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Ripensiamo il nostro modo di vivere


Eddyburg Sito di Fabrizio Bottini Urbanistica L'Urbanista

Un urbanista americano, curiosamente noto soprattutto per essere stato preso a pugni da una contestatrice durante un'assemblea pubblica, ha anche parecchio altro da dire sulla professione, e il ruolo nella città e la società. The Guardian, 2 luglio 2013 (f.b.)

Titolo originale: Redesigning the way we live - Scelto e tradotto da fabrizio Bottini

A metà del suo mandato di presidente della American Planning Association (APA), Mitchell Silver con la sua capacità di coinvolgere il pubblico ha affascinato una platea di Los Angeles, con un messaggio che può valere anche qui da noi: “Non voglio più ascoltare che l'urbanistica non riesce a fare al differenza: dobbiamo tutti tornare a innamorarcene”. Su questa sponda dell'Atlantico, pare che invece una professione depressa sia sulla difensiva, di fronte ad attacchi politici tesi a costruire un sistema sempre più debole.

Lo scorso mese qui a Londra, al congresso del centenario della International Federation of Housing and Planning, Silver ha di nuovo ed efficacemente auspicato una rinascita dell'urbanistica col cittadino al proprio centro, e con la parola d'ordine dell'a giustizia. “Tre parole d'ordine, ambiente economia e giustizia, ma l'ultima è anche quella che si usa di meno, sta ai margini, a volte si chiama qualità della vita. Ma non è la stessa cosa”. Il cinquantaduenne Silver sostiene appassionatamente le sue idee, cosa piuttosto rara in una professione di solito assai poco avventurosa e piatta.

L'urbanistica, ribadisce, mira a costruire giustizia per tutti in città accoglienti. E del resto – domanda retorica - chi altri ha messo le basi per aspirare a acque pure e aria pulita, quartieri sani e sicuri, case, posti di lavoro, economie locali stabili, se non l'urbanistica progressista?
E perché allora oggi l'urbanistica, in Gran Bretagna e non solo, si è fatta una tale cattiva nomea? Tutti cercano un colpevole, ma “vedo che esistono decine di migliaia di progetti in attesa di realizzazione. E mi chiedo per prima cosa: come mai sono ancora sulla carta? Colpa dell'urbanistica o delle istituzioni? E, seconda questione, sono gli urbanisti a dover dimostrare quanto valgono, a doversi esprimere in modi diversi sulla propria capacità anche di creare posti di lavoro, di stimolare l'economia, non concentrarsi solo su leggi e norme”.

Come responsabile per le politiche urbane di Raleigh, in North Carolina – che gestisce anche lo sviluppo locale, e poi la casa, i quartieri e molto altro – Silver, originario di New York, è convinto che la sua città, 420.000 abitanti, possa indicare la via. Ha avuto dall'amministrazione carta bianca – a “pensare in grande” secondo le sue parole – in tutto e per tutto.
Certo aiuta il fatto che Raleigh (53% bianchi, 29% neri, 11% ispanici, il resto di origine asiatica e altri) sia mediamente abbastanza benestante, con un reddito familiare di 65.000 dollari. “Non c'è particolare segregazione. C'è la particolarità di non avere scuole autonome di zona, e così comprando una casa non si sceglie il quartiere esclusivo perché ha una buona scuola per i figli: l'assegnazione dei posti avviene per raggio, il che tende a riequilibrare i quartieri”.

Silver ha appena terminato il mandato biennale di presidente APA, e ammette che le amministrazioni non consentono spesso agli urbanisti di essere innovativi.
“Ci stanno sempre in testa: fai quello che ti viene detto, stai al tuo posto. E bisogna invece rispondere che volete da noi? Volete darci la possibilità come settore di avere visioni di largo respiro, innovative, o semplicemente di rilasciare autorizzazioni? Se la risposta è la seconda, vuol dire che si sono create istituzioni chiuse, con limiti invalicabili che non consentono di fare gran che” Non si può negare che qui da noi l'urbanistica sia sovraccaricata volente o nolente di funzioni legate all'autorizzazione e controllo delle trasformazioni edilizie.

E che di conseguenza tutti gli ideali di costruzione di spazio alla base della legge urbanistica fondamentale del 1947, Town and Country Planning Act, che ha istituito il sistema moderno, siano stati accantonati.
Oggi la professione è sulla difensiva, pochi i pensatori innovativi, e certo non aiuta il livello sproporzionato dei tagli subiti, che anche secondo la Commissione di controllo governativa sono stati molto superiori a quelli di altri settori delle amministrazioni. Secondo ricerche effettuate da questo, fra il 2012 e il 2014 i comuni dovrebbero tagliare sino al 58% dei bilanci dell'urbanistica. Ed è davvero curioso che Silver abbia tratto ispirazione proprio dagli ideali del movimento inglese della città giardino – fondato dal pioniere delle riforme sociali e territoriali Ebenezer Howard nel secolo scorso – e dal principio della fascia verde attorno alle città. Idee che hanno in gran parte contribuito al contenimento dello sprawl che caratterizza molte zone degli Usa.

“Valutiamo molto le vostre idee, la green belt, le città giardino. Che via via abbiamo adottato. Ma la vera sfida resta quella del vostro sistema di controllo a scala nazionale, che a noi manca. Abbiamo solo quelli statale e locale”.
Prosegue indicando altre importanti differenze fra sistemi, come la maggiore divisione, in Inghilterra, fra la pianificazione spaziale e gli aspetti sociali: “Negli Usa c'è maggiore integrazione, il processo democratico poi consente più partecipazione dal basso”. Silver si autodefinisce un “sangue misto” metà nero e metà bianco, ed è fermamente convinto che l'urbanistica debba guidare non solo quartieri più etnicamente integrati, dal punto di vista razziale e di classe, ma rispondere anche ai nuovi problemi dell'invecchiamento e dell'immigrazione.

“In città come la mia, Raleigh, ci riusciamo abbastanza. C'è una differenza fra ciò che a volte percepisce la gente e la realtà. E certo non si può impedire di avere particolari convinzioni e inclinazioni. Ma l'urbanista sta in prima linea, deve porsi il problema e affrontarlo, non è più possibile evitarlo”.



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