il quale diventa solo un canale di finanziamento privilegiato, esenzione fiscale, corsia riservata per gli investimenti pubblici.

E la pubblica utilità? Quella, ci ripetono senza posa da decenni i cantori del mercato, scaturisce naturale dal ricomporsi dei piccoli interessi individuali nel grande disegno, grazie alla famosa Mano Invisibile. Quel che si vede però, all'oggi, è la distorsione sia del pensiero di Jane Jacobs, trasformata suo malgrado in una amica della libera impresa contro il dirigismo del manager pubblico Robert Moses. Oppure, l'idea balzana di qualche palazzinaro e dei suoi architetti, di cancellare una intera porzione di storia urbana con la medesima scusa, ovvero che si tratti del prodotto perverso del dirigismo razionalista, stavolta colpevole soprattutto di spreco energetico. Osserva giustamente Anthony Flint che volendo, davvero volendo, basta fare due conti per capire quanto il sistema urbano denso della metropoli sia già ampiamente, di per sé, assai più risparmioso della dispersione di villette e centri commerciali. Volete proprio raffreddare il pianeta? Inventatevi qualcosa di credibile per quelle aree energivore e pompa di emissioni di gas serra, invece di sognare la tabula rasa su cui incrementare (come si indovina al volo scorrendo il rapporto) metri cubi con la scusa dell'edilizia sostenibile.

Quante stupidaggini in malafede tocca ascoltarsi, insomma, dai paladini del proprio conto corrente dialetticamente confuso col luminoso futuro dell'umanità. Ma in fondo hanno anche buon gioco, se è vero come è vero che spesso trovano insperate alleanze fra chi opponendo al loro progetto una propria idea specifica di pura conservazione, finisce per indebolire il medesimo approccio di piano generale che è il loro obiettivo polemico. Sembra di saltare di palo in frasca, dal razionalismo newyorkese di serie C alle periferie di Milano, dalle parti della via Gluck, ma la logica è identica: il rifiuto del piano, e dell'approccio complesso, a favore del particolare, del caso per caso. Ancora una volta i grattacieli sono il male, magari anche i supermercati sono il male, e la casetta, il cortile operaio, la nostalgia di chissà cosa, sono il bene. Si mobilita Adriano Celentano per estendere una specie di vincolo da parco letterario alla zona dove è cresciuto, allo stesso modo in cui a New York si è evocata l'anima di Jane Jacobs per tutelare il presunto individualismo dei pendolari, liberi di farsi un paio d'ore di strada invece che oppressi dal telelavoro. Un'idea di finta città medievale, brulicante un po' alla Peter Bruegel, che non sta né in cielo né in terra, ma serve solo a indebolire qualunque genere di strategia generale. Dove si pesta sempre i piedi a qualcuno, ovvio, ma di solito in modo condiviso, e non a scapito esclusivo dei poveracci. Con la scusa della nostalgia canaglia.

Nota: per chi fosse arrivato fin qui senza capire esattamente di cosa stavo parlando, e volesse invece provare a capirlo, innanzitutto mi scuso per la confusione, forse dovuta alla difficoltà di restituire l'effetto cortocircuito. Dopo le scuse, il rinvio ad alcuni testi citati e non, che forse aiutano a capire le fonti dei miei dubbi:
John Kay, Le meraviglie di New York e i limiti del grande progetto urbano dal Financial Times, 27 marzo 2013;
Massimo Gaggi, Bloomberg digitale, una lezione per tutti Corriere della Sera 29 marzo 2013 (ovvero sull'idea di programma integrato dell'amministrazione newyorkese, anche quando si rivolge alle imprese);
Anthony Flint, The Case Against Saving Midcentury Office Buildings, The Atlantic Cities, 29 marzo
Paola D'Amico, Via Gluck, Celentano sostiene il vincolo contro il cemento, Corriere della Sera 14 marzo 2013
Il rapporto dei fantasiosi architetti sostenibili (?) e degli ancor più sostenibili (?) loro mandanti immobiliaristi, è scaricabile direttamente da qui, per gli appassionati delle tabelle comparative e della loro obiettività (?)

File allegati

Midcentury (Un)Modern
Progetto di demolizione generalizzata ecologica (?) dei palazzi a uffici curtain wall, marzo 2013


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